Storia e storie

Racconti

domenica 16 aprile 2017


                Castel Capuano


Attraversata via Duomo, e iniziata la seconda parte del decumano maggiore( l'antica  strada greco-romana che attraversa ancora tutta la città vecchia da est a ovest), la via Tribunali, lo si vede già: Castel Capuano, sede per e da secoli di tutta l’attività giudiziaria del circondario di Napoli.
Ma, giunti più vicino, nel largo davanti all'ingresso, tutto sembra tranne che un castello. Allora ci giri intorno per vedere meglio, vai a sinistra, ti accorgi che è un grande e maestoso edificio, e in fondo c'è una Porta, in mezzo a due torri cilindriche. E' la porta Capuana, il più antico  e importante ingresso a Napoli.
Per ricostruire la storia del Castello bisogna tornare indietro nel tempo, al IV° o III° secolo a. C., tenendo presente che la sua e quella della Porta, sono strettamente collegate. Nacque però prima la porta, che era inserita nelle mura che circondavano la città.( l'illustrazione è tratta da " Atlante, guida della Napoli greco-romana, Ed. Intramoenia, con disegni di R. Quaranta)
La murazione originaria di Neapolis passava in questa zona, seguendo l’andamento irregolare del terreno. Le mura correvano all'interno della attuale via Foria - che all’epoca era solo il letto di un fiumiciattolo detto Clanis - ,nella zona dove c'è l'Ospedale degli Incurabili. Poi ripiegavano nella zona di via Carbonara, passando davanti all’attuale Castelcapuano e arrivavano per via Colletta, in piazza Calenda, dove ancora possiamo vederne i resti, 'o cipp 'a Furcella. Da lì proseguivano a nord dell'attuale corso Umberto, attraversavano la piazzetta del grande Archivio e San Marcellino, risalivano lungo la via Mezzocannone in direzione via S. Sebastiano e piazza Bellini, e poi proseguivano sulla via Costantinopoli e giravano a destra dove si ricongiugevano a quelle che risalivano per l'Anticaglia.
Lì dove c’è il castello, iniziava/terminava il decumano maggiore.  
Secondo Bartolomeo Capasso, studioso e archeologo della città, “…..ogni decumano aveva una porta alle sue estremità,……il centrale o maior aveva, ad oriente, la porta che menava a Capua….”.
Capua, città della Campania di origine etrusca del IX sec.a.C., al momento della fondazione di Neapolis, era già, con il suo porto fluviale sul Volturno, un grosso centro commerciale e luogo di incontro tra le popolazioni locali, del nord e sud e del centro Italia e di altri popoli provenienti dal mare che risalivano il fiume.
Capuana “ perciò, da Capua o meglio, da una strada che dalla porta di una città di mare serviva per portare merci di ogni genere verso l’entroterra, al più vicino mercato e viceversa.
In verità, prima della conquista romana, non esisteva una vera strada. Nella zona fuori le mura scorreva, secondo gli storici, il fiume Clanis, che alimentava una vasta zona paludosa. Da un lato la palude era garanzia di sicurezza in caso di guerra, dall’altro però, in tempi di pace, ostacolava le comunicazioni tra costa e hinterland.
La strada per Capua quindi, all’inizio non era altro che un sentiero (o forse più) che si dirigeva verso l’interno, guadando fiumi e paludi. Solo dopo, arrivati i Romani, che dove andavano costruivano strade per e da Roma, fu costruita una strada che andava verso il sistema collinare di Poggioreale e Caput de clivo (oggi Capodichino), verso Atella e Frattamaggiore.
Per superare i fiumi furono costruiti poi alcuni ponti, e, a pensarci bene, le attuali denominazioni di alcune vie della zona, Ponte della Maddalena e Ponte di Casanova - che non è il famoso veneziano, ma solo un edificio nuovo, una nuova costruzione – ricordano l’esistenza di fiumi e ponti d’ altre epoche.
Anche il nome di “Formello”, aggiunto alla chiesa di S. Caterina, vicino alla porta, ricorda la presenza di acque nella zona. Formello infatti deriva da formali cioè da forma , termine con il quale venivano indicate falde acquifere, doccioni e canali che portavano acqua alla città.

Tornando alla porta e alla sua ubicazione originaria, se è vero quel che racconta Capasso e considerato che il decumano maior è sempre quello, oggi via Tribunali, essa non era dove è oggi, ma in precisa corrispondenza di detto decumano, e inserita nelle mura della città, lì dove poi fu costruito il castello. E, a questo proposito, viene ricordata in genere un’altra testimonianza, quella di Pietrantonio Lettieri, architetto, del 1484, che partecipò al rifacimento del Castello e allo spostamento della porta. Ma ne parlerò più avanti.
Sicuramente, la porta doveva essere in legno robusto e resistente ad eventuali attacchi portati con l’ariete; per proteggerla, inoltre, c’erano mura e torri di guardia in legno e mattoni di tufo da dove potersi difendere e anche attaccare nemici, e all’esterno un fossato.
La murazione e la porta non subirono cambiamenti nei secoli successivi, con la “pax” romana probabilmente non occorreva neanche più chiuderla né difenderla.
Fuori dalle porte “….per cui si andava a Capua,( ma anche a Nola e a Puteoli), stazionavano veicoli da nolo per comodo di coloro che dovevano recarsi alle città vicine o anche a Roma…” E' sempre il solito Capasso che ci informa( Napoli grecoromana .pag.5).
Erano carrozze, calessi, carri, bighe e anche cavalli, antenati dei taxi, auto e altri mezzi che oggi si noleggiano presso aeroporti e stazioni.
Furono i bizantini,nel VI secolo d.C., mandati dall’imperatore Giustiniano, in guerra con i Goti, che dopo la vittoria, nel rinforzare i bastioni e le torri laterali alla porta, ci costruirono sopra una specie di fortilizio per una migliore difesa. Fu questa la nascita di un primordiale Castello.
Il fortilizio bizantino, con il passare del tempo ovviamente si logorò ed ebbe bisogno di una adeguata ristrutturazione. Fu perciò sostituito, nel 1154, con una costruzione collocata a cavallo delle mura, dal figlio di Ruggero II, Guglielmo.
Castel Capuano nel XVII secolo
Costruito in stile tipicamente medievale, dotato di robuste fortificazioni, costituiva un baluardo imprendibile; fu nel tempo modificato e ampliato e qualche volta utilizzato come residenza reale. dei sovrani normanni. Fu Federico II, nel 1230 che lo fece ristrutturare rendendolo, pur conservando le sue indispensabili fortificazioni, più ospitale e consono alla sua dignità di residenza reale.
Gli Angioini, nel piano di allargamento edilizio della città, iniziarono, nella parte occidentale verso l'antico porto, la costruzione di una nuova fortezza, il Castel nuovo, dove trasferirono la loro residenza.
Il Castello fu però sede del Vicario del re, che tra le altre cose si occupava anche del governo e della amministrazione della giustizia. Da qui il nome di Vicarìa.
In seguito fu al centro di assalti, assedi e saccheggi, nel periodo del regno di Giovanna I e dei successori fino a re Ladislao e poi ad Alfonso di Aragona. Questi aveva posto l'assedio al castello nel 1440, ma dovette arrendersi di fronte alla sua inespugnabilità.
Il castello subi un grande ristrutturazione, perdendo ogni connotazione medievale e comunque di castello, nel XVI secolo, quando il vicerè don Pedro di Toledo, più famoso per il nome che lasciò a quella strada dritta che dal largo del Mercatello conduceva al palazzo vicereale, decise di trasferirvi tutti i tribunali e le corti di giustizia che erano sparsi in varie sedi della città.
Esse erano: il Sacro Regio Collegio, la Regia Camera della Sommaria, la GranCorte cile e crimnale della Vicaria e il tribunale della Zecca. ( G.Attinà, Le prigioni borboniche.....la negazione di Dio, 2015, ed.Stamperia del Valentino).Ai tribunali furono aggiunte le carceri, sia per i nobili che per il popolo. Esse occupavano tre livelli: il piano ammezzato era riservato ai nobili carcerati, il piano terra era destinato ai criminali comuni, i sotterranei ospitavano gli elementi peggiori. La Vicaria, inoltre, aveva anche una “grotta di massima sicurezza”, cioè un imbuto sotterraneo dove venivano calati i prigionieri ritenuti più pericolosi.
Le funzioni giudiziarie sono così rimaste fino ai giorni nostri, e quel che vediamo, sia pure attraverso tutti i restauri successivi, è il risultato della trasformazione del XVI sec, cosi come appare nel dipinto seicentesco di Ascanio Luciani.
Porta Capuana nel XIX secolo
Gaetano Valeriani, giornalista e scrittore, in un raconto del 1847 intitolato “Porta Capuana,” (Napoli in miniatura, il popolo di Napoli e i suoi costumi, 1847, raccolta di racconti di Mariano Lombardi, Ed. Attività Bibliografica Editoriale Napoli, ristampa 1974) così scriveva: “...questo edificio non ebbe certo in origine le forme ch’egli oggi ritiene: fu costruito a tutta foggia di castello, ed aveva le sue scarpe e controscarpe (le pareti interna e esterna dei fossati dei castelli), i suoi fortini e baluardi, i suoi ponti levatojo, sotto i quali scorreva acqua in guisa, che impossibile egli era approdarci quando il ponte fosse stato alzato”.
E la porta? Perchè e quando fu spostata?
Alla fine del ‘400, gli Aragonesi avevano fatto allargare le antiche mura spostando anche le porte li dove c'erano.per ordine di re Ferrante di Aragona, che aveva deciso di allargare le mura della città a causa dell’aumento della popolazione cittadina.
Pietrantonio Lettieri, che avevo già prima nominato, architetto, nel 1484, scriveva:” la porta Capuana stava sopra lo fosso di ditto Castello ( cioè castel capuano, n.d. a. ) corrispondente alla sua mità, et lo sopradetto Castello veniva stare mezo dentro la città, et, mezo fora, sincome se usava anticamente; quale porta, ad tempi nostri è stata derocchata, et in quel lloco nci è hoggi una cappelluccia nomine Sancta Maria”. Oggi la cappella non esiste più
Per maggiori notizie sulla porta si può leggere anche “ Porta Capuana”, su questo blog.











lunedì 3 aprile 2017

Il castello detto dell'......


Dopo aver visto i castelli dei dintorni di Napoli, ora andiamo in città, dove c'erano cinque castelli, cinque grandiose fortezze, di cui ancora quattro restano intatti.
Inizio dal più antico, sta lì, nello stesso posto, da quasi duemila anni. Un antico castrum di epoca tardo-romana, che il popolo medievale considerò avvolto da leggende, magie e misteri esoterici.
Per conoscerlo dovrò raccontare una favola lontana, risalente a tre/quattro mila anni fa.
Odisseo e le Sirene
C'era, dunque, una volta, lungo la costa napoletana, una piccola isola senza nome non molto lontana dalla terraferma, ricoperta da una lussureggiante vegetazione e da arbusti tipici della macchia mediterranea. Le popolazioni indigene la consideravano un luogo sacro per la presenza di un grande sepolcro dove si andava in processione per onorarne l'occupante. Chi era costui? Era Partenope, una delle Sirene che avevano tentato di fermare Odisseo, l'eroe di Troia, con il loro richiamo: " Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo ( racconta Omero, in Odissea, libro XII,,184 ess.), grande vanto degli Achei, ferma la nave, la nostra voce a sentire. Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera, se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce.......".. Le Sirene, in quei tempi lontani, erano uccelli con il volto di donna, abitavano oltre la punta estrema del golfo, su un gruppo di isolette dette proprio Sirenussai. Con il loro canto melodioso attiravano i naviganti che perciò non badavano più alla rotta e facevano naufragio. Il furbo Odisseo però, messo sull'avviso dalla Dea Minerva, aveva otturato le orecchie dei propri compagni di viaggio, mentre lui si era fatto legare al palo della nave in modo da ascoltare il canto ma senza potersi muovere e cedere alle lusinghe. Le Sirene ci restarono male: una di loro, di nome Partenope ( la vergine in greco antico), addirittura morì per il dolore di questa sconfitta, e cadde a mare. Il suo corpo, dopo un lungo tragitto tra le onde del mare, si spiaggiò su quell'isolotto. Lì fu trovato e fu eretto un sepolcro, onorato da tutti gli abitanti del luogo.
Intorno al X secolo a.C. sbarcarono su quell'isola navigatori Achei, Micenei e Fenici, La chiamarono Megalia e poi Megarides, termine greco che indicherebbe o la casa , l'abitazione ( Rocci, vocabolario Greco-Italiano). Essi conoscevano la storia di Odisseo e di quella grande guerra che si era combattuta a Troia, e trovarono il sepolcro. Apprezzarono l'area, la ritennero idonea per fermarsi e stabilirsi, videro di fronte all'isola una grande rupe a picco sul mare, una spiaggia e la grande foce di un fiume. "i primi coloni approdarono nell'isola di Megaride e nell'insenatura creata dalla foce del Sebeto, ai piedi del promontorio di Pizzofalcone" (C.de Seta, NAPOLI, ED. Laterza, 1981 ).
C'erano tutti gli elementi a loro necessari, l'altezza del promontorio che garantiva la sicurezza, l'acqua salata per le navi e la pesca, l'acqua dolce per bere e coltivare la terra. Lì si stabilirono e al villaggio diedero il nome di Parthenope, in onore di quel sepolcro per il quale diedero luogo a feste e cerimonie annuali.. Possiamo pensare anche che quel nome dal significato di "vergine" poteva indicare o una qualche fanciulla morta giovane o anche un terra intatta, non occupata a da nessuno..
La favola finiva quì, i primi coloni, in realtà, cercavano di stabilire empori commerciali e basi navali oltre che colonie: essi portavano con loro miti e leggende, che poi ambientarono in quei luoghi, a Ischia dove nel vulcano sarebbe stato nascosto il gigante Tifeo che provocava terremoti e eruzioni, alla punta della Campanella e poi alle isole Li Galli, i luoghi delle Sirene, di fronte a Positano, dove le correnti marine portavano spesso le imbarcazioni a schiantarsi contro di esse, naufragando, per non parlare dei Campi Flegrei dove, tra i fumi e i vapori dei vulcani era stato individuato l'ingresso dell'Averno, il regno dei morti.
Qualche secolo dopo, circa il V a.C., fu fondata Neapolis, la nuova città per distinguerla da Partenope, con le sue alte mura e dopo ancora, arrivò Roma. Ma il culto della Sirena restò, i conquistatori Romani non toccarono i miti locali, ma, incantati dalla bellezza dei luoghi, lungo le colline di Posillipo, sulla Riviera e altre zone vicine, iniziarono a costruire domus e ville.
Fu così che nel I secolo a.C., a Pizzofalcone, si stabilì Lucio Licinio Lucullo, romano.
Appena si pronunzia il nome Lucullo si pensa immediatamente ai pranzi che da lui prendono il nome, a fastosi e incredibili banchetti e cene. Ma non fu sempre così. Lucullo fu prima di tutto un importante rappresentante del ceto aristocratico che fece il suo cursus honorum e si distinse per la profonda cultura, parlava latino e greco, e le qualità di comandante militare. Dopo la vittoria su re Mitridate , in Asia minore (69 a.C.) egli si ritirò ricco e visse tra la villa di Roma e quella di Baia, dove fu un vero innovatore della pescicoltura di specie pregiate come aragoste, murene e gamberi e piantò il ciliegio e il pesco, portato dall'Asia.
Acquistata tutta l'area occidentale extra moenia di Neapolis, Lucullo edificò una grandiosa villa che dal Monte Echia scendeva fino al mare,dove sfociava il fiume Sebeto, dall'attuale piazza Municipio fino a Santa Lucia, compreso l'isolotto di Megaride.Essa ospitava una tra le più ricche e selezionate biblioteche private dell’antichità, allevamenti di murene e pwsci di varie specie, i frutteti di pesco e di ciliegie. Difficile immaginarne l'aspetto dal momento che oggi non c'è più niente che possa ricordarlo. Una pallida idea può però fornircela ciò che resta della villa di Vedio Pollione, a Posillipo, che scende fino alla Gaiola.
Dopo Lucullo e i suoi eredi, il complesso passò al Demanio dell' Impero che ne iniziò lo divise in varie proprietà e complessi abitativi. Verso il V secolo d.C., tutta l'area ex-lucullana, in particolare nella parte degradante verso il mare, fu fortificata dall’ imperatore Valentiniano III. Appena in tempo, poichè l'impero d' Occidente era giunto al capolinea. Il Mediterraneo non era più il mare nostrum, si stavano formando Regni barbarici e tra poco sarebbero arrivati anche i pirati Saraceni. Ora erano necesarie fortificazioni, bisognava alzare muri, torri di guardia e castelli.
Gli edifici esistenti su Megaride divennero un castrum, un castello, anche se era molto diverso da quello che vediamo oggi. La costruzione di un castrum romano sulla terraferma era in genere preceduta da una ricognizione del terreno, dalla scelta del materiale da utilizzare e intorno veniva scavato un fossato per motivi di sicurezza. Megaride non dava scelta: essendo una insula maris era già abbastanza isolata e protetta da eventuali assalti . Dovevano solo essere eretti muri e torri.
Per la costruzione furono utilizzati grossi blocchi di tufo e pozzolana, materiale molto usato fin dall'antichità: sono state scoperte di recente nei fondali subacquei del castello gallerie, lunghe quattro / cinque metri che si è ritenuto siano dovute a uno sfruttamento del fondo del mare probabilmente come cava di pozzolana.
Nel 476 d. C., il barbaro ma furbo Odoacre, arrestò il giovane Romolo Augustolo Imperatore, che in quell'anno doveva avere circa 12/13 anni, ma non lo ammazzò. Lo fece invece accompagnare a Napoli e lo ospitò nella fortezza di Megaride. Romolo, che per uno scherzo del destino, aveva lo stesso nome del fondatore di Roma e del primo Re, fu invece l’ultimo imperatore dell'impero romano d'Occidente e di lui non se ne seppe più niente.
Napoli e i dintorni erano occupati dai Goti: contro costoro, nel 530 circa l' imperatore d' Oriente Giustiniano lanciò una campagna per riconquistare l'Italia. Fu una guerra lunga e ebbe termine solo dopo circa 20 anni, ma alla fine Napoli, la Sicilia e la Puglia e altre zone a nord , come Ravennafurono orioccupate da truppe romane d'Oriente. Con l'occupazione bizantina arrivarono anche suore e monaci di rito greco come i basiliani, detti così perchè seguivano la regola di S.Basilio Magno.
Napoli si stava trasformando in Ducato autonomo (G. Attinà, il Ducato, ed. Kairòs, 2016), bisognava trovare una sistemazione a quei monaci. Così fu deciso che, fuori le mura della città, c'era, anche se non proprio in condizioni decorose, una antico castrum su un isolotto di fronte alla costa, vicino a una chiesetta intitolata a S.Lucia. I monaci, perciò, furono insediati nel castello di Megaride, che chiamarono del Salvaatore. Essi ristrutturarono le sale del castello, e le destinarono a refettori, a cimiteri per i monaci e a scriptorium, luogo dove venivano trascritti i libri, probabilmente testi che erano stati recuperati e conservati dalla biblioteca della villa di Lucullo.
Napoli si stava lentamente avviando alla conquista dell'autonomia da Bisanzio, che arrivò nel IX secolo. Ma la città era pressata da potenti vicini: i principati longobardi di Benevento , di Salerno e di Capua, i Saraceni, i Papi e, infine, i Normanni. La posizione del castello non era sicura: soggetta ad attacchi da parte dei vari nemici e soprattutto dei Saraceni, fu utilizzata come fortezza difensiva, ma nel IX secolo, verso l'870, fu conquistata dai pirati che vi rinchiusero il Vescovo Atanasio, catturato durante la razzìa in città.
Si pensò quindi che quella costruzione non era sicura e poteva servire come base agli stessi saraceni per una invasione della città. Ai monaci perciò fu trovata un’altra sistemazione sicura in terra ferma, a Pizzofalcone, mentre si pensò di abbattere l’edificio sito a Megaride, Solo nel X secolo però, tutto il complesso venne distrutto.
Intorno al 1100 però si iniziò a ricostruirlo, almeno in parte tant'è che nel 1140 Ruggero II di Sicilia, conquistata Napoli, ne fece la propria sede provvisoria, quando era nella città.
Fu allora che si cominciò a spargere tra la popolazione un'altra favola e le favole non si sa come bascono né chi le pensa: si disse che prima di terminare la ricostruzione, un Mago di nome Virgilio (M.Buonoconto, Napoli esoterica, ed. Newton) " in una gabbietta che fece murare in una nicchia delle fondamenta"aveva chiuso un uovo che avrebbe mantenuto in piedi l'intera fortezza. La sua rottura avrebbe provocato non solo il crollo del castello, ma anche una serie di rovinose catastrofi alla città. Chi era questo Virgilio? Forse il grande poeta romano, che aveva scritto l'Eneide e che era stato considerato un alchimista e un cultore di misteri orfici ? oppure  un monaco di nome Virgilio operante nel castello anni prima, anche lui conoscitore di segreti e misteri esoterici? Non si sa , ma la voce stravagante si sparse tra il popolo, poi tra i nobili e la stessa Corte, andando avanti nei secoli successivi fino a quando, nel XIV secolo, ai tempi della regina Giovanna I d'Angiò, la denominazione ufficiale del castello era già quella ancora oggi esistente: il Castel dell'Ovo.
Nel 1154 il figlio di Ruggero, Guglielmo fece costruire un altro castello, allo sbocco del decumano maggiore, nel quale egli trasferì la propria residenza e la Corte quando si spostava a Napoli da Palermo, che era la capitale del Regno. In sua assenza vi sedeva il Vicario.
Il castel dell'Ovo continuò la sua funzione di difesa, venne rafforzato con la costruzione di nuove torri, la Normandia e, nel 1222, la Torre Maestra e la Torre di Mezzo. Federico II vi fece insediare l'Erario dello Stato e il tribunale della camera regia.
Nei periodi successivi con gli Angioini fu in parte restaurato e furono apportate modifiche per utilizzarlocome sede per il tesoro e per la corte. Nel 1370, la regina Giovanna I lo fece ricostruire e approfittò dell’occasione per effettuare dei restauri. Il periodo giovannesco si chiudeva con guerre per l'eredità del regno e scontri violenti tra varie fazioni . I castelli della capitale erano ora in mano della regina legittima, altri com il castello dell'ovo in mano al pretendente Carlo di Durazzo. Il castel dell'Ovo divenne prigione di Stato, ospitando avversari politici.
Castel dell' Ovo oggi
Dal 1442 sul trono di Napoli si insediò Alfonso d’Aragona, che insieme ai successori, apportò nuove modifiche a tutte le fortificazioni di Napoli e dintorni, compreso il Castello dell'ovo. Negli anni 50 del XV secolo si iniziarono lavori che ripararono una strada di collegamento tra il castello e il Chiatamone. Lo stesso castello, che era stato bombardato, fu modificato e assunse una struttura più massiccia: ad esempio le alte torri di tipo medioevale, vennero ridotte in altezza e diventarono più spesse. Fu poi durante il viceregno spagnolo che la linea architettonica del castello mutò drasticamente, le torri vennero ricostruite in forma ottagonale, le mura inspessite e gli armamenti ammodernati, fino a giungere allo stato in cui si presenta oggi. Essendosi modificata anche la linea di costa, più vicina al castello, fu costruito un nuovo ponte di collegamento con la terraferma. Ammodernamenti e ristrutturazioni andarono avanti anche nei secoli successivi: i Borbone fortificarono ancora di più il castello e aggiunsero due ponti levatoi, l’edificio e fu utilizzato solo come prigione e avamposto militare. Con l'unità perdeva anche queste ultime funzioni, la struttura fu abbandonata senza o poca manutenzione e ne fu proposto addirittura l’abbattimento. Per fortuna la proposta rimase solo sulla carta, ma il castello restò in stato di abbandono fino al 1975, anno in cui iniziarono i restauri per rimetterlo in sesto.
Oggi il Castello fa parte del panorama classico di Napoli, è stato ristrutturato e un bel ponte illuminato lo collega al via Caracciolo. Il castello è meta turistica ed è inserito nel cosiddetto Borgo marinaro. Vi si tengono convegni e cerimonie.

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venerdì 3 marzo 2017

Castello di Vigliena


San Giovanni a Teduccio, antica località ad est di Napoli, è oggi un popoloso quartiere della periferia orientale del capoluogo regionale. Fin dalla metà del 1700, l’area orientale della capitale del Regno venne individuata come idonea per industrie e opifici. Nel 1779 sorse la fabbrica dei Granili, una megastruttura destinata a silos di grani, fabbrica cordami e deposito di artiglierie, fu distrutta nell’ultima guerra.
Nell'800 furono insediate lì industrie di tipo tessile e meccaniche, e poi vetrerie e lavorazione di pelli e cuoio. Fu creata lì, a Pietrarsa, la prima industria ferroviaria in Italia: di qui infatti transitò il primo treno nella storia ferroviaria della penisola, il 3 ottobre 1839, da Napoli a Portici. Fu sede poi della Cirio, la famosa industria conserviera, nell' area di Vigliena, di cui scopriremo più avanti l'origine del nome, e di complessi industriali nei settori della energia elettrica e del petrolchimico: la raffineria era direttamente collegata, tramite un particolare oleodotto, alla darsena petroli del porto di Napoli. Attraversando quell'area nei primi anni '60 del XX secolo, ci si accorgeva subito, dal cattivo odore, della presenza di “certe attività”.
Nel marasma di edifici industriali, di grandiose, ma orribili, costruzioni sorte in quell'area, nessuna considerazione c'era stata per una imponente costruzione che sorgeva proprio lì in mezzo, un edificio storico fronte mare, presso la spiaggia di Vigliena: un castello o meglio, i resti di un vecchio castello abbandonato.
Fu costruito tra il 1702 e il 1706 ad opera del Vicerè spagnolo di quegli anni, don Juan Manuel Fernández Pacheco y Zúñiga, marchese di Villena.un paesino dell' area di Valencia, oggi in provincia di Alicante.
Egli era giunto a Napoli come Viceré nel mese di febbraio del 1702 , chiamato a sostituire il duca di Medinaceli, che non aveva lasciato un bel ricordo di sé. “Assa fa a Ddio, se n'è gghiuto” “ ha tenuto sempe ' a puzza sott' o naso”,questi i commenti più benevoli tra la popolazione e anche la nobiltà
Don Juan aveva cinquattaquattro anni, era un gran signore, dottore in scienze matematiche e militari, filosofia e teologia, comandante di cavalleria e già vicerè in Sicilia.
Forte di Vigliena:ricostruzione
La situazione del Viceregno non era delle migliori, l' impero spagnolo si stava lentamente dissolvendo in una grande guerra europea contro l'Austria, appoggiata dall'Inghilterra e altri Stati.
iLe truppe austriache erano vittoriose dappertutto e nel 1703 erano già in Toscana. Da li si stavano preparando all'occupazione del viceregno.
Villena cercò di fare il possibile per la difesa del territorio, organizzando l'esercito disponibile e chiedendo finanziamenti alla aristocrazia locale e al popolo, che però non ne vollero sapere.
Per una migliore difesa delle coste e della capitale, diede subito ordine di costruire un forte fuori le mura e vicino al mare, individuando, con i suoi consiglieri, l'area di S.Giovanni a Teduccio.
Fu questa l'origine del nome dell'area, Villena, in spagnolo infatti si pronuncia  Vigliena.
Il castello fu disegnato in forma pentagonale e circondato da un fossato: l'accesso sarebbe stato protetto da un rivellino, cioè un'altro forte più piccolo posto a protezione della porta del castello.
Per la costruzione fu utilizzato tufo e pietra vesuviana, le mura arrivarono solo a sei metri per mimetizzarsi meglio con la configurazione del terreno. In questo modo, si pensava di poter limitare o evitare bombardamenti dal mare e poter portare attacchi di sorpresa contro eventuali invasori, sia con il tiro dei cannoni posti sui due lati frontali, sia con le fucilate provenienti dalle feritoie disseminate lungo le mura.
 Fu scavato all'esterno un fossato della larghezza di 9 metri e profondo 5, mentre nel cortile interno furono sistemati un pozzo e alcuni ambienti adibiti a servizi accessori (refettorio, officina d'armi, deposito attrezzi, etc.) e utilizzati anche per accedere direttamente al piano sopraelevato di ronda.
  Dal cortile, inoltre, era possibile entrare nei bastioni, dotati di tunnel sotterranei per il trasporto di armi e munizioni. Il forte sembrava ben attrezzato ma la sconfitta era nell'aria e dipendeva soltanto dalla grande politica europea: Napoli Il 7 luglio 1707 fu occupata da truppe austriache, Villena se ne andò a imbarcarsi per Gaeta. Finiva così il viceregno spagnolo, iniziava quello austriaco. Di Villena restò il nome alla zona di S.Giovanni a Teduccio e il castello.
Il viceregno austriaco durò poco, 27 anni: nel 1734 Carlo di Borbone diventava Re del Regno di Napoli e di Sicilia. Il forte di Vigliena restò in piedi e fu ancora utilizzato come struttura militare.
Intorno iniziarono a sorgere fabbriche e industrie, i Granili come abbiamo detto all'inizio, nel 1779 con il re Ferdinando IV.
Gli eventi successivi di fine secolo portarono però alla distruzione parziale del castello. Accadde a giugno del 1799, la Repubblica partenopea, costituitasi appena sei mesi prima, stava cedendo davanti all'avanzata delle bande sanfedistedel cardinale Ruffo e degli eserciti alleati, mentre la guarnigione francese aveva già abbandonato la città. Il comandante del forte, dopo due giorni di assedio e la breccia prodotta nelle mura, ritenendo che non c'era più niente da fare, decise di dar fuoco alle polveri e mori nello scoppio con tutti gli altri assediati e molti assedianti.
Vigliena oggi
La distruzione del forte e l’annientamento dell’intera guarnigione dette slancio ai sanfedisti per assalire il Castello del Carmine, aprendo la porta alla conquista della città e ai massacri che seguirono.
Durante il Regno delle Due Sicilie l’area delimitata dai ruderi fu usata come poligono di tiro per i cadetti della accademia militare della Nunziatella, poi fu abbandonata a diversi interventi abusivi di strutture sia pubbliche, che private. Nel 1891, tuttavia, per iniziativa di alcuni parlamentari, quali Imbriani e Pasquale Villari, il forte fu proclamato “monumento nazionale” e fu sottoposto a restauro. Nel 1906, una parte di essa fu demolita per lasciare spazio a una struttura militare.
Oggi è solo una discarica di rifiuti, rifugio di tossicodipendenti e cimitero di carcasse di animali, anche se non mancano proposte e progetti di interventi da parte del Comune per il recupero dell'area.


















domenica 12 febbraio 2017

Capri, il castello


Capri, la perla del Tirreno, l'isola delle sirene, cantata da poeti e musicisti, milioni di turisti da tutto il mondo e per tutto l'anno: I faraglioni, la Grotta azzurra, monte Solaro, la Piazzetta e altro....Chi penserebbe oggi a Capri come sede in una struttura militare, un castello? Ma, cominciamo dall' inizio.
Prima di tutto il nome: , alcuni sostengono la derivazione dal greco antico Kapros (cinghiale), altri dal latino Caprae (capre). Scavi archeologici testimoniano la presenza di vita primitiva sull'isola: la sua storia è legata al Mar Mediterraneo e ai popoli che lo hanno attraversato e hanno colonizzato le coste meridionali della penisola, Fenici, Greci e altri. Dei primi abitanti troviamo traccia in Virgilio ( Eneide, VII, 733 ss.) che elenca i nomi dei popoli nemici di Enea e accenna a Ebalo, figlio della ninfa Sebetide e di Telone, re dei Teleboi di Capri e signore di gran parte della Campania. I Teleboi erano una popolazione propveniente dall'Acarnania, una regione della Grecia affacciata sul mar Ionio.f
Ottaviano Augusto ,il princeps romano fece dell'isola un suo dominio privato nel 29 d.C., mentre il suo successore, Tiberio, ne fu il primo villeggiante famoso. Egli la scelse per ritirarsi dalla vita politica di Roma, e fece costruire la Villa Jovis dove fissò la sua dimora.
Nei periodi successivi alla caduta dell'Impero romano, e dopo varie dominazioni, Capri passò sotto la repubblica di Amalfi. Il Mediterraneo non era più il mare nostrum, numerosi erano in nemici che si aggiravano per qual mare, i potenti vicini del Ducato di Napoli, ma soprattutto i pirati Saraceni.
Per difendersi occorreva stare in guardia e sorvegliare “lo nero periglio che vien da lo mare”. Fu così che, probabilmente alla fine del IX secolo, sulla collina dell'isola, a più di 400 metri sul livello del mare, su una spianata dell' attuale monte Solaro, nel territorio oggi del comune di Anacapri, fu eretto un castello.
Gli storici, per dimostrarne l'esistenza, riferiscono di un documento del 988, che assegnava a un tal Giovanni, conte di Capri, «unam silvam ad angulum ipsum castellum».
Un riferimento più moderno lo troviamo in “ Capri “, di Alberto Savinio ( 1988, Ed.Adelphi), pittore e scrittore, che nel 1926, in visita nell'isola, descriveva l'esplorazione al “ Castello e la Torre che sovrastano la punta orientale di Capri”.
I ruderi attuali mostrano una pianta quadrangolare,e nella parte più alta quella che doveva essere il nucleo centrale della costruzione, e la zona residenziale .C' era una cappella e un un piccolo campanile, oltre a una cisterna.
L'isola attraversò un periodo di tranquillità fino alla conquista normanna avvenuta poi nel 1139. I normanni, nel 1129, per piegare Amalfi, attaccarono e presero prima le isole Li Galli, quelle tre isolette al largo di Positano e quindi Capri, dove uccisero tutti . Capri perciò, con Amalfi e Napoli, enrtò a far parte del regno normanno di Sicilia.
Il castello era originariamente collegato al centro abitato di Capri, di cui costituiva la più importante difesa, tramite una lunga murazione e delle torri di cui sono rimaste soltanto due di forma circolare, costruite in epoca angioina.
Come accadeva per tutti i vecchi castelli medioevali di tutta l'Europa , anche quello caprese dovette essere ammodernato e ristrutturato con nuove mura e torri cilindriche per difendersi dalle nuove tecniche di assedio e soprattutto dalle nuove armi da fuoco, cannoni e mortai.
Gli assalti dal mare nel corso dei secoli furono numerosi e nel 1535 l'isola fu presa dai pirati saraceni guidati dal famoso Barbarossa, Khayr al-Din , che distrusse il castello, rapinò e prese schiava tutta la popolazione.
Da allora, malgrado le buone intenzioni e una parvenza di inizio lavori, la fortezza non fu mai più ricostruita e completamente ignorata fino agli inizi del XIX secolo.
Era il periodo post rivoluzionario francese, le armate napoleoniche vincevano su tutti i fronti, c'era guerra continua tra Francia e Inghilterra e Napoleone imperatore, a governare Napoli furono mandati prima Giuseppe, il fratello di Napoleone, e quindi Gioacchino Murat, il marito di Carolina Bonaparte. L'isola era stata presa dagli Inglesi nel 1806, che ricostruirono il castello e lo rinforzarono, con adeguata guarnigione e armamanti puntati contro la capitale del regno. Renata de Lorenzo in “ Murat “ (2011 Salerno Editrice) parla non solo di 1800 soldati ma di “ 5 forti ben armati”.
Ma due anni dopo i soldati francesi guidati da Gioacchino Murat riconquistarono l'isola con uno storico attacco ad Anacapri, dove circondarono e presero il Forte. I francesi completarono l'opera di fortificazione dell'isola, realizzando una cinta muraria (oggi ancora visitabili) e restarono a Capri fino al crollo dell'impero napoleonico e al ritorno dei Borbone nel 1815.
Verso la metà del secolo, l'interesse per i reperti archeologici e per l'ambiente mediterraneo portarono viaggiatori a visitare l 'isola e le rovine del castello.
Alla fine dell' 800 il castello fu acquistato, insieme al territorio circostante, dal medico svedese Axel Munthe, che era accorso a Napoli nel 1884 per curare i colpiti dall'epidemia di colera di quell'anno. Innammorato di Capri, egli acquisto il vecchio castello e si costrui la villa San Michele a Anacapri, dove visse dopo essersi ritirato dalla vita pubblica. Dopo la sua morte, il castello fece parte della Fondazione Axel Munthe e fu proprietà del Consolato Svedese che ha sede nella villa.
Nel 1938, fu costruita una strada di collegamento dal castello al centro abitato. Nel 1957 fu effettuato un intervento di restauro, furono abbattuti ruderi del mastio centrale e della cappella, per ricavare lo spazio necessario ai nuovi edifici per abitazione privata.
Degli antichi elementi di difesa rimangono due torri, situate nella parte inferiore della struttura, una a pianta quadrata, costruita in epoca sveva e un'altra, a pianta circolare, di età angioina.
L’immobile oggi è ad uso abitativo privato, ma non se ne conosce la proprietà e sembra sia messo in vendita.












martedì 31 gennaio 2017

Castellammare


La città di Castellammare ( di Stabia) reca già nel nome l'esistenza, o il ricordo, di un castello posto sul mare, edificato a Stabia, antica città della costa campana, a sud di Pompei, tra i monti Lattari e il fiume Sarno. La favorevole posizione sul mare,  una zona ricca di acque e di fertili pianure di origine vulcanica, favorirono i primi insediamenti già dall'VIII secolo a.C. da parte di Sanniti, popolazione indigena, poi Etruschi e  Greci, e quindi Romani.
Il nome di Stabiae fu dato dai Romani, che presero quel villaggio a picco sul mare, nel 340 a.C. L' abitato  fu fortificato e probabilmente per difendersi da incursioni nemiche, furono costruite Torri di guardia sul mare.
Da allora Stabiae, come accadde per quasi tutte le città della costa campana, costituì un luogo di villeggiatura per i ricchi patrizi romani che costruirono le loro ville. Non erano più necessarie torri o castra, nel mare nostrum  non c'erano più nemici e lì vicino, a poche miglia, a Miseno, c'era la base navale della flotta del Tirreno.
L'eruzione del 79 d.C., che distrusse Pompei ed Ercolano colpi anche Stabiae, ma  secondo gli storici, non ci fu un gran numero di vittime, poichè essendo un luogo di villeggiatura, era poco abitata.
I superstiti, cessata l'eruzione e passata la paura, in attesa degli aiuti statali - anche all'epoca veniva nominato un commissario del Senato per l'accertamento dei danni e per le ricostruzione..., non sembra cambiato molto anche oggi.. - tornarono a recuperare cio che restava delle loro case, e iniziarono a ricostruire un nuovo insediamento lungo la costa.
Questa, nei periodi successivi, non era più sicura come una volta, poichè il Mediterraneo nel corso del tempo, non era più un lago romano. La decadenza dell'Impero e le invasioni barbariche portarono altri  dominatori, i Goti, i Bizantini, i pirati Saraceni e i Normanni.
Quel che restava di Stabia fece parte del Ducato di Sorrento, che nel VII secolo faceva parte del Ducato di Napoli e successivamente, nell'800, si rese competamente autonomo. Sorrento  ebbe molti nemici, dai Longobardi di Benevento ai Saraceni, da Amalfi a Napoli.
Per difendersi,  intorno all'anno 1000, fu costruito, su un'altura di circa 100 metri sul livello del mare, la collina di Pozzano - oggi località balneare - secondo alcuni storici, il castrum ad mare, la cui traduzione italiana è facile.
Secondo l'ipotesi più realistica si ritiene che, a parte la possibile modifica della linea di costa, il castello era munito di una cinta muraria che, partendo  dal complesso centrale, scendeva giù per la collina fino al  mare, dove terminava con una torre di avvistamento. In questo punto il mare incontrava il castello e da qui il nome di Castello a mare.
Con la conquista normanna, Castellammare, e tutta l'area sorrentina entrarono a far parte del Regno di Sicilia. Il castello fu in seguito riparato  per ordine di Federico II, e più avanti ristrutturato dagli Angioini conservando sempre la sua funzione difensiva. Anche Castellammare faceva parte del sistema difensivo a guardia del golfo e della capitale del regno, sia a nord con i castelli di Baia e delle isole maggiori, sia a sud e poi, come vedremo, quelli di Napoli stessa.
Successivamente il regno passò sotto il controllo degli Aragonesi, che non fecero altro, per tutti i sessanta anni del loro regno, che difendersi da attacchi continui. Essi perciò ristrutturarono e, come avevano già fatto altrove, rinforzarono anche il castello a mare di Stabia, con possenti muri di cinta.  Era l'epoca di grandi trasformazioni in campo militare, apparivano le prime armi da fuoco e i cannoni.
Il castello conservò la sua potenza  per tutto il periodo del viceregno spagnolo, ma nel XVIII secolo cominciò il suo lento declino. Con i Borbone il castello non ebbe più alcuna funzione, mentre la città diventò una delle più floride del regno, soprattutto con la  creazione dei Cantieri navali e anche con la scoperta di antichi resti romani di Stabiae e delle Terme.
Con l'unità, l'area si riempì di industrie tra cui conservifici,  cartiere, pastifici, cantieri metallurgici e diverse industrie meccaniche e tessili. La denominazione ufficiale di Castellammare avvenne con regio decreto nel 1863.
E il castello? Abbandonato a se stesso e privato di ogni minimo intervento di manutenzione, era ridotto a un rudere. Restava il piedi, in parte, la Torre sul mare.
Il Demanio, ai primi del XX secolo, lo vendette a privati - come era accaduto nello stesso periodo al castello di Ischia - e quindi restaurato e ristrutturato come abitazione privata. Oggi è visibile solo all'esterno sulla via panoramica e non è visitabile.
La Torre fu distrutta nell'ultimo dopoguerra,  quando lì vicino si insediò uno stabilimento calce e cementi che sfruttava le rocce calcaree prelevate dalla montagna adiacente.

giovedì 5 gennaio 2017

Il Castello di Nisida


Venendo da Napoli per la via nuova di Posillipo, di dietro all'altra collina tufacea crestata di elci e di querce, spunta il primo lembo della verde isoletta, e poi la si ha tutta innanzi, piccola e snella, cosparsa di rare case bianche, recante come ghirlanda sul capo il rotondo suo castello, nell'abbagliante azzurro del cielo e del mare,......”.(Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, 1919).

Il golfo e la costa napoletana furono subito notati, qualche migliaio di anni fa, da mercanti Fenici, che stabilirono empori commerciali, navigatori e profughi Micenei che scappavano davanti alle scorrerie di pirati e all'invasioni doriche e altri popoli del mare, e poi “migranti” provenienti soprattutto dall'Eubea, in cerca di nuove patrie, e che colonizzarono la Sicilia e l ' area meridionale della penisola, spingendosi fino all'isola d'Ischia, Procida e nell'area del monte Echia, dove fondarono Partenope.
Piccoli insediamenti vennero fondati anche su due isolotti, uno chiamato Megaride nello specchio d'acqua prospiciente l'attuale zona di S. Lucia e l'altro davanti all ' estremo capo della collina di Posillipo., e che fu chiamato Nesis, Nisida. Tra questa e la costa c'era poi un piccolo isolotto, poco più di uno scoglio, che fu chiamato Leimon e successivamente isolotto del Coppino o Chiuppino,
Nisida,
ormai sparito perchè inglobato nel ponte di collegamento, costruito nel 1934.
La zona si riempi di leggende, quello spazio di mare fino a Capri fu considerato il luogo dove vivevano le Sirene, e a Megaride i coloni individuarono il luogo dove la sirena Partenope andò a morire.
Nisida seguì la sorte di Neapolis e delle località vicine, quella cioè di essere considerate luoghi per l'”otium”,un concetto romano molto aristocratico: una disoccupazione studiosa, la contemplazione, la meditazione, le discussioni filosofiche, oltre, naturalmente, tutte le attività del tempo libero, i bagni, i pranzi e le cene, il teatro. In sostanza le vacanze e l'allontanamento dal nec-otium, il lavoro, l'attività.
Qui aveva una piccola villa Marco Giunio Bruto, il figlio assassino di Giulio Cesare. Dopo l'assassinio, quì Bruto si ritirò, prima di andare a morire nella battaglia di Filippi contro Ottaviano e Marco Antonio. Di questa villa e di altre di età romana non ci sono più tracce. Sul lato non visibile da terra c'era l'insenatura di porto Paone per l'approdo, quando l'isola non era collegata alla terraferma dal moderno molo. Nisida doveva essere più grande di come appare oggi. Essa, secondo esperti e archeologi, emerge infatti solo per 1/6 della sua grandezza totale: nei fondali sottomarini si vedono manufatti di epoca romana, sommersi per il fenomeno del bradisismo.
In età medievale l'isola fu donata alla Chiesa e vi fu fondato un monastero di S.Arcangelo, e la chiesa che fu chiamata, S.Angelo de Zippio. L'isola,infatti,era stata rinominata Gipeum o Zippium.
La Chiesa non era insensibile a possibili guadagni e così dette in affitto l'isola a vari personaggi che a loro volta la sfruttarono economicamente. Nella seconda metà del XIV secolo, sotto il governo della regina Giovanna I d'Angiò, fu costruita sul punto più alto dell'isola, una Torre di Guardia, per il controllo del territorio e di quel tratto di mare.
Verso la metà del '400, con il Rinascimento e la scoperta dei classici greco romani, l'isola fu rinominata di nuovo Nisida. In quegli anni regnava a Napoli un'altra Regina di nome Giovanna, la seconda. Un periodo ingarbugliato fatto di intrecci strani, alleanze e tradimenti, attacchi interni ed esterni al Regno, pretendenti al trono, congiure e ribellioni, Papa e antipapa, donne e uomini in cerca di potere e di ricchezze, e eredi al trono scelti senza criterio dalla regina senza figli: prima Luigi d'Angiò, poi Alfonso d'Aragona, poi di nuovo l'Angiò, e poi la guerra che finirà nel 1443 con la vittoria di Alfonso.
Nisida, porto Paone e castello
Fu allora che la Torre fu trasformata in un castelletto. Erano in aumento le incursioni saracene nei possedimenti spagnoli in Italia. Continui allarmi e saccheggi turbavano la vita lungo le coste del territorio vicereale e frenavano pesca e commercio. Serviva ben altro che una sola torre, si avviò la costruzione di bastioni costieri e la ristutturazione di quelli già esistenti, tra i quali anche quello esistente a Nisida, che fu munito di cannoni e soldati. Lo scoglio del Coppino fu invece utilizzato come lazzaretto
Nel XVI secolo Nisida era comunque proprietà privata e così restò prima con la famiglia Piccolomini e successivamente, fino al XVIII secolo, con i Duchi Macedonio.
Nel 1626, si verificò una grande epidemia di peste che colpì anche la capitale del regno, il castello di Nisida, malgrado le proteste dei proprietari, fu requisito e adibito a Lazzaretto, non bastando più quello vecchio esistente sullo scoglio del Coppino. Iniziò da allora un lento declino e venne meno la sua funzione di avvistamento e difesa.
Con l'avvento dei Borbone l'isola passò al Demanio dello Stato; dopo il periodo murattiano, nel 1815, l'edificio del vecchio castello fu riadattato e trasformato in prigione. Nel 1832 fu affidato all'architetto De Fazio l'incarico di costruire un nuovo molo per unire Nisida con l'isolotto del lazzaretto vecchio. I lavori furono ripresi nel 1847, il molo congiunse Nisida allo scoglio più vicino alla costa di Coroglio. Mancava poco per unire l'isola alla terraferma, ma si dovette attendere fino al 1934.
Sull'isola restò il penitenziario anche dopo l'unità, mentre nel 1933 fu convertito in riformatorio giudiziario per minori, come è rimasto fino ad oggi. A causa della presenza di questo istituto, l'isola non è accessibile a tutti.




martedì 27 dicembre 2016

Terre murate, Il castello di Procida



  
Ischia è una isola assai vicina di Napoli, nella quale fu già tra l'altre una giovinetta bella e lieta molto, il cui nome fu Restituta, e figliuola d'un gentil uom dell'isola, che Marin Bolgaro avea nome, la quale un giovanetto, che d'una isoletta ad Ischia vicina, chiamata Procida, era, e nominato Gianni, amava sopra la vita sua, ed ella lui. Il quale, non che il giorno d...a Procida ad usare ad Ischia per vederla venisse, ma già molte volte di notte, non avendo trovata barca, da Procida infino ad Ischia notando era andato, per poter vedere, se altro non potesse, almeno le mura della sua casa.(Giovanni Boccaccio, Decamerone, V° giornata, Novella VI.)

Corricella
Nel 1744, Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia da 10 anni, dispose la trasformazione del Castello di Procida in Palazzo Reale, e l'isola divenne una delle riserve di caccia reali.
Circa un secolo dopo, nel 1830, il castello fu trasformato in bagno penale. Subì allora le necessarie modifiche come celle, camerate comuni e cubicoli. Ma, cominciamo dall' inizio.
L'isola di Procida è una delle tre isole del golfo di Napoli, le altre due sono le più conosciute Capri e Ischia. Il territorio comunale di Procida si estende anche all'isolotto di Vivara, che qualche migliaio di anni fa era unito a Procida. Alcuni ritrovamenti archeologici su Vivara hanno fatto pensare che l'isola fosse già abitata intorno al XVI o XV secolo a.C., probabilmente da coloni Micenei. Tanto per inquadrare il periodo storico, i Micenei furono quelli della guerra di Troia. Intorno all'VIII secolo a.C, Procida fu abitata da coloni dell'isola di Eubea e poi dai Greci di Cuma. Durante la dominazione romana, Procida divenne sede di ville e di insediamenti sparsi; fu luogo di villeggiatura dei patrizi romani, così come accadeva per gli altri siti Flegrei, come Baia, Miseno e altri.
Dopo la fine dell'Impero romano, l'isola subì le devastazioni di Vandali e Goti e successivamente fece parte del Ducato bizantino (poi autonomo) di Napoli.
L'isola diventò rifugio per le popolazioni in fuga dalle devastazioni dovute alle invasioni e alle scorrerie dei pirati saraceni. Ci si rifugiò sul promontorio della Terra, il rilievo più elevato dell'isola, naturalmente difeso da pareti a picco sul mare e poi fortificato: lo chiamarono Terra Murata.
Procida seguì quindi le vicende politiche del Regno di Napoli, subendo le varie dominazioni normanne, sveve, angioine: ricordiamo Giovanni da Procida consigliere di Federico II e animatore della rivolta dei Vespri siciliani contro gli Angioini. Ci furono poi gli Aragonesi e il viceregno spagnolo, gli Austriaci per pochi anni fino al 1734 anno della rinascita del Regno autonomo con Carlo di Borbone. Nel 1529, durante il vice regno spagnolo, l'isola fu concessa in feudo alla famiglia d' Avalos d'Aquino d'Aragona, nobile famiglia napoletana. Il primo feudatario fu Alfonso III d'Avalos, marchese del Vasto e generale dell'imperatore Carlo V, che ereditò anche l'isola di Ischia dal cugino Fernando d'Avalos, che fu sposato a Vittoria Colonna, ma morì senza eredi diretti. Alfonso d' Avalos era nato proprio a Ischia nel 1502, mentre il cugino Fernando era napoletano di Napoli. Era un'epoca di guerre continue in Europa, e il Mediterraneo era infestato dai pirati saraceni, come Khayr al Din, soprannominato il Barbarossa e Dragut: entrambi devastarono più volte l'isola che provò a fortificarsi sempre più sulle alture delle Terre murate, erigendo torri di avvistamento e una seconda cinta muraria intorno al borgo. Il castello, distrutto da una di queste incursioni, poi fu ricostruito sul finire del XVI secolo per volonta del Cardinale Ignico d'Avalos, dagli architetti Giovan Battista Cavagna romano di nascita, insieme a Benevenuto Tortelli,bresciano, non solo architetto ma anche scultore in legno. Successivamente fu Palazzo Reale dei Borbone fino al 1815, quando fu trasformato in Scuola militare, solo nel 1830/31 si pensò a utilizzarlo come carcere.
Terre murate e Castello
Le prigioni esistenti in Napoli non erano più sufficienti e versavano in uno stato di estremo disagio per sovraffollamento e altro: la Vicaria e anche S. Francesco, riadattato nel 1792,non bastavano più. Si cominciò così a pensare ad altri siti utilizzando, come già accadeva in Inghilterra e Francia, le isole: dopo aver provato a colonizzare le Tremiti e Ventotene, dopo aver costruito un carcere sull'isolotto di Santo Stefano, si pensò al Golfo della capitale: Nisida poteva andare anche se troppo vicina alla costa, Capri, troppo bella e troppo scogli. restavano Ischia e Procida, fu scelta prima Procida e il Re rinunziò al palazzo di Terre murate, per far luogo a modifihe e ampliamenti necessari per la trasformazione in carcere. La struttura venne divisa in quattro livelli destinati a diverse categorie di detenuti, in base alla gravità della pena. I piani bassi, umidi ed angusti, ospitavano prigionieri politici o assassini; il piano più alto, chiamato Reclusione, era occupato da condannati al ‘minimo dei ferri’: i detenuti comuni. Nei sotterranei vi erano, invece, locali interrati utilizzati come celle di rigore. Il complesso subì nel tempo molte trasformazioni: dalle aree sottostanti vennero ricavati ulteriori spazi per soddisfare le mutate esigenze (celle, servizi igienici, lavanderie, infermeria) e, nel 1850, fu realizzato anche un opificio, volto ad attenuare le condizioni di degrado in cui versavano i detenuti. Procida fu definita la regina delle galere borboniche, “la cloaca massima dove, naturalmente, percola quanto la società ha di più feccioso ed infame: briganti, assassini, parricidi, grassatori, ladri, falsari…”. Fu Luigi Settembrini, intellettuale antiborbonico, a fornire pessime descrizioni delle prigioni dell'epoca, da quella di S.Stefano a Procida, ma poi, pochi mesi prima di morire, nel 1876, si rimangiò tutto. Egli infatti confessò che era stato alquanto esagerato nelle descrizioni.:“ ... se in qualcuno c'è esagerazione come per esempio nelle torture date a Napoli ed in Sicilia, l'esagerazione non è sua, ma nostra che noi tutto esageriamo. A me e ai miei amici non è stato mai torto un capello nel carcere....la cuffia del silenzio, le cannucce nelle dita. ec. sono invenzioni.... Ho letto in molti libri e da poco nella Storia dello Zini, di sevizie patite da noi condannati politici: ciò non è esatto. Nessuno non ardì mai metterci le mani addosso, né prima né dopo la condanna.....Una fu la grande sevizia, chiuderci con ladri e omicidi; i quali, del resto, ebbero sempre grande rispetto per noi...”.
Quel carcere fu ereditato dal Regno d'Italia e poi dalla Repubblica, e fu chiuso solo nel 1988.
Forni l'ambientazione per il film Detenuto in attesa di giudizio, con Alberto Sordi.