Storia e storie

Racconti

venerdì 3 marzo 2017

Castello di Vigliena


San Giovanni a Teduccio, antica località ad est di Napoli, è oggi un popoloso quartiere della periferia orientale del capoluogo regionale. Fin dalla metà del 1700, l’area orientale della capitale del Regno venne individuata come idonea per industrie e opifici. Nel 1779 sorse la fabbrica dei Granili, una megastruttura destinata a silos di grani, fabbrica cordami e deposito di artiglierie, fu distrutta nell’ultima guerra.
Nell'800 furono insediate lì industrie di tipo tessile e meccaniche, e poi vetrerie e lavorazione di pelli e cuoio. Fu creata lì, a Pietrarsa, la prima industria ferroviaria in Italia: di qui infatti transitò il primo treno nella storia ferroviaria della penisola, il 3 ottobre 1839, da Napoli a Portici. Fu sede poi della Cirio, la famosa industria conserviera, nell' area di Vigliena, di cui scopriremo più avanti l'origine del nome, e di complessi industriali nei settori della energia elettrica e del petrolchimico: la raffineria era direttamente collegata, tramite un particolare oleodotto, alla darsena petroli del porto di Napoli. Attraversando quell'area nei primi anni '60 del XX secolo, ci si accorgeva subito, dal cattivo odore, della presenza di “certe attività”.
Nel marasma di edifici industriali, di grandiose, ma orribili, costruzioni sorte in quell'area, nessuna considerazione c'era stata per una imponente costruzione che sorgeva proprio lì in mezzo, un edificio storico fronte mare, presso la spiaggia di Vigliena: un castello o meglio, i resti di un vecchio castello abbandonato.
Fu costruito tra il 1702 e il 1706 ad opera del Vicerè spagnolo di quegli anni, don Juan Manuel Fernández Pacheco y Zúñiga, marchese di Villena.un paesino dell' area di Valencia, oggi in provincia di Alicante.
Egli era giunto a Napoli come Viceré nel mese di febbraio del 1702 , chiamato a sostituire il duca di Medinaceli, che non aveva lasciato un bel ricordo di sé. “Assa fa a Ddio, se n'è gghiuto” “ ha tenuto sempe ' a puzza sott' o naso”,questi i commenti più benevoli tra la popolazione e anche la nobiltà
Don Juan aveva cinquattaquattro anni, era un gran signore, dottore in scienze matematiche e militari, filosofia e teologia, comandante di cavalleria e già vicerè in Sicilia.
Forte di Vigliena:ricostruzione
La situazione del Viceregno non era delle migliori, l' impero spagnolo si stava lentamente dissolvendo in una grande guerra europea contro l'Austria, appoggiata dall'Inghilterra e altri Stati.
iLe truppe austriache erano vittoriose dappertutto e nel 1703 erano già in Toscana. Da li si stavano preparando all'occupazione del viceregno.
Villena cercò di fare il possibile per la difesa del territorio, organizzando l'esercito disponibile e chiedendo finanziamenti alla aristocrazia locale e al popolo, che però non ne vollero sapere.
Per una migliore difesa delle coste e della capitale, diede subito ordine di costruire un forte fuori le mura e vicino al mare, individuando, con i suoi consiglieri, l'area di S.Giovanni a Teduccio.
Fu questa l'origine del nome dell'area, Villena, in spagnolo infatti si pronuncia  Vigliena.
Il castello fu disegnato in forma pentagonale e circondato da un fossato: l'accesso sarebbe stato protetto da un rivellino, cioè un'altro forte più piccolo posto a protezione della porta del castello.
Per la costruzione fu utilizzato tufo e pietra vesuviana, le mura arrivarono solo a sei metri per mimetizzarsi meglio con la configurazione del terreno. In questo modo, si pensava di poter limitare o evitare bombardamenti dal mare e poter portare attacchi di sorpresa contro eventuali invasori, sia con il tiro dei cannoni posti sui due lati frontali, sia con le fucilate provenienti dalle feritoie disseminate lungo le mura.
 Fu scavato all'esterno un fossato della larghezza di 9 metri e profondo 5, mentre nel cortile interno furono sistemati un pozzo e alcuni ambienti adibiti a servizi accessori (refettorio, officina d'armi, deposito attrezzi, etc.) e utilizzati anche per accedere direttamente al piano sopraelevato di ronda.
  Dal cortile, inoltre, era possibile entrare nei bastioni, dotati di tunnel sotterranei per il trasporto di armi e munizioni. Il forte sembrava ben attrezzato ma la sconfitta era nell'aria e dipendeva soltanto dalla grande politica europea: Napoli Il 7 luglio 1707 fu occupata da truppe austriache, Villena se ne andò a imbarcarsi per Gaeta. Finiva così il viceregno spagnolo, iniziava quello austriaco. Di Villena restò il nome alla zona di S.Giovanni a Teduccio e il castello.
Il viceregno austriaco durò poco, 27 anni: nel 1734 Carlo di Borbone diventava Re del Regno di Napoli e di Sicilia. Il forte di Vigliena restò in piedi e fu ancora utilizzato come struttura militare.
Intorno iniziarono a sorgere fabbriche e industrie, i Granili come abbiamo detto all'inizio, nel 1779 con il re Ferdinando IV.
Gli eventi successivi di fine secolo portarono però alla distruzione parziale del castello. Accadde a giugno del 1799, la Repubblica partenopea, costituitasi appena sei mesi prima, stava cedendo davanti all'avanzata delle bande sanfedistedel cardinale Ruffo e degli eserciti alleati, mentre la guarnigione francese aveva già abbandonato la città. Il comandante del forte, dopo due giorni di assedio e la breccia prodotta nelle mura, ritenendo che non c'era più niente da fare, decise di dar fuoco alle polveri e mori nello scoppio con tutti gli altri assediati e molti assedianti.
Vigliena oggi
La distruzione del forte e l’annientamento dell’intera guarnigione dette slancio ai sanfedisti per assalire il Castello del Carmine, aprendo la porta alla conquista della città e ai massacri che seguirono.
Durante il Regno delle Due Sicilie l’area delimitata dai ruderi fu usata come poligono di tiro per i cadetti della accademia militare della Nunziatella, poi fu abbandonata a diversi interventi abusivi di strutture sia pubbliche, che private. Nel 1891, tuttavia, per iniziativa di alcuni parlamentari, quali Imbriani e Pasquale Villari, il forte fu proclamato “monumento nazionale” e fu sottoposto a restauro. Nel 1906, una parte di essa fu demolita per lasciare spazio a una struttura militare.
Oggi è solo una discarica di rifiuti, rifugio di tossicodipendenti e cimitero di carcasse di animali, anche se non mancano proposte e progetti di interventi da parte del Comune per il recupero dell'area.


















domenica 12 febbraio 2017

Capri, il castello


Capri, la perla del Tirreno, l'isola delle sirene, cantata da poeti e musicisti, milioni di turisti da tutto il mondo e per tutto l'anno: I faraglioni, la Grotta azzurra, monte Solaro, la Piazzetta e altro....Chi penserebbe oggi a Capri come sede in una struttura militare, un castello? Ma, cominciamo dall' inizio.
Prima di tutto il nome: , alcuni sostengono la derivazione dal greco antico Kapros (cinghiale), altri dal latino Caprae (capre). Scavi archeologici testimoniano la presenza di vita primitiva sull'isola: la sua storia è legata al Mar Mediterraneo e ai popoli che lo hanno attraversato e hanno colonizzato le coste meridionali della penisola, Fenici, Greci e altri. Dei primi abitanti troviamo traccia in Virgilio ( Eneide, VII, 733 ss.) che elenca i nomi dei popoli nemici di Enea e accenna a Ebalo, figlio della ninfa Sebetide e di Telone, re dei Teleboi di Capri e signore di gran parte della Campania. I Teleboi erano una popolazione propveniente dall'Acarnania, una regione della Grecia affacciata sul mar Ionio.f
Ottaviano Augusto ,il princeps romano fece dell'isola un suo dominio privato nel 29 d.C., mentre il suo successore, Tiberio, ne fu il primo villeggiante famoso. Egli la scelse per ritirarsi dalla vita politica di Roma, e fece costruire la Villa Jovis dove fissò la sua dimora.
Nei periodi successivi alla caduta dell'Impero romano, e dopo varie dominazioni, Capri passò sotto la repubblica di Amalfi. Il Mediterraneo non era più il mare nostrum, numerosi erano in nemici che si aggiravano per qual mare, i potenti vicini del Ducato di Napoli, ma soprattutto i pirati Saraceni.
Per difendersi occorreva stare in guardia e sorvegliare “lo nero periglio che vien da lo mare”. Fu così che, probabilmente alla fine del IX secolo, sulla collina dell'isola, a più di 400 metri sul livello del mare, su una spianata dell' attuale monte Solaro, nel territorio oggi del comune di Anacapri, fu eretto un castello.
Gli storici, per dimostrarne l'esistenza, riferiscono di un documento del 988, che assegnava a un tal Giovanni, conte di Capri, «unam silvam ad angulum ipsum castellum».
Un riferimento più moderno lo troviamo in “ Capri “, di Alberto Savinio ( 1988, Ed.Adelphi), pittore e scrittore, che nel 1926, in visita nell'isola, descriveva l'esplorazione al “ Castello e la Torre che sovrastano la punta orientale di Capri”.
I ruderi attuali mostrano una pianta quadrangolare,e nella parte più alta quella che doveva essere il nucleo centrale della costruzione, e la zona residenziale .C' era una cappella e un un piccolo campanile, oltre a una cisterna.
L'isola attraversò un periodo di tranquillità fino alla conquista normanna avvenuta poi nel 1139. I normanni, nel 1129, per piegare Amalfi, attaccarono e presero prima le isole Li Galli, quelle tre isolette al largo di Positano e quindi Capri, dove uccisero tutti . Capri perciò, con Amalfi e Napoli, enrtò a far parte del regno normanno di Sicilia.
Il castello era originariamente collegato al centro abitato di Capri, di cui costituiva la più importante difesa, tramite una lunga murazione e delle torri di cui sono rimaste soltanto due di forma circolare, costruite in epoca angioina.
Come accadeva per tutti i vecchi castelli medioevali di tutta l'Europa , anche quello caprese dovette essere ammodernato e ristrutturato con nuove mura e torri cilindriche per difendersi dalle nuove tecniche di assedio e soprattutto dalle nuove armi da fuoco, cannoni e mortai.
Gli assalti dal mare nel corso dei secoli furono numerosi e nel 1535 l'isola fu presa dai pirati saraceni guidati dal famoso Barbarossa, Khayr al-Din , che distrusse il castello, rapinò e prese schiava tutta la popolazione.
Da allora, malgrado le buone intenzioni e una parvenza di inizio lavori, la fortezza non fu mai più ricostruita e completamente ignorata fino agli inizi del XIX secolo.
Era il periodo post rivoluzionario francese, le armate napoleoniche vincevano su tutti i fronti, c'era guerra continua tra Francia e Inghilterra e Napoleone imperatore, a governare Napoli furono mandati prima Giuseppe, il fratello di Napoleone, e quindi Gioacchino Murat, il marito di Carolina Bonaparte. L'isola era stata presa dagli Inglesi nel 1806, che ricostruirono il castello e lo rinforzarono, con adeguata guarnigione e armamanti puntati contro la capitale del regno. Renata de Lorenzo in “ Murat “ (2011 Salerno Editrice) parla non solo di 1800 soldati ma di “ 5 forti ben armati”.
Ma due anni dopo i soldati francesi guidati da Gioacchino Murat riconquistarono l'isola con uno storico attacco ad Anacapri, dove circondarono e presero il Forte. I francesi completarono l'opera di fortificazione dell'isola, realizzando una cinta muraria (oggi ancora visitabili) e restarono a Capri fino al crollo dell'impero napoleonico e al ritorno dei Borbone nel 1815.
Verso la metà del secolo, l'interesse per i reperti archeologici e per l'ambiente mediterraneo portarono viaggiatori a visitare l 'isola e le rovine del castello.
Alla fine dell' 800 il castello fu acquistato, insieme al territorio circostante, dal medico svedese Axel Munthe, che era accorso a Napoli nel 1884 per curare i colpiti dall'epidemia di colera di quell'anno. Innammorato di Capri, egli acquisto il vecchio castello e si costrui la villa San Michele a Anacapri, dove visse dopo essersi ritirato dalla vita pubblica. Dopo la sua morte, il castello fece parte della Fondazione Axel Munthe e fu proprietà del Consolato Svedese che ha sede nella villa.
Nel 1938, fu costruita una strada di collegamento dal castello al centro abitato. Nel 1957 fu effettuato un intervento di restauro, furono abbattuti ruderi del mastio centrale e della cappella, per ricavare lo spazio necessario ai nuovi edifici per abitazione privata.
Degli antichi elementi di difesa rimangono due torri, situate nella parte inferiore della struttura, una a pianta quadrata, costruita in epoca sveva e un'altra, a pianta circolare, di età angioina.
L’immobile oggi è ad uso abitativo privato, ma non se ne conosce la proprietà e sembra sia messo in vendita.












martedì 31 gennaio 2017

Castellammare


La città di Castellammare ( di Stabia) reca già nel nome l'esistenza, o il ricordo, di un castello posto sul mare, edificato a Stabia, antica città della costa campana, a sud di Pompei, tra i monti Lattari e il fiume Sarno. La favorevole posizione sul mare,  una zona ricca di acque e di fertili pianure di origine vulcanica, favorirono i primi insediamenti già dall'VIII secolo a.C. da parte di Sanniti, popolazione indigena, poi Etruschi e  Greci, e quindi Romani.
Il nome di Stabiae fu dato dai Romani, che presero quel villaggio a picco sul mare, nel 340 a.C. L' abitato  fu fortificato e probabilmente per difendersi da incursioni nemiche, furono costruite Torri di guardia sul mare.
Da allora Stabiae, come accadde per quasi tutte le città della costa campana, costituì un luogo di villeggiatura per i ricchi patrizi romani che costruirono le loro ville. Non erano più necessarie torri o castra, nel mare nostrum  non c'erano più nemici e lì vicino, a poche miglia, a Miseno, c'era la base navale della flotta del Tirreno.
L'eruzione del 79 d.C., che distrusse Pompei ed Ercolano colpi anche Stabiae, ma  secondo gli storici, non ci fu un gran numero di vittime, poichè essendo un luogo di villeggiatura, era poco abitata.
I superstiti, cessata l'eruzione e passata la paura, in attesa degli aiuti statali - anche all'epoca veniva nominato un commissario del Senato per l'accertamento dei danni e per le ricostruzione..., non sembra cambiato molto anche oggi.. - tornarono a recuperare cio che restava delle loro case, e iniziarono a ricostruire un nuovo insediamento lungo la costa.
Questa, nei periodi successivi, non era più sicura come una volta, poichè il Mediterraneo nel corso del tempo, non era più un lago romano. La decadenza dell'Impero e le invasioni barbariche portarono altri  dominatori, i Goti, i Bizantini, i pirati Saraceni e i Normanni.
Quel che restava di Stabia fece parte del Ducato di Sorrento, che nel VII secolo faceva parte del Ducato di Napoli e successivamente, nell'800, si rese competamente autonomo. Sorrento  ebbe molti nemici, dai Longobardi di Benevento ai Saraceni, da Amalfi a Napoli.
Per difendersi,  intorno all'anno 1000, fu costruito, su un'altura di circa 100 metri sul livello del mare, la collina di Pozzano - oggi località balneare - secondo alcuni storici, il castrum ad mare, la cui traduzione italiana è facile.
Secondo l'ipotesi più realistica si ritiene che, a parte la possibile modifica della linea di costa, il castello era munito di una cinta muraria che, partendo  dal complesso centrale, scendeva giù per la collina fino al  mare, dove terminava con una torre di avvistamento. In questo punto il mare incontrava il castello e da qui il nome di Castello a mare.
Con la conquista normanna, Castellammare, e tutta l'area sorrentina entrarono a far parte del Regno di Sicilia. Il castello fu in seguito riparato  per ordine di Federico II, e più avanti ristrutturato dagli Angioini conservando sempre la sua funzione difensiva. Anche Castellammare faceva parte del sistema difensivo a guardia del golfo e della capitale del regno, sia a nord con i castelli di Baia e delle isole maggiori, sia a sud e poi, come vedremo, quelli di Napoli stessa.
Successivamente il regno passò sotto il controllo degli Aragonesi, che non fecero altro, per tutti i sessanta anni del loro regno, che difendersi da attacchi continui. Essi perciò ristrutturarono e, come avevano già fatto altrove, rinforzarono anche il castello a mare di Stabia, con possenti muri di cinta.  Era l'epoca di grandi trasformazioni in campo militare, apparivano le prime armi da fuoco e i cannoni.
Il castello conservò la sua potenza  per tutto il periodo del viceregno spagnolo, ma nel XVIII secolo cominciò il suo lento declino. Con i Borbone il castello non ebbe più alcuna funzione, mentre la città diventò una delle più floride del regno, soprattutto con la  creazione dei Cantieri navali e anche con la scoperta di antichi resti romani di Stabiae e delle Terme.
Con l'unità, l'area si riempì di industrie tra cui conservifici,  cartiere, pastifici, cantieri metallurgici e diverse industrie meccaniche e tessili. La denominazione ufficiale di Castellammare avvenne con regio decreto nel 1863.
E il castello? Abbandonato a se stesso e privato di ogni minimo intervento di manutenzione, era ridotto a un rudere. Restava il piedi, in parte, la Torre sul mare.
Il Demanio, ai primi del XX secolo, lo vendette a privati - come era accaduto nello stesso periodo al castello di Ischia - e quindi restaurato e ristrutturato come abitazione privata. Oggi è visibile solo all'esterno sulla via panoramica e non è visitabile.
La Torre fu distrutta nell'ultimo dopoguerra,  quando lì vicino si insediò uno stabilimento calce e cementi che sfruttava le rocce calcaree prelevate dalla montagna adiacente.

giovedì 5 gennaio 2017

Il Castello di Nisida


Venendo da Napoli per la via nuova di Posillipo, di dietro all'altra collina tufacea crestata di elci e di querce, spunta il primo lembo della verde isoletta, e poi la si ha tutta innanzi, piccola e snella, cosparsa di rare case bianche, recante come ghirlanda sul capo il rotondo suo castello, nell'abbagliante azzurro del cielo e del mare,......”.(Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, 1919).

Il golfo e la costa napoletana furono subito notati, qualche migliaio di anni fa, da mercanti Fenici, che stabilirono empori commerciali, navigatori e profughi Micenei che scappavano davanti alle scorrerie di pirati e all'invasioni doriche e altri popoli del mare, e poi “migranti” provenienti soprattutto dall'Eubea, in cerca di nuove patrie, e che colonizzarono la Sicilia e l ' area meridionale della penisola, spingendosi fino all'isola d'Ischia, Procida e nell'area del monte Echia, dove fondarono Partenope.
Piccoli insediamenti vennero fondati anche su due isolotti, uno chiamato Megaride nello specchio d'acqua prospiciente l'attuale zona di S. Lucia e l'altro davanti all ' estremo capo della collina di Posillipo., e che fu chiamato Nesis, Nisida. Tra questa e la costa c'era poi un piccolo isolotto, poco più di uno scoglio, che fu chiamato Leimon e successivamente isolotto del Coppino o Chiuppino,
Nisida,
ormai sparito perchè inglobato nel ponte di collegamento, costruito nel 1934.
La zona si riempi di leggende, quello spazio di mare fino a Capri fu considerato il luogo dove vivevano le Sirene, e a Megaride i coloni individuarono il luogo dove la sirena Partenope andò a morire.
Nisida seguì la sorte di Neapolis e delle località vicine, quella cioè di essere considerate luoghi per l'”otium”,un concetto romano molto aristocratico: una disoccupazione studiosa, la contemplazione, la meditazione, le discussioni filosofiche, oltre, naturalmente, tutte le attività del tempo libero, i bagni, i pranzi e le cene, il teatro. In sostanza le vacanze e l'allontanamento dal nec-otium, il lavoro, l'attività.
Qui aveva una piccola villa Marco Giunio Bruto, il figlio assassino di Giulio Cesare. Dopo l'assassinio, quì Bruto si ritirò, prima di andare a morire nella battaglia di Filippi contro Ottaviano e Marco Antonio. Di questa villa e di altre di età romana non ci sono più tracce. Sul lato non visibile da terra c'era l'insenatura di porto Paone per l'approdo, quando l'isola non era collegata alla terraferma dal moderno molo. Nisida doveva essere più grande di come appare oggi. Essa, secondo esperti e archeologi, emerge infatti solo per 1/6 della sua grandezza totale: nei fondali sottomarini si vedono manufatti di epoca romana, sommersi per il fenomeno del bradisismo.
In età medievale l'isola fu donata alla Chiesa e vi fu fondato un monastero di S.Arcangelo, e la chiesa che fu chiamata, S.Angelo de Zippio. L'isola,infatti,era stata rinominata Gipeum o Zippium.
La Chiesa non era insensibile a possibili guadagni e così dette in affitto l'isola a vari personaggi che a loro volta la sfruttarono economicamente. Nella seconda metà del XIV secolo, sotto il governo della regina Giovanna I d'Angiò, fu costruita sul punto più alto dell'isola, una Torre di Guardia, per il controllo del territorio e di quel tratto di mare.
Verso la metà del '400, con il Rinascimento e la scoperta dei classici greco romani, l'isola fu rinominata di nuovo Nisida. In quegli anni regnava a Napoli un'altra Regina di nome Giovanna, la seconda. Un periodo ingarbugliato fatto di intrecci strani, alleanze e tradimenti, attacchi interni ed esterni al Regno, pretendenti al trono, congiure e ribellioni, Papa e antipapa, donne e uomini in cerca di potere e di ricchezze, e eredi al trono scelti senza criterio dalla regina senza figli: prima Luigi d'Angiò, poi Alfonso d'Aragona, poi di nuovo l'Angiò, e poi la guerra che finirà nel 1443 con la vittoria di Alfonso.
Nisida, porto Paone e castello
Fu allora che la Torre fu trasformata in un castelletto. Erano in aumento le incursioni saracene nei possedimenti spagnoli in Italia. Continui allarmi e saccheggi turbavano la vita lungo le coste del territorio vicereale e frenavano pesca e commercio. Serviva ben altro che una sola torre, si avviò la costruzione di bastioni costieri e la ristutturazione di quelli già esistenti, tra i quali anche quello esistente a Nisida, che fu munito di cannoni e soldati. Lo scoglio del Coppino fu invece utilizzato come lazzaretto
Nel XVI secolo Nisida era comunque proprietà privata e così restò prima con la famiglia Piccolomini e successivamente, fino al XVIII secolo, con i Duchi Macedonio.
Nel 1626, si verificò una grande epidemia di peste che colpì anche la capitale del regno, il castello di Nisida, malgrado le proteste dei proprietari, fu requisito e adibito a Lazzaretto, non bastando più quello vecchio esistente sullo scoglio del Coppino. Iniziò da allora un lento declino e venne meno la sua funzione di avvistamento e difesa.
Con l'avvento dei Borbone l'isola passò al Demanio dello Stato; dopo il periodo murattiano, nel 1815, l'edificio del vecchio castello fu riadattato e trasformato in prigione. Nel 1832 fu affidato all'architetto De Fazio l'incarico di costruire un nuovo molo per unire Nisida con l'isolotto del lazzaretto vecchio. I lavori furono ripresi nel 1847, il molo congiunse Nisida allo scoglio più vicino alla costa di Coroglio. Mancava poco per unire l'isola alla terraferma, ma si dovette attendere fino al 1934.
Sull'isola restò il penitenziario anche dopo l'unità, mentre nel 1933 fu convertito in riformatorio giudiziario per minori, come è rimasto fino ad oggi. A causa della presenza di questo istituto, l'isola non è accessibile a tutti.




martedì 27 dicembre 2016

Terre murate, Il castello di Procida



  
Ischia è una isola assai vicina di Napoli, nella quale fu già tra l'altre una giovinetta bella e lieta molto, il cui nome fu Restituta, e figliuola d'un gentil uom dell'isola, che Marin Bolgaro avea nome, la quale un giovanetto, che d'una isoletta ad Ischia vicina, chiamata Procida, era, e nominato Gianni, amava sopra la vita sua, ed ella lui. Il quale, non che il giorno d...a Procida ad usare ad Ischia per vederla venisse, ma già molte volte di notte, non avendo trovata barca, da Procida infino ad Ischia notando era andato, per poter vedere, se altro non potesse, almeno le mura della sua casa.(Giovanni Boccaccio, Decamerone, V° giornata, Novella VI.)

Corricella
Nel 1744, Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia da 10 anni, dispose la trasformazione del Castello di Procida in Palazzo Reale, e l'isola divenne una delle riserve di caccia reali.
Circa un secolo dopo, nel 1830, il castello fu trasformato in bagno penale. Subì allora le necessarie modifiche come celle, camerate comuni e cubicoli. Ma, cominciamo dall' inizio.
L'isola di Procida è una delle tre isole del golfo di Napoli, le altre due sono le più conosciute Capri e Ischia. Il territorio comunale di Procida si estende anche all'isolotto di Vivara, che qualche migliaio di anni fa era unito a Procida. Alcuni ritrovamenti archeologici su Vivara hanno fatto pensare che l'isola fosse già abitata intorno al XVI o XV secolo a.C., probabilmente da coloni Micenei. Tanto per inquadrare il periodo storico, i Micenei furono quelli della guerra di Troia. Intorno all'VIII secolo a.C, Procida fu abitata da coloni dell'isola di Eubea e poi dai Greci di Cuma. Durante la dominazione romana, Procida divenne sede di ville e di insediamenti sparsi; fu luogo di villeggiatura dei patrizi romani, così come accadeva per gli altri siti Flegrei, come Baia, Miseno e altri.
Dopo la fine dell'Impero romano, l'isola subì le devastazioni di Vandali e Goti e successivamente fece parte del Ducato bizantino (poi autonomo) di Napoli.
L'isola diventò rifugio per le popolazioni in fuga dalle devastazioni dovute alle invasioni e alle scorrerie dei pirati saraceni. Ci si rifugiò sul promontorio della Terra, il rilievo più elevato dell'isola, naturalmente difeso da pareti a picco sul mare e poi fortificato: lo chiamarono Terra Murata.
Procida seguì quindi le vicende politiche del Regno di Napoli, subendo le varie dominazioni normanne, sveve, angioine: ricordiamo Giovanni da Procida consigliere di Federico II e animatore della rivolta dei Vespri siciliani contro gli Angioini. Ci furono poi gli Aragonesi e il viceregno spagnolo, gli Austriaci per pochi anni fino al 1734 anno della rinascita del Regno autonomo con Carlo di Borbone. Nel 1529, durante il vice regno spagnolo, l'isola fu concessa in feudo alla famiglia d' Avalos d'Aquino d'Aragona, nobile famiglia napoletana. Il primo feudatario fu Alfonso III d'Avalos, marchese del Vasto e generale dell'imperatore Carlo V, che ereditò anche l'isola di Ischia dal cugino Fernando d'Avalos, che fu sposato a Vittoria Colonna, ma morì senza eredi diretti. Alfonso d' Avalos era nato proprio a Ischia nel 1502, mentre il cugino Fernando era napoletano di Napoli. Era un'epoca di guerre continue in Europa, e il Mediterraneo era infestato dai pirati saraceni, come Khayr al Din, soprannominato il Barbarossa e Dragut: entrambi devastarono più volte l'isola che provò a fortificarsi sempre più sulle alture delle Terre murate, erigendo torri di avvistamento e una seconda cinta muraria intorno al borgo. Il castello, distrutto da una di queste incursioni, poi fu ricostruito sul finire del XVI secolo per volonta del Cardinale Ignico d'Avalos, dagli architetti Giovan Battista Cavagna romano di nascita, insieme a Benevenuto Tortelli,bresciano, non solo architetto ma anche scultore in legno. Successivamente fu Palazzo Reale dei Borbone fino al 1815, quando fu trasformato in Scuola militare, solo nel 1830/31 si pensò a utilizzarlo come carcere.
Terre murate e Castello
Le prigioni esistenti in Napoli non erano più sufficienti e versavano in uno stato di estremo disagio per sovraffollamento e altro: la Vicaria e anche S. Francesco, riadattato nel 1792,non bastavano più. Si cominciò così a pensare ad altri siti utilizzando, come già accadeva in Inghilterra e Francia, le isole: dopo aver provato a colonizzare le Tremiti e Ventotene, dopo aver costruito un carcere sull'isolotto di Santo Stefano, si pensò al Golfo della capitale: Nisida poteva andare anche se troppo vicina alla costa, Capri, troppo bella e troppo scogli. restavano Ischia e Procida, fu scelta prima Procida e il Re rinunziò al palazzo di Terre murate, per far luogo a modifihe e ampliamenti necessari per la trasformazione in carcere. La struttura venne divisa in quattro livelli destinati a diverse categorie di detenuti, in base alla gravità della pena. I piani bassi, umidi ed angusti, ospitavano prigionieri politici o assassini; il piano più alto, chiamato Reclusione, era occupato da condannati al ‘minimo dei ferri’: i detenuti comuni. Nei sotterranei vi erano, invece, locali interrati utilizzati come celle di rigore. Il complesso subì nel tempo molte trasformazioni: dalle aree sottostanti vennero ricavati ulteriori spazi per soddisfare le mutate esigenze (celle, servizi igienici, lavanderie, infermeria) e, nel 1850, fu realizzato anche un opificio, volto ad attenuare le condizioni di degrado in cui versavano i detenuti. Procida fu definita la regina delle galere borboniche, “la cloaca massima dove, naturalmente, percola quanto la società ha di più feccioso ed infame: briganti, assassini, parricidi, grassatori, ladri, falsari…”. Fu Luigi Settembrini, intellettuale antiborbonico, a fornire pessime descrizioni delle prigioni dell'epoca, da quella di S.Stefano a Procida, ma poi, pochi mesi prima di morire, nel 1876, si rimangiò tutto. Egli infatti confessò che era stato alquanto esagerato nelle descrizioni.:“ ... se in qualcuno c'è esagerazione come per esempio nelle torture date a Napoli ed in Sicilia, l'esagerazione non è sua, ma nostra che noi tutto esageriamo. A me e ai miei amici non è stato mai torto un capello nel carcere....la cuffia del silenzio, le cannucce nelle dita. ec. sono invenzioni.... Ho letto in molti libri e da poco nella Storia dello Zini, di sevizie patite da noi condannati politici: ciò non è esatto. Nessuno non ardì mai metterci le mani addosso, né prima né dopo la condanna.....Una fu la grande sevizia, chiuderci con ladri e omicidi; i quali, del resto, ebbero sempre grande rispetto per noi...”.
Quel carcere fu ereditato dal Regno d'Italia e poi dalla Repubblica, e fu chiuso solo nel 1988.
Forni l'ambientazione per il film Detenuto in attesa di giudizio, con Alberto Sordi.


 
 


 

Baia, il castello aragonese


parco archeologico sommerso
Da ragazzo ho vissuto lunghe giornate tra Lucrino e Baia: il Lido Napoli, la spiaggia, il mare e le gite in grosse barche a remi, stipate di ragazze e ragazzi, oltre le secche: a Baia il mare era talmente trasparente che sporgendosi dalla barca si riconosceva la città sommersa di Baia, si vedevano perfettamente strade, mura e edifici, anfore e vasi, resti di grandi piloni, di un molo forse, che emergeva, in mezzo allo specchio d' acqua tra Lucrino e Arco Felice, con una antica torre, forse un Faro, ironicamente chiamato Torre di Pulcinella, e rappresentava un limite da raggiungere a nuoto o in barca.
Sul promontorio che chiude il golfo di Pozzuoli, ci sovrastava un grande edificio a picco sul mare, un castello.(Ricordi)

Baia è oggi una frazione del Comune di Bacoli : siamo a nord di Napoli, nel cuore dei Campi flegrei, un vasta area di numerosi, grandi e piccoli vulcani, dei quali il più famoso e visibile è la Solfatara di Pozzuoli. I vulcani davano, e danno, luogo a acque termali, utilizzate e sfruttate dall'antichità, dai Romani e e altri dominatori, fino ai giorni nostri.
Era normale per i Romani benestanti andare in vacanza a Baia e, in generale, in tutta l’area dei campi Flegrei, della costa, Baia, Bauli, Puteoli, c'erano ville sontuose: a Baia Seneca, il filosofo si ritirò a vita privata nella sua villa, a Baia aveva villa anche la madre di Nerone, Agrippina, che proprio lì fu uccisa dai sicari del figlio.
Lo storico Tacito scriveva che, su una altura dominante il golfo di Baia, c'era un grande complesso residenziale, una grande villa dei Cesari, cioè degli imperatori.
Ma l'area non era solo luogo di delizie e otium. Poco più avanti, a Miseno, c'era tutta un'altra vita.
A Miseno Ottaviano Augusto, circa nel 27 a.c., aveva istituito la base navale della “ Classis praetoria Misenensis”, per il controllo del Tirreno, e un rapido intervento, con almeno 250 imbarcazioni; la base navale e i dintorni erano densamente popolati da almeno diecimila militari, marinai, legionari, carpentieri e artigiani, moglie, figli e schiavi. C'era poi la “ militum schola”, da cui deriva il nome odierno di Miliscola, scuola militare per le reclute: Aggiungiamo poi l' indotto, fornitori vari, servizi e poi trattorie, tabernae e popinae, e lupanari che, penso, non potevano mancare. Fu lì che nel 79 d.C, Plinio il vecchio, comandante generale della flotta, vide la grande eruzione del Vesuvio, ordinò la partenza delle navi disponibili per i soccorsi e morì anch'egli durante le operazione di salvataggio. 

Le cose andarono avanti cosi per molto tempo ma erano in corso grandi cambiamenti: Roma non era più la capitale di un impero troppo grande, Ora c'erano Milano, Costantinopoli, Ravenna, i templi erano stati abbattuti, invasioni e distruzioni avevano fatto il resto: le magnifiche ville dei secoli passati erano distrutte, sopravvivevano pochi ruderi coperti da erbacce e sassi, la grande villa sul promontorio era ora stata sostituita da un fortilizio bizantino, poi Normanno. Sopravvivevano a stento le Terme, poco utilizzate.
Il promontorio costituiva un punto strategico per la difesa e il controllo del sottostante mare insieme ai Castelli di Procida e Ischia, soprattutto contro le incursioni dei pirati Saraceni. Nell'area di Lucrino, sulle rive del lago d'Averno, gli Angioini incoraggiarono l 'uso delle Terme a fini terapeutici, e edificarono un castello intorno al quale sorse anche il villaggio di Tripergole.
I re Aragonesi si dedicarono molto alla difesa del regno e costruirono ex novo o, essendo mutate le tecniche militari e gli armamanti, ristrutturarono i preesistenti castelli sia della capitale sia dei dintorni. A Baia la ricostruzione del castello,con l'aggiunta di mura, fossati e ponti levatoi, fu avviata nel 1495. Dopo questi interventi, il castello, di cui non restano tracce dell'originaria architettura, risultò praticamente inespugnabile. La posizione, l'inespugnabilità e la stessa struttura ricordano gli altri edifici aragonesi, quello di Ischia e quello di Procida.
Castello
Dopo qualche anno però, nel 1538 ci furono altri interventi. Il vicerè spagnolo don Pedro di Toledo, che stava rifacendo Napoli, non poteva non intervenire anche a Baia, visto che aveva anche una sua villa a Pozzuoli. I lavori di ristrutturazione furono avviati ma, e in quello stesso anno, il 29 settembre alle 2 di notte. “ il terreno della marina tra il porto di Baia e quello di Pozzuoli vomitò tanti sassi e ceneri con fumo e fuoco ardentissimo dal che nacque una pioggia di cenere mescolata ad acqua per essere il tempo piovoso......il mare si ritirò presso Baia circa passi 200 e ne nacquero in quei luoghi fonti di acqua dolcissima e morirono gran numero di pesci e molti Napoletani che erano andati a vedere tale incendio morirono coperti dalle pietre e nella stessa zona si formò un monte piccolo che ora si vede e si chiama Montagna Nuova di Pozzuoli”. Così si esprimeva Giovanni Antonio Summonte, storico contemporaneo degli avvenimenti in “ Historia della città e regno di Napoli”.
Tutta la zona fu scossa da grandi boati e brontolii, il fenomeno bradisismico ascendente si accelerò e scoppiarono terremoti, i crateri eruttarono sassi pietre e altro, il lago Lucrino venne sommerso e completamente ridimensionato, il villaggio di Tripergole distrutto cosi come pure tutte le strutture termali, la topografia del luogo cambiò totalmente, sorse infine Monte nuovo. Don Pedro di Toledo. accompagnato da nobili, e studiosi, corse ad assistere al fenomeno e a dare disposizioni per i soccorsi..
I lavori di ristrutturazione del castello, gravemente danneggiato dal terremoto e dall'eruzione, proseguirono negli anni successivi, fu ampliato e assunse il suo aspetto attuale, a forma di stella. Tutto l'edificio assunse un aspetto più imponente del passato, con mura poderose e alti bastioni che lo proteggevano ancora maggiormente sul lato meridionale. Altri lavori di rammodernamento furono operati successivamente, tra il 1575 ed il 1643,come il ribassamento delle torri aragonesi e la costruzione di un fortino a mare per contrastare gli attacchi navali; questo fortino era unito alla terraferma mediante un pontile interrotto da un ponte levatoio. L'edificio mantenne la sua funzione di fortezza militare nei successivi periodi fino al 1860, altri interventi ci furono, ma si ridussero ad opere di manutenzione e di restauro, necessarie per il trascorrere del tempo e per l'incuria, anche a causa dell'assottigliarsi del numero dei soldati presenti. 
Dopo l'unità per il castello subentrò un periodo di lenta decadenza, poiché non fu più considerato utile ei fini militari: Durante la Prima Guerra Mondiale fu un campo di concentramento per prigionieri austro - ungarici, durante la Seconda Guerra Mondiale fu installata una batteria contraerea.
Fino al 1975 fu destinato a orfanotrofio militare, mentre passato quindi alla Regione e nel 1980, a causa del terremoto dell'Irpinia, fu occupato per alcuni anni da famiglie terremotate.
Successivamente fu consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta perché diventasse sede del Museo archeologico dei Campi flegrei.

La costruzione del castello iniziò nel 1490, sui resti di una antica villa romana, in un'area strategica da cui si domina il vasto specchio di mare che si estende dal golfo di Pozzuoli all'acropoli

giovedì 11 agosto 2016

Margherita d'Angiò-Durazzo




                                              Margherita d'Angiò- Durazzo


Creato nel 1140, voluto e desiderato, conquistato, posseduto e perduto da tante dinastie regnanti, nato in Sicilia, crebbe con i territori peninsulari del sud: era il Reame di Napoli e di Sicilia.
Nel 1282, regnanti gli Angioini, perse un pezzo, la Sicilia, pure desiderata e conquistata da molti, autonoma per circa due secoli.
Gli Angiò si erano allargati troppo dal 1266: avevano sì perso la Sicilia, ma avevano Napoli e Ie regioni peninsulari, avevano preso l'Ungheria e l'Albania, con Durazzo, senza contare la terra d'origine, la Provenza e mezzo Piemonte, e la parentela con il re di Francia. Il quadro politico ed economico del regno si presentava piuttosto movimentato e fosco già con re Roberto, detto il Saggio; chissà poi perchè aveva questa nomea.
Gli Angiò, infatti, non smentivano la loro fama di crudeli e sanguinari trasmessa da Carlo I, pronti a uccidere tutti quelli che potevano dar loro fastidio, indifferentemente dal fatto se erano genitori, figli, zie e zii, cugini, mogli o mariti, anche se si recavano regolarmante in Chiesa, che costruirono a più non posso, e ossequiavano il Papa di turno.
Margherita,
 Statua del mausoleo nella Cattedrale di Salerno
Guerre continue come unico mezzo di risoluzione di discordie, violenze di ogni genere nella capitale e fuori, pretendenti al trono legittimi e illegittimi, congiure e veleni, ministri traditori e corrotti e amanti infedeli o complici, Sedili ( erano quelli che oggi chiamiamo Consigli di quartiere) in guerra tra loro per il predominio in città, rivolte, assassinii, papi e antipapi.
E la colpa, secondo una storiografia tradizionale misogina, oggi superata, era attribuita alle donne che governarono il regno in quel periodo: dal 1343, alla morte di Roberto “ nel regno di Napoli, la presenza di regine per diritto di nascita nel XIV e XV secolo – Giovanna I e Giovanna II d'Angiò – per molto tempo è stata considerata come foriera di guai e sinonimo di governo arbitrario e di instabilità politica “ ( C.Casanova in “ Regine per caso, ed. Laterza,2014) .
Aggiungiamo anche eventi naturali come terremoti, eruzioni del Vesuvio, carestie e epidemie come la grande peste del 1348 e il quadro diventa completo.
Giovanna I fu assassinata dal nipote Carlo di Durazzo, che aveva allevato come un figlio e aveva nominato erede al trono, che si proclamò re di Napoli: la sorella della moglie, anche lei nipote della regina,fatta morire in prigione nel castel dell'Ovo. Guerre lunghe e difficili contro I cugini d'oltralpe, i francesi di Luigi d'Angiò e, chi la fa l'aspetti, morte violenta di Carlo in Ungheria nel 1386, a seguito di una congiura contro di lui. L' intermezzo maschile era durato poco, solo 4 anni,e non era servito a dare stabilità al Regno. Giunse il momento, alla morte di re Carlo, di un'altra donna, rimasta fino ad allora abbastanza appartata e ignorata, Margherita d'Angiò-Durazzo.
MARGHERITA era nata nel 1348 in Provenza, da Maria d’Angiò, sorella della regina Giovanna I, e Carlo d’Angiò Durazzo,( non ci si meravigli, I nomi degli Angiò erano quasi sempre gli stassi e se li trasmettevano di padre in figlio). era l'ultima nata della coppia, che aveva generato altre tre femmine Giovanna, Agnese e Clemenza. Regnava allora la giovane zia Giovanna I, di 21 anni, essendo nata nel 1327. Margherita, il 24 genn. 1370, a Napoli, in Castel Capuano, sposò il cugino Carlo d’Angiò Durazzo, educato prima a Napoli dalla zia Regina e poi alla Corte angioina-ungherese dal 1364, Duca di Croazia e Dalmazia. La coppia risiedette a Zara, dove nacquero Giovanna e poi Maria. Nel maggio 1376 rientrarono a Napoli, dove il 15 febbr. 1377 nacque il figlio Ladislao. Mentre Carlo era tornato in Ungheria, Margherita visse a Napoli presso la corte e, con la rinuncia, volontaria o forse forzata, al trono da parte delle sorelle maggiori, dal 1368 , fu l’aspirante al trono con maggiori prospettive poichè la regina, non aveva figli e aveva pensato al nipote Carlo come suo erede. Ma la pace e la tranquillità familiare durava poco all'epoca, e malgrado fosse stato nominato erede al trono, Carlo, sobillato dal re di Ungheria, si diede da fare contro la zia Regina, accusandola di ogni possibile nefandezza, sostenuto anche dal papa Urbano VI, nemico di Giovanna; si preparò, nel 1379, alla invasione dei territori napoletani. Il voltafaccia non piacque e al suo posto, fu nominato erede al trono di Napoli il francese Luigi d'Angiò. Questa situazione rese difficile la posizione a Napoli di Margherita che temeva di divenire ostaggio della regina contro il suo stesso marito. A giugno 1380 quindi riuscì a fuggire da Napoli con I figli, e si rifugiò nel castello di Morcone nel Sannio in attesa del marito.
Carlo incoronato re Carlo III dal papa romano, il 2 giugno entrò nel regno, si scontrò con le truppe i napoletane e dopo averle sconfitte, nel luglio 1381, entrò a Napoli e mise sotto assedio Castel nuovo, dove la regina si era rifugiata e resistette a lungo. Ma dovette arrendersi. Giovanna fu quindi imprigionata prima a Nocera, fino a marzo del 1382, poi fu trasferita nella lontana fortezza di Muro lucano, dove, il 12 maggio 1382, fu raggiunta dai sicari del nipote-re e assassinata. Aveva 55 anni. 
In quegli anni Margherita rimase lontana dalle vicende politiche comportandosi come regina consorte, assumendo la reggenza temporanea in assenza del marito impegnato in continue guerre. Come tale seppe assumere decisioni importanti per reperire le risorse finanziarie per le spese militari, come ad esempio imposizizione di nuove tasse e altre misure che divennero sempre più impopolari , allestì poi una flotta di 12 galee e organizzò nei mesi successivi diverse campagne per reprimere i partigiani degli Angioini francesi, seguaci del pretendente al trono, Luigi. In questo marasma ci si mettavano anche I Papi, da una parte un Antipapa ad Avignone, dall'altra un Papa romano, entrambi pensavano al Regno come un loro feudo e quindi di poter fare e disfare Re e Regine. Ora l'atteggiamneto del papa romano era mutato,non andava più bene quello che facevano a Napoli, e favoriva ora il francese Luigi. Quando poi giunse nel 1386 la notizia della morte del re Carlo avvenuta in Ungheria, il clima cambiò ancora, nonostante che Margherita come Reggente avesse cercato inizialmente di tenere nascosta la morte di Carlo. La situazione nel Regno e nella capitale si era fatta difficile e insostenubile,perché soprattutto da parte dei partigiani del papa, si organizzavano tumulti contro nuovi aumenti di tasse e dazi, e i Seggi della città cercavano di ottenere maggiore autonomia e il diritto di essere consultati per l’imposizione di tasse. Nelle province imperversavano le milizia francesi di Luigi d'Angiò, era il figlio, il secondo di questo nome, la nobiltà parteggiava ora per uno ora per l'altro cercando di trarne più vantaggi personali possibili.
Nel 1387 arrivò a Napoli anche Ottone di Brunswick (il vedovo di Giovanna I), che sbarcò con un contingente militare angioino favorevole a Luigi: sotto la pressione dei partigiani angioini a Napoli, gli furono aperte le porte della città mentre le milizie di Margherita riuscirono a conservare i quattro importanti castelli strategici della città: Castelnuovo, Castel dell’Ovo dove si era ritirata con I figli, Castel Sant’Elmo e Castel Capuano. il papa Urbano moriva e al suo posto veniva eletto Bonifacio che invece incoronò il piccolo Ladislao. Rex Hungarie, Ierusalem et Sicilie, e Margherita assunse formalmente la reggenza del regno. A luglio 1387, Margherita. con i figli si imbarcò per Gaeta, ancora fedele a lei e a Ladislao, residenza più sicura di Castel dell’Ovo, dove cercò di organizzare la resistenza e allargare la cerchia dei sostenitori suoi e di Ladislao soprattutto tra le importanti famiglie nobili del Regno, e di approntare un esercito che avrebbe dovuto riprendere Napoli. Nella capitale si era sistemato Luigi II di Angiò a Castel S.Elmo, con il suo esercito, mentre l'esercito durazzesco, al comando di capitani di ventura come Giovanni Acuto, devastarono il circondario e tentavano di prendere la città per fame.
Cosi si andava avanti tra alti e bassi, tra tradimenti, alleanze e voltafaccia, con difficoltà di reperire soldi per pagare i mercenari, e anche semplicemente per mangiare, ma Margherita, aiutata dal legato pontificio cardinale Acciaioli che aveva incoronato Ladislao, nel 1389, pensarono che il ragazzino ( 12 anni) doveva trovare una moglie ricca con una buona dote. Seguiamo il racconto di A.Summonte: “ si volle in quel periodo che alcuni mercanti tornando dalla Sicilia narrarono delle grandezze e ricchezze di Manfredi di Chiaromonte e della bellezza della figlia Costanza e la Regina ( Margherita) allora stabilì di concludere il matrimonio tra il figlio e la figlia di Manfredi ..”. Si stipulò quindi il contratto di matrimonio tra Ladislao e Costanza figlia di Manfredi, potente conte di Modica e signore di Palermo. Il matrimonio, concluso formalmente il 15 agosto 1390, doveva assicurare a Margherita e ai suoi figli, il sostegno economico della famiglia Chiaramonte. La situazione militare era ancora critica, e costrinse Margherita a concedere ai suoi seguaci e ad altri che si aggregarono, ricche rendite e beni demaniali in feudo o in pegno, in cambio di prestiti o sostegno militare. La reggente consigliata anche dall'Acciaroli, cercò anche di legare più strettamente agli affari del governo i rappresentanti delle città, specialmente di Gaeta, e diversi cittadini furono accolti nel Consiglio di reggenza e gli fu accordato il diritto di consultazione per l’imposizione di nuove tasse e dazi. Margherita trovò anche il tempo di occuparsi di riformare in parte l'amministrazione del Regno creando nelle singole province un ufficio del vicegerens con poteri straordinari. Ma era già tempo di cedere il governo al Re, ormai aveva 16 anni poteva essere dichiarato maggiorenne: “ ….nel luglio del 1393, ….., la regina Margherita stabiliva di cedergli l'effettivo comando, si ritirava dal suo posto di reggente, sin allora tenuto con tanto accorgimento e tanta forza d'animo, e lanciava questo giovinetto sedicenne nel teatro della lotta.....” ( A.Cutolo, Re Ladislao d'Angiò Durazzo, Ediz. Berisio, 1969).
Ladislao d'Angiò-Durazzo
Non era finita per Margherita, che non solo assumeva la reggenza quando il figlio era lontano dal Regno, ma, nella scia della mentalità angioina, si era appropriata delle proprietà e dei feudi della sorella Giovanna, lasciata a marcire da 13 anni in Castel dell'Ovo e morta lì, proprio allora: così la “brava” sorella si prese il Regno di Albania che si trovava, anche se solo nominalmente, sotto la sovranità angioina, il ducato di Durazzo, l' Honor Montis Sancti Angeli( Feudo di Monte S.Angelo sul Gargano), e I feudi in Puglia (Monte Sant’Angelo, Gravina, Barletta, Bitonto, Monopoli, Brindisi, che nell’ottobre 1406 cambiò con Stigliano e Palazzo San Gervasio), in Basilicata (Venosa) e nel Principato (Salerno e Nocera). Non se la passò tanto male, erano tutti possedimenti e titoli che portavano non solo onori, ma soprattutto soldi. Margherita andò a risiedere a Salerno, dove disponeva di una propria Corte. Morì, sembra di peste, il 6 agosto 1412, ad Acqua della Mela vicino a Sanseverino di Salerno. Aveva 64 anni.
Al contrario della zia Giovanna, diventata regina giovanissima, senza marito o figli nè persone di cui fidarsi, soggetta a critiche e scandali veri o presunti e a ministri e favoriti, Margherita appare invece come una donna forte, dotata di intelligenza politica e forza di volontà nel difendere il Regno e soprattutto I figli Ladislao e Giovanna, ed è l'esempio che smentisce quella tradizione storica misogina di cui accennavo all'inizio di questo racconto. Il Regno, anche con Ladislao, che fu un grande guerriero e conquistò mezza Italia, rimase comunque oggetto di desiderio di tanti e teatro di instabilità e di scontri, fino all'ìarrivo di Alfonso di Aragona, nel 1440.