Storia e storie

Racconti

sabato 9 dicembre 2017

Ponti di Napoli

Ponti di Napoli

VOMERO -ARENELLA


Collina del Vomero medievale
Il Vòmero, nato come quartiere nel 1885, si sviluppò, con l’Arenella,   nel secondo dopoguerra, dalla fine degli anni ’50 in poi,  in maniera disordinata:  bisogno di case, cooperative edilizie,  nessun pensiero all’ ambiente, un vero e proprio assalto a un territorio ancora verde per campi coltivati e pascoli.  Si verificò poi un vero e proprio esodo di intere famiglie che, dal centro storico, andarono a popolare, quasi novelli coloni, i nuovi rioni in enormi condomini. Poi vennero  tutti i servizi e le varie attività commerciali, e perciò scuole, banche, negozi, bar, uffici comunali, uffici postali, ospedali ed  altro.
 La collina,   caratterizzata   da forti dislivelli  e  avvallamenti del terreno,  richiese necessarianente la costruzione di moderne  strutture  che spesso rasentano   finestre e  balconi di enormi condomini edificati  sul niente, come ad esempio quello sito all’uscita ( o ingresso) della tangenziale di via Caldieri, dove  la scorsa estate si verificarono  incendi.
Vediamone qualcuno

 

via Cilea
Via Francesco Cilea è una delle arterie principali del quartiere. La via nacque  come prolungamento di via Alessandro Scarlatti, che scendeva giù da S. Martino, e fu progettata come parallela all'antica via del Vomero (oggi via Belvedere), con la quale alla fine si unisce.
PonteVia Cilea
Per superare il dislivello tra la via Scarlatti e la via Cilea, fu  costruzito  un ponte, che, però, comportò l'abbattimento di preesistenti abitazioni e antiche ville.
Sul ponte furono subito costruiti condomini tipici degli anni della speculazione, sproporzionati alla strada, che per questo e per il traffico  veicolare intenso è oggi particolarmente fragile e soggetta a cedimenti. Il ponte passa sopra  via Gino Doria e da quì è raggiungibile attraverso una scala ormai degradata e spesso occupata da personaggi poco raccomandabili.
via Gemito
Via Gemito  prende il nome da Vincenzo Gemito, scultore autodidatta, disegnatore, orafo, nato a Napoli nel 1852 e morto nella stessa città nel 1929.
Inizia dopo piazza Quattro Giornate, dall'angolo con via Ribera e va ad incrociarsi con via Cilea. Data la naturale conformazione del terreno, via Cilea  è più alta rispetto a tutta l'area compresa tra le vie Fracanzano, Solimena, Doria e Ribera.
Da via Cilea infatti per raggiungere  dette vie si devono utilizzare scale o ripide discese come  via F.P. Tosti.        
Tutti i fabbricati di questa zona sono più bassi rispetto a quelli di via Cilea perchè costruiti prima del prolungamento con via Scarlatti nel 1958, assecondando l'andamento del terreno.
Per superare questo dislivello e prolungare la via Gemito alla via Cilea, fu costruito il piccolo ponte che oggi  passa davanti alle finestre di quei condomini.
via Fiore
Via Mario Fiore è la strada che collega la piazza Bernini con la piazza Medaglie d’oro. La posizione di quest’ultima piazza è  molto più bassa rispetto alla piazza Bernini e soprattutto alla piazza che io considero  la principale del quartiere, cioè la Vanvitelli ( nella foto).
Nei primi anni del ‘900, tra la piazza Bernini e la via M. Fiore c’ era  un muro che saliva da via Conte della Cerra. Nel 1958, il muro fu abbattutto, la piazza Bernini assunse l’aspetto di una vera piazza e fu costruito il ponte che superava il dislivello con via Fiore e che si affaccia su via Conte della Cerra.

via   Castellino
Via Castellino
Ci trasferiamo ora nel quartiere Arenella, confinante con quello del Vomero. L’Arenella fu chiamato così per gli stessi motivi di cui abbiamo parlato dell’ Arenaccia (v. ponte di Casanova), cioè   a causa  di detriti arenosi provenienti dalla collina dei Camaldoli, portati dall'acqua piovana, e che si depositavano nella zona.
In quei  luoghi, in passato, tra boschi e campi, c’erano poche ville nobiliari sorte dal XVII secolo in poi, come dimore di villeggiatura di aristocratici, e un piccolissimo villaggio al quale si accedeva attraverso ripidi sentieri.
 Una di queste ville era stata costruita da chi diede poi il nome alla collina:   fu Giuseppe Donzelli un aristocratico napoletano vissuto all’epoca della rivolta di Masaniello, nel 1647, alla quale peraltro partecipò. Egli si occupò attivamente di “ medicamenti e  arti salutari”, nel giardino della villa fece piantare numerose piante medicinali per  scoprire nuovi rimedi curativi. e scrisse  Teatro farmaceutico, dogmatico, e spagirico del Dottore Giuseppe Donzelli, Napoletano, Barone di Digliola, pubblicato nel 1681 a Venezia.
Dal barone Donzelli si arrivò a Monte/Donzelli, l’antica strada,  parallela oggi a quella  più moderna  intitolata al Medico Pietro Castellino.
Fu negli anni ’20 del XX secolo che iniziò l’urbanizzazione dell’Arenella e anche la costruzione della zona ospedaliera sull’ area più alta.  A causa delle ripide pendenze e allo scopo di unire strade e  dislivelli, nello stesso periodo fu costruito il Ponte ( nella foto), lungo  circa 30  metri, che supera la via Castellino.
 Oggi l’Arenella è un quartiere densamente popolato.  Il ponte, negli anni, si è procurato una cattiva fama, perchè luogo di una lunga catena di suicidi.















lunedì 27 novembre 2017

Ponti di Napoli, Ponti Rossi

Si chiamano Ponti ma non sono ponti, si chiamano rossi perchè appaiono con un colore rossastro.
Con il nome di "Ponti Rossi"   si   indica   generalmente   una zona di Napoli che abbraccia tutto il parco di Capodimonte e attraverso la strada dello stesso nome si allarga dalle zone più interne, da Miano fino a Capodichino, l'area dell'aereoporto.
Chi si trova a transitare per la strada dei Pontirossi passerà sotto alcune arcate di un ponte, di colore rosso. Ma quello che passa sopra le arcate non è un ponte, nel senso che sopra non camminano persone o animali, non corrono auto né treni, né appaiono avvallamenti da superare. E allora, di che si tratta? Perché li chiamiamo "Ponti" ? Forse perché hanno a che fare, comunque, con l'acqua? O è solo un nome dato dal popolo napoletano a quello che all'inizio appariva come un ponte? Forse la risposta è proprio questa.
Ponti Rossi oggi
Sopra quelle arcate costruite in tufo e laterizi rossi, scorreva, circa 2000 anni fa, in lunghi e grandi tubi di piombo, l'acqua che abbeverava Napoli e dintorni. un acquedotto quindi, costruito, secondo gli storici, al primo secolo d. C., al tempo dell'imperatore romano Claudio, anche se molto probabilmente l' opera iniziò prima, ai tempi di Augusto.
I Romani, bsogna dirlo, erano un po' esagerati nelle loro costruzioni. Essi dovevano cercare le sorgenti d'acqua per rifornire Napoli e finirono per trovarla non proprio vicinissimo alla città.
Scelsero invece una sorgente degli Appenini irpini: le sorgenti del Serino - oggi un Comune in provincia di Avellino -, a circa 400 metri sul livelo del mare. Da lì l'acquedotto iniziava il suo percorso in discesa e terminava dopo un centinaio di chilometri a Miseno, nella cosiddetta Piscina Mirabilis, una cisterna che alimentava marinai della flotta romana del basso Tirreno e case eville della zona.
Durante il suo tragitto attraverso cunicoli e "ponti", l'acquedotto riforniva, mediante diverse derivazioni, altre città: Nola, Pompei, Ercolano Pomigliano e Atella. Inoltre Posillipo, Bagnoli,  Baia e Pozzuoli.
Era un'opera veramente grandiosa e richiedeva una manutenzione costante e accurata, e interventi straordinari che durarono fino alle invasioni del V° secoo d.C. e alla fine dell'Impero.
Nel 536 d. C. durante la guerra greco-gotica, il generale bizantino Belisario pose l 'assedio a Napoli, difesa dai Goti e da truppe locali. Le mura della città erano invalicabili per cui egli decise di prenderla per fame e per sete.
Egli perciò: “ tagliò la conduttura- scrive il contemporaneo Procopio di Cesarea, Storia delle guerre di Giustiniano, -che portava l'acqua in città”, ma non si creò alcun disagio particolare, in quanto, all'interno delle mura, esistevano molti pozzi dove attingere acqua. Ma la città fu comunque presa grazie all'acquedotto del Serino
Scriveva Giovanni Antonio Summonte, storico napoletano del XVI/XVII secolo, in “ Historia della città e regno di Napoli” : Belisario dunque essendo quasi privo di speranza, e pensando levarsi da quell'assedio, la fortuna gli dié la strada: percioché venuto desiderio a un soldato Isauro di vedere il formale che soleva condurre l'acqua alla città, e entratovi dentro da quella banda, dove Belisario l'aveva rotto, poco discosto dalla città, ebbe agevolezza di salirvi suso  perchè essendo tagliato il muro, l'acqua non correva più; e passato oltre, conobbe essere dentro la città”. Perciò il soldato riferi al generale questa sua scoperta e l'esercito entro in città attraverso quell'acquedotto e, dopo aspro combattimento, conquistò Napoli.
Di quell' acquedotto non se ne seppe più niente e la città fu alimentata in altro modo da altre dominazioni.
Solo nel secolo XVI il viceré spagnolo, Don Pedro di Toledo, decise di far ricostruire l’antica struttura e diede all’architetto Antonio Lettieri l’incarico di rintracciare l’origine del corso d’acqua. La ricerca fu lunga e soprattutto dispendiosa e, alla fine, non se ne fece niente
E' ancora viva la discussione   tra archeologi e studiosi sul punto d'ingresso in città dei tubi  dell' acquedotto, alla quale accenno appena: probabilmente si dividevano in due rami, uno attraversava la Sanità e un altro invece si dirigeva verso Chiaia e da li a Pozzuoli.
Nel 2011, nel quartiere della Sanità è stato scoperto, per puro caso, un pezzo dell' acquedotto romano.



lunedì 23 ottobre 2017

Ponte della Sanità

Ponti di Napoli
Ponte della Sanità

Oggi il rione Sanità, conosciuto anche come Vergini, e,  sulle carte comunali,  come quartiere Stella, è più tristemente noto per fatti di sangue, delinquenza, camorra, e al contrario, anche per le iniziative anticamorra.
Non era così una volta: l’area, situata fuori dalle mura settentrionali della città, era boscosa e selvaggia e piena di sorgenti.  Le acque, anche  piovane, scendevano verso il vallone che oggi è via Foria e alimentavano con altre acque provenienti dalle colline vicine il fiume che qualcuno chiama Sebeto, altri Rubeolo, altri Clanis.
In tempi antichissimi, la zona era utilizzata per l'estrazione di tufo, adatto per l'edilizia, e anche per seppellire i morti e per cerimonie religiose, e fu chiamata prima Vergini e poi Sanità.
Vergini, sembra,  da Eunostidi,  adoratori di Eunostos,  un dio greco della temperanza e quindi della verginità, quindi sacerdoti votati alla castità, che si recavano extra moenia per adorarlo e fare funzioni religiose. Sul nome di Sanità ci sono due teorie: la prima ha pensato alla salubrità del luogo, mentre altri si riferivano invece a presunti miracoli avvenuti  per le preghiere rivolte ai morti di quei cimiteri.
In effetti, l‘ area fu destinata prima a necropoli pagana, poi a catacombe paleocristiane e infine, a cimitero cristiano.
Nella piazza del quartiere, nei sotterranei della grande chiesa barocca di S. Maria della Sanità,  si trovano le catacombe di S. Gaudioso ( nella foto ), seconde solo a quelle più note di S. Gennaro.
Più avanti, sulla salita che porta a Capodimonte, c'è il  cimitero delle Fontanelle, una grande cava tufacea, dove migliaia di teschi, ordinati e sistemati uno sull’altro in ordine quasi perfetto, sono visibili al pubblico.
Nel XIV secolo ebbe inizio il contenimento dei corsi d’acqua provenienti dalle colline, con opere fognarie e idrauliche, e la zona perciò divenne più agibile.
Si delineò così la strada che partiva dalla porta S. Gennaro, superava, con il  ponte delle Pigne, il largo detto delle Pigne (nome dovuto alla presenza di pini, oggi piazza Cavour), e saliva verso la collina di Capodimonte.
Nell' area iniziò prima la formazione di un piccolo borgo, poi ben presto si verificò una consistente urbanizzazione: giardini, orti, grandi proprietà fondiarie e grandi palazzi. La strada, alla fine del XVII sec., era diventata la principale via di comunicazione tra collina e città. Tutta la nobiltà, i vicerè e poi re Carlo e Ferdinando, per recarsi a Capodimonte, nelle loro riserve  e nei casini di caccia, dovevano passare di là.
Capodimonte Reggia
Il casino di caccia di Capodimonte, però, fu ben presto trasformato in palazzo circondato da un bellissimo parco, nel quale fu installata anche la fabbrica delle famose porcellane.
Fu trasformata in Residenza reale soltanto con i Re napoleonidi, Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat, nei primi anni del XIX secolo.
Come Reggia, però, Capodimonte risultò troppo lontana dalla città.  Il percorso attraverso la Sanità cominciò ad essere poco funzionale al re e ai suoi ministri e pertanto sorse il problema di trovare un'altra strada. Ma dove e come? Architetti e urbanisti si misero all'opera e studiarono la zona e predisposero vari progetti.
Ponte Sanità
Fuori dal nucleo urbano oltre la porta di Costantinopoli, vicino al Palazzo degli Studi (oggi museo archeologico nazionale), c'erano sentieri che salivano, tra boschi incolti e campi alberati: uno andava verso l'Arenella e il Vomero, ( che veniva chiamato Infrascata  ( via Salvator Rosa) e un altro saliva ripido verso Capodimonte, ma ridiscendeva altrettanto rapidamente nel vallone della Sanità.  Da qui chi voleva raggiungere Capodimonte doveva prendere la vecchia strada.
Eppure la collina era lì, a due passi, cosa occorreva per superare il vallone della Sanità? Un ponte, un ponte che scavalcasse il vuoto  e si agganciasse direttamente alla collina. E' il classico caso di un ponte f necessario ad assicurare la “ continuità del corpo stradale ,,nell’attraversamento di … un profondo avvallamento del terreno”.
Il progetto prevedeva anche la costruzione di una nuova strada più grande del sentiero esistente, l'abbattimento di alcuni edifici, casupole e monasteri, e la costruzione del Ponte. Fu approvato e subito iniziarono i lavori. Era il 14 agosto 1807, mentre regnava a Napoli Giuseppe Bonaparte.
L'inaugurazione avvenne nel 1810 con Gioacchino Murat e la regina Carolina Bonaparte, alla strada  fu dato il nome di Corso Napoleone.
Dopo Waterloo e la sconfitta di Napoleone e dei suoi, nel 1815 a Napoli tornò Ferdinando di Borbone, che apprezzò il lavoro e cambiò solo il nome alla strada, che da allora fu divisa in due parti, la prima si chiamò strada Santa Teresa degli scalzi, dalla chiesa seicentesca   intitolata alla santa che sorgeva lungo la strada, e la seconda, dopo il ponte, strada nuova Capodimonte. Non c'è da meravigliarsi se uso il termine strada, perché all' epoca  e anche dopo, le vie erano dette strade e le piazze si chiamavano larghi.
Nel 1818 si rese necessario intervenire per modificare il tracciato della strada rendendolo  più piano perché in alcuni punti era troppo alto, rispetto anche alle vie laterali, da creare una discesa abbastanza scomoda fino al ponte.
Il ponte, più di 100 metri di lunghezza e sei  arcate a tutto sesto di uguali dimensioni, alcune delle quali, però, nascoste dalle costruzioni che si ammassano  di fianco e sotto.
Dal ponte è possibile vedere la splendida cupola maiolicata della chiesa di S .Maria della Sanità, oltre che una visuale di tutto il quartiere.
Nel 1937 fu installato sul ponte un ascensore per salire e scendere nel quartiere sottostante, ancora oggi  funzionante e aperto al pubblico.
Su richiesta della popolazione del quartiere, nel 2011 il ponte è stato intitolato a Maddalena Cerasuolo, napoletana di quel  quartiere, partigiana nell'ultima guerra, partecipò attivamente alla cacciata dei tedeschi da Napoli nella insurrezione delle  quattro giornate che provocò la liberazione della città dalle truppe tedesche e prese parte attiva alla battaglia per la difesa del ponte che i guastatori tedeschi volevano far saltare. Fu insignita della medaglia di bronzo al valor militare.






mercoledì 18 ottobre 2017

Ponti di Napoli, Tappia

Ponti a Napoli,
Tappia


Carlo Celano, letterato napoletano del '600, con una grnde passione per l'arte e l'architettura, scrisse e pubblicò, verso la fine di quel secolo, “Le Notizie del bello, dell'antico e del curioso della città di Napoli “, una specie di guida turistica, divisa in dieci giornate, per illustrare monumenti e palazzi ai forestieri in visita alla città.
Dopo aver guidato il visitatore per il largo di palazzo ( oggi p.za Plebiscito) e quindi per il castel nuovo ( oggi maschio angioino) e le vicinanze, così scriveva: “Usciti dunque nella gran Strada di Toledo, prendendo il camino a sinistra verso il Regio Palazzo, dall’una mano e l’altra vi troveranno bellissime habitationi palatiate, tutte quasi d’un’istessa altezza, e …...più avanti a destra vi è un altro vico detto del Ponte di Tappia, per un ponte che vi fu fatto fabricare dal regente Carlo Tappia a comodità di passare dalla sua casa grande alla picciola.....”.
Capiamo subito dove ci troviamo, nella gran strada di Toledo, che tutti i napoletani di Napoli conoscono bene.
La strada porta il nome di don Pedro Alvarez di Toledo, marchese di Villafranca, per oltre vent'anni Vicerè spagnolo di Napoli dal 1532. Egli trasformò completamente la città, abbattendo e costruendo nuove mura, mutando la destinazione d'uso di castel Capuano( Tribunale), avviando la costruzione di palazzo reale, combattendo il malaffare e la criminalità, affrontando l'emergenza del terremoto nei Campi flegrei.
Tra le altre iniziative, fece tracciare e costruire la via che porta ancora oggi il suo nome, dritta e lunga più di un chilometro, da largo del Mercatello ( piazza Dante) fino al largo di palazzo. Prima non era altro che un fosso, già in secoli passati alveo di un antico fiume, ridotto a immondezzaio, lungo il quale correvano le mura aragonesi.
Con Toledo le mura furono abbattute e allargate fin sulla collina del Vomero, l'alveo fu ripulito e la nuova strada fu lastricata e resa perorribile da tutti..
Via Ponte di Tappia
Lungo la strada, mentre a monte fece costruire i Quartieri, edifici quadrati adibiti a caserme per le truppe di stanza in città, sorsero grandi palazzi nobiliari che vediamo ancora oggi.
Tra i vari palazzi che sorgevano in quell'area, nel 1566, su progetto dell'architetto Giovanni Francesco di Palma, fu costruito, a lato della strada di Toledo, dopo l'attuale largo Carità e la stazione della Metropolitana, un palazzo, su incarico di Egidio Tapia (o Tappia), spagnolo, giudice della gran Corte della Sommarìa ( una specie della nostra Corte dei Conti).
Egli ci andò ad abitare con la famiglia, e dopo qualche anno, per l'esattezza nel 1574, acquistò un palazzo situato di fronte, separato da una stradina trasversale. Tappia lo fece ristrutturare e per maggiore comodità, per andare da una casa all'altra, fece costruire un ponte di collegamento tra i due palazzi. Chi sa se la costruzione era abusiva e ci fu qualche condono edilizio, fatto sta che così nacque il ponte di Tappia.
Nel tempo la strada fu indicata come via Ponte di Tappia e lì furono istituite anche prigioni cosiddette civili, cioè quelle per debiti.
Nel 1832, il palazzo fu acquisito dal principe Tocco di Montemiletto che lo ristrutturò completamente.
Con l'unità e successivamente nel XX secolo, la struttura del ponte fu demolita e anche la strada non fu più la stessa. Vennero aperte nuove vie e modificate quelle esistenti tanto che oggi molte non esistono più. Anche Il ponte di Tappia, come altri, diventò ed è ancora oggi, solo un toponimo urbanistico.

Ponti di Napoli, Casanova

Ponti di Napoli
Ponte di Casanova


Chiariamo subito che il famoso Giacomo, veneziano, non c'entra niente. “Casanova” indica soltanto edifici e abitazioni “nuove” costruite nell'area dell'Arenaccia, quando Napoli fu investita dai lavori del Risanamento alla fine del XIX secolo.
"Arenaccia” etimologicamente deriverebbe da “Arena”, sabbia, terreno arenoso, in napoletano “Rena”. Si trova nella parte orientale di Napoli, verso Poggioreale e la zona detta della Doganella.
In questa area, nel XVI secolo, si tenevano tornei e giostre sulla sabbia, che però diventava fangosa per l’accumulo delle acque piovane, dette lave, che scorrevano giú per i Camaldoli, il Vomero, da Capodimonte e Capodichino. Dal vocabolario napoletano di Vincenzo De Ritiis (1845): la "Renaccia. Così chiamasi quella zona di terra incolta all’oriente di Napoli per la quale corrono le alluvioni che discendono dalle alture settentrionali".
Tutte le testimonianze sul Sebeto attestano che il fiume passava per questa strada, prima di gettarsi nelle acque del porto, nei pressi del castello del Carmine.
Via Casanova
La prima costruzione del ponte iniziò solo nel 1812, con il re Gioacchino Murat che voleva raggiungere, da via Foria, il campo di Marte a Capodichino, oggi Aereoporto, dove si effettuavano manovre militari. Ma i lavori non furono iniziati che molti anni dopo, nel 1840, e il ponte venne inaugurato da Ferdinando II di Borbone. Nello stesso periodo si ipotizzarono interventi a occidente nell'area di Chiaia, Posillipo e sulla collina del Vomero, con relative liee di collegamento con gallerie e funicolari. Un progetto molto moderno, poi attuato e perfettamente funzionante ancora oggi. Furono inoltre ideati interventi di risanamento delle aree orientali della città, allora extraurbane , oggi tra il corso Garibaldi e S. Giovanni a Teduccio, e di edificazione di un nuovo quartiere residenziale destinato alle famiglie operaie. Era previsto infatti l'espansione del porto e l'insediamento di industrie, soprattutto siderurgiche, in quell'area dove si trovavano le stazioni delle prime linee ferroviarie. Fu inoltre presentato al Re un progetto nel quale si trovava già il tracciato del Corso Garibaldi ed il disegno di alcuni dei fabbricati lungo il suo percorso.
Gli eventi politici del 1859-1860, la guerra e la fine del Regno non permisero di portare a termine I progetti, già peraltro attuati in parte. Dopo l'unità si fermò tutto e un nuovo progetto, a causa di lungaggini burocratiche, dovette attendere oltre trent'anni e l'epidemia di colera del 1884, per trovare attuazione con la Legge per il Risanamento di Napoli. Fu sventrato il cuore storico della città, furono abbattuti interi quartieri popolari, migliaia di persone persero le loro case per far posto a nuove strade, a palazzi destinati alla media e alta borghesia e a rioni di edilizia popolare. Furono perciò costruite le “Case nove” che diedero il nome al quartiere e al ponte che, però, era ormai a livello stradale (come da foto della via Casanova) e non aveva più alcuna funzione. Oggi non ne ho trovato traccia neanche in un disegno, ed è diventato, come il ponte della Maddalena, solo un toponimo urbanistico.



Ponti di Napoli, la Maddalena

Ponti a Napoli

Ponte” si definisce quella “struttura che consente l'attraversamento di un corso d'acqua o il superamento di altri ostacoli”. Meglio ancora la :” struttura che consente a vie di comunicazione terrestri l'attraversamento di corsi d'acqua o di avvallamenti”(Devoto-Oli) .
Ancora più specifico, secondo Treccani : “Manufatto di legno, di ferro, di muratura o di cemento armato che serve per assicurare la continuità del corpo stradale o ferroviario nell’attraversamento di un corso d’acqua, di un braccio di mare, o di un profondo avvallamento del terreno”.
Napoli è una città di mare, c'è tanta acqua salata, c'è un magnifico Golfo conosciuto in tutto il mondo, ma non mi risultano “bracci di mare” nel suo significato di stretto, o canale o insenatura profonda e allungata (De Mauro). La città non ha neppure acqua dolce, cioè non ci sono corsi d'acqua, fiumi.
Però ci sono ponti, alcuni ancora utilizzati, altri di cui si è perso anche il nome, altri ancora il cui ricordo è rimasto nella toponomastica della città. Come spiegarci questa stranezza? Forse ci sono altri ostacoli da superare? Certamente sì: ostacoli come avvallamenti, dovuti alla particolare morfologia del terreno dove la città fu fondata e costruita, fatta da colline di diversa altezza, valloni, abbassamenti e innalzamento di terreno, ripide salite e discese.
Ma...in città ci sono zone dove non risultano altri ostacoli e tanto meno fiumi, dove esistono vie o piazze, palazzi, che chiamiamo ponte di....., ponte de....... E allora? Come la mettiamo?
A un visitatore che chiede di vedere, per esempio, il ponte della Maddalena che gli raccontiamo? E il ponte di Tappia? Chi sa dare una risposta esauriente? La risposta non è difficile, è solo lunga perchè bisogna tornare indietro nel tempo, dove più, dove meno. E inizio dalla Maddalena.
Ponte della Maddalena

L' area orientale dell'antica Neapolis era raggiungibile da tre Porte, la Nolana, la Herculanense o Furcillense e la più nota Capuana. Oltre queste porte c'era il nulla: foreste, sentieri, acquitrini e paludi, alimentati da fiumi che sfociavano a mare, forse qualche ponticello.
Sui corsi d'acqua gli storici e gli archeologi concordano su una cosa: questi fiumi scorrevano con forza intorno alle antiche mura della città, secondo alcuni alimentati da sorgenti della Bolla sul monte Somma ( Vesuvio), secondo altri invece dalle acque delle colline di Capodimonte e della Sanità. Secondo alcuni, i fiumi erano due: a nord era il Clanis, che proseguiva a oriente in una zona paludosa, fuori porta Capuana e verso Capodichino.
Fontana del Sebeto
Dal termine Clanis, poi trasformatosi in Clanio, deriverebbero – secondo qualcuno - i termini “lagni”, i “regi lagni”, quei canali rettilinei, per lo più artificiali, che attraversano Comuni della città metropolitana di Napoli e delle province di Caserta, Avellino e Benevento. Il Sebeto invece scorreva verso la pianura che oggi è Toledo e sfociava nella zona tra piazza del Plebiscito sotto Pizzofalcone e la piazza del Municipio.
Secondo altri, era un solo fiume, il Sebeto, proveniente dalle sorgenti della Bolla sul monte Somma, che giunto a Napoli, probabilmente si divideva in due rami principali che sfociavano l’uno nella zona di piazza del Municipio e l’altro in quella orientale fuori porta Capuana. La parte orientale scorreva in quella che oggi è via Foria, lambendo le mura a nord della città e ricevendo acqua e detriti dalle colline della Sanità e Capodimonte. ( nella foto la fontana dedicata al fiume Sebeto)
Al di la di queste diverse opinioni, resta il fatto che, nel V° secolo a. C. e per tutta l'epoca romana, c'erano corsi d'acqua a Napoli, che esigevano la costruzione e quindi la presenza di ponti.
Nell’epoca romana imperiale, la zona orientale era stata bonificata e resa abitabile e percorribile. Poi, dopo l'impero, l'assenza di manutenzione, la decadenza e la mancanza di validi tecnici, provocarono l'abbandono dell' area e il ritorno delle paludi.
Restava per fortuna in piedi, anche se malmesso, qualche ponte che consentiva l'attraversamento da e per la città. In particolare esisteva già in epoca romana un ponte sulla foce del fiume, ma non ne conosciamo il nome. Sappiamo invece che nel XII secolo, il pons paludis, dopo l’assedio della città da parte del normanno Roberto il Guiscardo del 1078, prese il nome di ponte Guizzardo.
Ponte della Maddalena nel '700
La foce del Sebeto era sempre stata ricca di terreni fertili e si prestava sia alla coltivazioni che all’allevamento, in particolare di bufali, sfruttati per la produzione di formaggi e latticini. Nei pressi del ponte lavorava un mulino e vi furono trasferite molte attività che non trovavano posto in città.
Nel corso dei secoli successivi il fiume iniziò un lento ma costante interramento. Quel ponte sulla foce fu chiamato della Maddalena, dopo l’alluvione del 1566, in onore di una chiesa del XIV secolo, che si trovava nei pressi ed era dedicata a Santa Maria Maddalena ( nel dipinto).
Nel XVIII secolo il ponte della Maddalena era formato da cinque grandi arcate, con quella centrale più ampia rispetto alle altre, aveva all’ingresso due edicole alquanto simili, formate da colonne di marmo bianco con un frontone triangolare. Sul lato sinistro vi era la statua di San Giovanni Nepomuceno, patrono di tutti coloro che rischiano di annegare. A destra c'era una statua di San Gennaro, realizzata nel 1768. Nel 1799 vi si svolse l'ultima battaglia tra le truppe della Repubblica Partenopea, rimaste senza l'appoggio francese, e quelle sanfediste del Cardinale Ruffo, che sancirono la fine della Repubblica Partenopea. Il ponte fu riempito di forche e di impiccati.
Nel 1875 il ponte fu restaurato ed abbassato per consentire un servizio di omnibus tra Napoli, Largo San Ferdinando e Portici. Quì, ai Granili, gli omnibus cambiavano le ruote e proseguivano su rotaie fino a Portici, come un tram.
Prosciugate le paludi, scomparso il fiume, la zona subì una edificazione selvaggia, oggi è densamente abitata e trafficata, e il ponte esiste ormai solo nella toponomastica della città.






mercoledì 14 giugno 2017

Castello del Carmine


Castello del Carmine

L' area orientale della città di Napoli, una volta extra moenia, zona della stazione centrale e di Poggioreale da un lato, e della Marina dall'altra, era da sempre una zona paludosa e malsana; lì sfociava un fiumiciattolo chiamato nell'antichità Sebeto, attraversato da ponti di cui oggi è rimasto solo il nome: il ponte della maddalena o quello di casanova.
Fu Carlo I d'Angiò che, verso la fine del XIII secolo, spostata la capitale a Napoli da Palermo, ordinò una serie di interventi e lavori, iniziando proprio con la bonifica di quell'area.
Castello del Carmine disegno dall'alto
Diede poi il via a lavori di ampliamento delle mura meridionali arrivando vicino al mare, includendo il cosiddetto Moricino o Muricino, un antemurale situato a guardia del porto, dove si svolgevano attività commerciali o anche artigianali legate al movimento delle navi. Fece poi trasferire in quell' area il mercato ( dove oggi è piazza Mercato) che prima era nel centro vicino S. Lorenzo maggiore (oggi p.za S. Gaetano), e nei pressi fece costruire due chiese, S. Eligio e poi quella di S. Maria del Carmine.
Dopo varie vicende, guerre, assedi e morti, causati da problemi di successione al trono, nel 1382 Carlo III d'Angiò-Durazzo, nuovo re di Napoli, ritenendo che su quel lato fosse necessario una nuova fortificazione, fece costruire lungo la spiaggia, un castello che, per la sua forma a sperone, fu chiamato appunto dello Sperone, e solo molto più tardi del Carmine, dalla vicina chiesa.
Castello dello Sperone
Il progetto prevedeva una destinazione di esclusivo uso militare di difesa da attacchi dal mare: furono edificate due grandi torri cilindriche, un torrione più grande e mura merlate rinforzate da grossi blocchi di piperno, dai quali spuntavano bombarde e altri strumenti di offesa. Il castello disponeva ovviamente di una caserma per i soldati, l'alloggio per il comandante e alcune celle.
Dopo qualche anno, nel 1439, l'area e il castello furono assediati dall' esercito di Alfonso d'Aragona e il forte fu bombardato da ogni lato. Durante questo assedio fu distrutto anche il campanile della vicina chiesa del Carmine: le cannonate colpirono anche l'abside e un grande crocifisso scolpito in legno di tiglio tra il XIII e il XIV secolo. Tutti pensarono che era andato distrutto, ma subito nacque la leggenda:“ grande fu invece la meraviglia del popolo – racconta V. Gleijeses - quando si potè constatare che la statua era intatta e solo la testa del Cristo si era piegata come per evitare il colpo mortale; mentre prima era rivolta verso il cielo, infatti, dopo il colpo tutti poterono constatare che era ripiegata sull'omero destro con la bocca e gli occhi ben chiusi e senza la corona di spine che aveva avuta sul capo”.
Qualche anno dopo regnava la dinastia Aragonese e il re Ferdinando I decise di affidare lavori di rifacimento delle mura e di ampliamento del castello all' architetto Francesco Spinelli o, secondo altri, a Giuliano da Majano.
Tra il 1647 e il 1648, durante la rivolta di Masaniello, il Carmine fu occupato dai ribelli e scelto come dimora da Gennaro Annese, diventato punto di riferimento degli insorti dopo la morte dello stesso Masaniello.
Nel corso del tempo il castello fu più volte ristrutturato e risistemato, poiché subì sempre assedi assalti e bombardamenti: restauri furono eseguiti, ad esempio, nel 1662 quando il viceré spagnolo conte di Pegnaranda fece aggiornare la struttura alle nuove esigenze belliche e anche abbellire gli interni, conferendo maggiore risalto agli arredi e alle stanze che avrebbero dovuto ospitare ufficiali più esigenti.
Nel secolo successivo fu teatro di altre imprese, come nel 1707, quando alcuni aristocratici napoletani organizzarono la “Congiura di Macchia” contro il Vicerè spagnolo, tentando di impossessarsi del castello, ma non combinarono niente, furono arrestati e condannati a morte. O ancora nel 1799, con la fine della Repubblica partenopea, fu conquistato dalle bande del cardinale Ruffo che agiva per conto del re Ferdinando IV. Ospitò, nella Torre Spinella, di cui da poco è stato ritrovato l'accesso, Eleonora Pimentel Fonseca e altri ad agosto di quell'anno prima di essere condotti a morte nella vicina piazza Mercato
Resti del castello in via Marina
Nel 1860, l' ultimo reparto borbonico presente nel castello provò un estremo e ultimo tentativo di resistenza alle bande garibaldine che erano già in città.
Il castello resistette in piedi fino al 1906, quando fu demolito per far posto a via Marina.
Oggi della struttura sono rimasti visibili i ruderi di due torri e una parte di cinta muraria lungo via Nuova Marina, ripuliti ma degradati a spartitraffico nel largo adiacente la chiesa del Carmine.
Con il castello del Carmine termina il racconto delle fortezze poste a difesa della città e del golfo di Napoli. Oltre ai forti c'erano, disseminate lungo la costa fino a Sorrento, varie torri di avvistamento, alcune medievali altre più moderne, a difesa di eventuali assalti dal mare. Alcune di queste hanno lasciato un ricordo nel nome dei luoghi dove sorgevano: a Napoli la Torretta, nella zona tra Riviera di Chiaia e Mergellina, nei dintorni, la Torre del greco e Torre Annunziata, oppure a nord a Torregaveta.