Storia e storie

Racconti

mercoledì 28 marzo 2018



Toledo è una bella e storica città della Spagna situata su una collina e attraversata  dal fiume Tago.  Fu conosciuta in tutto il mondo per “ las espadas toledanas” le spade di Toledo, apprezzate da tempi antichi, per la loro resistenza e  flessibilità. Ma a Napoli ha lasciato un nome alla strada più famosa della città. La storia è lunga, bisogna tornare indietro nel tempo fino al XVI secolo e per essere precisi, nell’anno 1503.
 Napoli, e tutti i territori dell’Italia meridionale e la Sicilia, fu conquistata dalla Spagna, che ne fece un vice-regno amministrato da suoi Viceré. Nel 1532 arrivò a Napoli il vicerè Pedro Alvarez de Toledo y Zuniga, marchese di Villafranca. Era un tipo duro che, arrivato in città, sfruttò al massimo i suoi poteri sia per favorire gli interessi spagnoli con gabelle e richieste di danaro, sia comunque per migliorare la capitale. Gli riuscì tutto abbastanza bene, tante furono le sue iniziative, governò per 21 anni dal 1532 al 1553. Il suo nome resta legato a quella strada centrale di Napoli, che egli fece progettare e costruire dal 1536.  nel suo progetto rientrava anche l'allargamento delle mura della città.
Don Pedro de Toledo
La storia è troppo lunga per narrarla tutta e, per esser brevi, dirò solo che le nuove mura della parte di terra, dalla attuale  Chiesa dello Spirito Santo    salivano “ ad  meza falda del monte de santo Erasmo”, (oggi S. Elmo), da dove poi riscendeva  verso la Playa -  Chiaja e Santa Lucia – per poi ricollegarsi ai bastioni e alle casematte di Castelnuovo dalla parte di mare ( oggi Molo Beverello e piazza Municipio). Gli storici non sono tutti d’accordo sul tracciato di queste mura, poiché alcuni pensano che arrivavano a S. Elmo, altri ritengono invece che si fermavano “ a meza falda”, cioè nella zona del corso Vittorio Emanuele e poi riscendevano.
Ma a noi interessa quello che accadde ai piedi della collina, all’  altezza della attuale chiesa dello Spirito Santo, che in quegli anni non c’era ancora.
Nelle mura che salivano verso la zona collinare fu aperta una porta chiamata Reale, che immetteva sul largo del Mercatello (oggi piazza Dante), e fu da qui che iniziò la nuova strada di don Pedro.
                                                                                       
Il percorso della nuova strada era già segnato naturalmente da tempi antichissimi, era stato il letto di contenimento   di acque piovane  che scendevano dalle colline.  Poi era  diventato solo  una fogna a cielo aperto che convogliava verso il mare le acque reflue che provenivano dalla collina del Vomero, raccogliendo rifiuti di ogni tipo. Si era successivamente prosciugato ed era un condotto: “cosi ampio che adagiatamente camminare vi potrebbe una carrozza per grande che fosse, e questo principia dalla Pignasecca presso la porta Medina a terminare chiesa della Vittoria, sita fuori la porta di Chiaja, dove dicesi Chiatamone. In questo chiavicone entro quasi tutte  le acque piovane che scendono dal soprastante monte di San Martino”. (De Renzi, "Napoli nell'anno 1656").
La nuova strada doveva terminare dopo circa 1200 metri, nel largo di palazzo, li dove pochi anni dopo iniziarono i lavori di edificazione del palazzo destinato a residenza del Vicerè, che non desiderava più vivere nel Castel nuovo e più tardi si diede inizio alla costruzione del palazzo reale.
Dobbiamo ora, prima di proseguire, abbandonare l’immagine che abbiamo di Toledo oggi, e pensare a quell’area come a uno spazio verde al centro del quale si stava delineando una strada: da un lato iniziava la salita per il Vomero e l’area della Pignasecca, piena di verde e di Pini e pigne e di sentieri frequentati da contadini che andavano su e giù per vendere o acquistare generi e prodotti nel largo del mercatello. Dall’altro lato ampi   spazi degradanti verso il mare, verso il Largo delle Corregge - la attuale piazza Municipio e via Medina -, dove era e è il Castel nuovo protetto da mura e contrafforti.
Strada di Toledo (XVII sec.)
Oltre a rendere più sicura la città, le aree ai lati di Toledo portarono benefici all’economia di Napoli ma anche alle tasche del Vicerè, poiché   esse   furono   immediatamente edificabili.
 Sulla collina degradante verso la strada si pensò a costruire   caserme per le truppe di passaggio o stanziate a Napoli, una griglia, ancora oggi riconoscibile,   di strade strette intorno a costruzioni quadrate.
Lungo la strada di Toledo, invece, nel corso degli anni successivi   l’ aristocrazia del Regno fece a gara per accaparrarsi, pagando profumatamente,  spazi  e costruirsi palazzi sempre più grandi e degni dei Grandi di Spagna, per vivere vicino alla Corte vicereale. La strada di Toledo è ancora oggi piena di palazzi d’epoca, dal XVI al XVIII secolo, come palazzo Doria d’Angri di fronte alla Spirito santo, palazzo Maddaloni, Palazzo Della Porta  del 1569 all’angolo con la Pignasecca, Palazzo del Nunzio apostolico del 1585, Palazzo Berio della metà del XVII secolo, Palazzo Tappia – quello del ponte -  del 1574, palazzo Zevallos devastato nel 1647 durante la rivolta di Masaniello. Merita una citazione anche il palazzo sede   del Banco i Napoli, costruito nel 1939, in sostituzione di quello di fine settecento costruita alle spalle di palazzo san Giacomo. A metà strada c'era - e c'è ancora - un bel largo detto della Carità, dal nome di una antica chiesa che oggi non c'è più, chiamata S.Maria della Carità. Nel largo si svolgeva un grande e fiorente mercato pieno di bancarelle e venditori ambulanti che durò fino all'inizio del XIX secolo, quando fu vietato. Quel largo ha cambiato nome più di una volta, " piazza Carlo Poerio, piazza Costanzo Ciano, e per finire piazza Salvo d'Acquisto", ma i napoletani lo chiamano sempre piazza Carità.
Gli anni scorrevano, tutto cambiava, alla Spagna si sostituì per un breve periodo l’Austria, ma poi arrivarono, nel 1734,  i Borbone e la città ritornò capitale di un grande Regno. Una capitale che si apprestò a diventare la terza città europea, dopo Parigi e Vienna, fu affidata alle cure dell’architetto Luigi Vanvitelli. Lui e la sua scuola riempirono non solo Napoli, Caserta e mezza Campania, ma l’Europa, di palazzi, strade e piazze, edifici di ogni genere, giardini e altro.
Fu preso in esame anche il Largo del Mercatello che non poteva più restare fuori dalle mura, la porta Reale era in condizioni precarie e non serviva più: a stento potevano passarci due carrozze in mezzo a una folla di ambulanti con le loro bancarelle e baracche.
La situazione era ancor più grave dopo il rifacimento del Mercatello, operato da Vanvitelli con quell’emiciclo ancora oggi visibile, ma fu Ferdinando IV che il  1° aprile  1775  ordinò la demolizione della porta aprendo alla città tutta un’altra prospettiva, dal Foro Carolino ( cosi fu chiamata l’attuale piazza Dante), giù per Toledo fino al palazzo reale e dal ‘altro lato la continuazione oltre il largo, sull’attuale via Pessina su fino al MAN e alla strada per Capodimonte.
Napoli diventò presto la tappa fissa del Grand Tour, quel viaggio culturale che i ricchi rampolli delle famiglie francesi usavano intraprendere in Europa per accrescere il loro bagaglio culturale, artistico e politico, Via Toledo fu più volte citata da grandi scrittori ed artisti. 
Una citazione celebre, dedicata a via Toledo è senz'altro quella di Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal, che -  lasciando la città partenopea - commentò: «Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell'universo».
Intanto con il passare degli anni le cose cambiavano: A Napoli fu sperimentata e attuata la prima illuminazione pubblica delle strade lungo Toledo. La via si era arricchita di attività commerciali e  molti erano i caffè e le pasticcerie. Come non ricordare Pasquale Pintauro che, verso la fine del XVIII secolo, a Toledo,  entrato in possesso di una ricetta originale di un dolce con la crema, la modificò, e tenne a battesimo la " sfogliatella" in quel piccolo locale che è sempre lì ancora oggi, di fronte a via Santa Brigida. Nel 1827 arrivò un po' più avanti, nel palazzo Berio, uno svizzero che si chiamava Luigi Caflisch, che aprì un gran caffé dove serviva  oltre alle sfogliatelle, babà, cassatine, crostate, struffoli a Natale e liquori di sua produzione. 

La pasticceria Caflisch, di fronte alla galleria, fu chiusa pochi anni fa.
Venne poi il tempo in cui non ci fu più né strada né via, ma semplicemente Toledo e tutti capivano cosa e dove era. Ancora oggi si dice: vado a Toledo.
E ancora venne un bel giorno di ottobre 1870,  quando l'allora sindaco Paolo Emilio Imbriani, preso da sentimenti nazionalistici e unitari, dopo la annessione di Roma, decise di cancellare più di tre secoli di storia, e mutare il nome in via Roma in onore della nuova capitale del regno d’Italia.
Ci furono grandi proteste per questa decisione anche da parte di personaggi sostenitori dell’unità, ma Imbriani fece solo aggiungere sulle targhe stradali la scritta "già via Toledo". Non contento di questo lo stesso Imbriani , un paio d’anni dopo, inaugurò la statua di Dante Alighieri nel Largo del mercatello e lo chiamò piazza Dante.
Il cambio di denominazione ufficiale non modificò nei napoletani il nome della strada, Toledo era stata e Toledo doveva restare nel linguaggio di tutti.
Verso la fine del XIX secolo, nel 1887, si diede il via alla grande operazione detta del Risanamento di Napoli: furono abbattuti edifici, case fatiscenti,  cacciati via i residenti, modificate  strade vecchie  e create nuove per motivi sanitari e igienici.
Nella zona di Toledo, al posto dei palazzi abbattuti, fu edificata la grande galleria intitolata, nel 1890, a Umberto I di savoia, re d'Italia.
Stazione Metro
In galleria furono creati caffè, e altri locali commerciali, Toledo non perse di fascino durante gli anni della Belle Epoque e del Novecento, restando la strada dello "Struscio". Nei piani inferiori della galleria ebbe gran successo il “café chantant” del Salone Margherita, intitolato alla regina che aveva dato il nome anche alla famosa pizza.
Nel 1980 via Roma ritornò ad essere ufficialmente Toledo, e così è ancora oggi.
La   strada oggi è aperta al traffico veicolare fino a piazza Carità, poi è tutta pedonale fino a S. Ferdinando e Largo di palazzo.
Fino a pochi anni fa c’erano i venditori ambulanti africani, che stendevano la loro merce sulla strada pronti a scappare appena si vedeva un lampeggiante blu. Ora gli ambulanti ci sono sempre ma sono napoletani. Una volta c’era solo LUISE, grande rosticceria, bar e ristorante, nel piccolo largo della stazione della Funicolare, oggi la via è piena di street food, tutti mangiano pizze fritte e altro cibo spazzatura.


sabato 10 marzo 2018

Strade e larghi di Napoli


Strade e Larghi

Parlare delle vie di una grande città come   Napoli risulta molto difficile: sono   Tante,     grandi e piccole, piazze e larghi, antiche e moderne, in una metropoli cresciuta a dismisura
B.Stopendael, 1653
Le strade napoletane erano conosciute, apprezzate e suscitavano stupore e meraviglia, già prima dei viaggi del Grand tour, quel viaggio istruttivo/culturale intrapreso da giovani aristocratici inglesi o comunque   nordeuropei, a partire dal XVII secolo.
In un dramma inglese della fine del ‘500: “ il dottor Faust”, di C. Marlowe, nel descrivere un viaggio in Italia, si cita Napoli e le sue “ strade dritte e lastricate con bei mattoni,”.
Nel 1534 circa, Giovanni Tommaso di Catania, cronista napoletano, in Croniche antiquissime, scriveva che si iniziò: “ .. per ordine de Toledo ad mmautenar Napoli da la casa del Prencipe de Salerno, et la  strata del castiello de Capuana”. Cioè si incominciò, per ordine del Viceré Toledo  ad ammattonare, a pavimentare le strade della città dalla casa del principe di Salerno, oggi basilica del Gesù nuovo, e la via che portava a Castelcapuano ( probabilmente via Tribunali).  
Nella stampa di B. Stopendael del1653, sulla destra si può notare il palazzo all’epoca Vice-reale e parte della strada Toledo.
E, da quella via dal nome spagnolo, inizierò il racconto di alcune strade di Napoli.

sabato 9 dicembre 2017

Ponti di Napoli

Ponti di Napoli

VOMERO -ARENELLA


Collina del Vomero medievale
Il Vòmero, nato come quartiere nel 1885, si sviluppò, con l’Arenella,   nel secondo dopoguerra, dalla fine degli anni ’50 in poi,  in maniera disordinata:  bisogno di case, cooperative edilizie,  nessun pensiero all’ ambiente, un vero e proprio assalto a un territorio ancora verde per campi coltivati e pascoli.  Si verificò poi un vero e proprio esodo di intere famiglie che, dal centro storico, andarono a popolare, quasi novelli coloni, i nuovi rioni in enormi condomini. Poi vennero  tutti i servizi e le varie attività commerciali, e perciò scuole, banche, negozi, bar, uffici comunali, uffici postali, ospedali ed  altro.
 La collina,   caratterizzata   da forti dislivelli  e  avvallamenti del terreno,  richiese necessarianente la costruzione di moderne  strutture  che spesso rasentano   finestre e  balconi di enormi condomini edificati  sul niente, come ad esempio quello sito all’uscita ( o ingresso) della tangenziale di via Caldieri, dove  la scorsa estate si verificarono  incendi.
Vediamone qualcuno

 

via Cilea
Via Francesco Cilea è una delle arterie principali del quartiere. La via nacque  come prolungamento di via Alessandro Scarlatti, che scendeva giù da S. Martino, e fu progettata come parallela all'antica via del Vomero (oggi via Belvedere), con la quale alla fine si unisce.
PonteVia Cilea
Per superare il dislivello tra la via Scarlatti e la via Cilea, fu  costruzito  un ponte, che, però, comportò l'abbattimento di preesistenti abitazioni e antiche ville.
Sul ponte furono subito costruiti condomini tipici degli anni della speculazione, sproporzionati alla strada, che per questo e per il traffico  veicolare intenso è oggi particolarmente fragile e soggetta a cedimenti. Il ponte passa sopra  via Gino Doria e da quì è raggiungibile attraverso una scala ormai degradata e spesso occupata da personaggi poco raccomandabili.
via Gemito
Via Gemito  prende il nome da Vincenzo Gemito, scultore autodidatta, disegnatore, orafo, nato a Napoli nel 1852 e morto nella stessa città nel 1929.
Inizia dopo piazza Quattro Giornate, dall'angolo con via Ribera e va ad incrociarsi con via Cilea. Data la naturale conformazione del terreno, via Cilea  è più alta rispetto a tutta l'area compresa tra le vie Fracanzano, Solimena, Doria e Ribera.
Da via Cilea infatti per raggiungere  dette vie si devono utilizzare scale o ripide discese come  via F.P. Tosti.        
Tutti i fabbricati di questa zona sono più bassi rispetto a quelli di via Cilea perchè costruiti prima del prolungamento con via Scarlatti nel 1958, assecondando l'andamento del terreno.
Per superare questo dislivello e prolungare la via Gemito alla via Cilea, fu costruito il piccolo ponte che oggi  passa davanti alle finestre di quei condomini.
via Fiore
Via Mario Fiore è la strada che collega la piazza Bernini con la piazza Medaglie d’oro. La posizione di quest’ultima piazza è  molto più bassa rispetto alla piazza Bernini e soprattutto alla piazza che io considero  la principale del quartiere, cioè la Vanvitelli ( nella foto).
Nei primi anni del ‘900, tra la piazza Bernini e la via M. Fiore c’ era  un muro che saliva da via Conte della Cerra. Nel 1958, il muro fu abbattutto, la piazza Bernini assunse l’aspetto di una vera piazza e fu costruito il ponte che superava il dislivello con via Fiore e che si affaccia su via Conte della Cerra.

via   Castellino
Via Castellino
Ci trasferiamo ora nel quartiere Arenella, confinante con quello del Vomero. L’Arenella fu chiamato così per gli stessi motivi di cui abbiamo parlato dell’ Arenaccia (v. ponte di Casanova), cioè   a causa  di detriti arenosi provenienti dalla collina dei Camaldoli, portati dall'acqua piovana, e che si depositavano nella zona.
In quei  luoghi, in passato, tra boschi e campi, c’erano poche ville nobiliari sorte dal XVII secolo in poi, come dimore di villeggiatura di aristocratici, e un piccolissimo villaggio al quale si accedeva attraverso ripidi sentieri.
 Una di queste ville era stata costruita da chi diede poi il nome alla collina:   fu Giuseppe Donzelli un aristocratico napoletano vissuto all’epoca della rivolta di Masaniello, nel 1647, alla quale peraltro partecipò. Egli si occupò attivamente di “ medicamenti e  arti salutari”, nel giardino della villa fece piantare numerose piante medicinali per  scoprire nuovi rimedi curativi. e scrisse  Teatro farmaceutico, dogmatico, e spagirico del Dottore Giuseppe Donzelli, Napoletano, Barone di Digliola, pubblicato nel 1681 a Venezia.
Dal barone Donzelli si arrivò a Monte/Donzelli, l’antica strada,  parallela oggi a quella  più moderna  intitolata al Medico Pietro Castellino.
Fu negli anni ’20 del XX secolo che iniziò l’urbanizzazione dell’Arenella e anche la costruzione della zona ospedaliera sull’ area più alta.  A causa delle ripide pendenze e allo scopo di unire strade e  dislivelli, nello stesso periodo fu costruito il Ponte ( nella foto), lungo  circa 30  metri, che supera la via Castellino.
 Oggi l’Arenella è un quartiere densamente popolato.  Il ponte, negli anni, si è procurato una cattiva fama, perchè luogo di una lunga catena di suicidi.















lunedì 27 novembre 2017

Ponti di Napoli, Ponti Rossi

Si chiamano Ponti ma non sono ponti, si chiamano rossi perchè appaiono con un colore rossastro.
Con il nome di "Ponti Rossi"   si   indica   generalmente   una zona di Napoli che abbraccia tutto il parco di Capodimonte e attraverso la strada dello stesso nome si allarga dalle zone più interne, da Miano fino a Capodichino, l'area dell'aereoporto.
Chi si trova a transitare per la strada dei Pontirossi passerà sotto alcune arcate di un ponte, di colore rosso. Ma quello che passa sopra le arcate non è un ponte, nel senso che sopra non camminano persone o animali, non corrono auto né treni, né appaiono avvallamenti da superare. E allora, di che si tratta? Perché li chiamiamo "Ponti" ? Forse perché hanno a che fare, comunque, con l'acqua? O è solo un nome dato dal popolo napoletano a quello che all'inizio appariva come un ponte? Forse la risposta è proprio questa.
Ponti Rossi oggi
Sopra quelle arcate costruite in tufo e laterizi rossi, scorreva, circa 2000 anni fa, in lunghi e grandi tubi di piombo, l'acqua che abbeverava Napoli e dintorni. un acquedotto quindi, costruito, secondo gli storici, al primo secolo d. C., al tempo dell'imperatore romano Claudio, anche se molto probabilmente l' opera iniziò prima, ai tempi di Augusto.
I Romani, bsogna dirlo, erano un po' esagerati nelle loro costruzioni. Essi dovevano cercare le sorgenti d'acqua per rifornire Napoli e finirono per trovarla non proprio vicinissimo alla città.
Scelsero invece una sorgente degli Appenini irpini: le sorgenti del Serino - oggi un Comune in provincia di Avellino -, a circa 400 metri sul livelo del mare. Da lì l'acquedotto iniziava il suo percorso in discesa e terminava dopo un centinaio di chilometri a Miseno, nella cosiddetta Piscina Mirabilis, una cisterna che alimentava marinai della flotta romana del basso Tirreno e case eville della zona.
Durante il suo tragitto attraverso cunicoli e "ponti", l'acquedotto riforniva, mediante diverse derivazioni, altre città: Nola, Pompei, Ercolano Pomigliano e Atella. Inoltre Posillipo, Bagnoli,  Baia e Pozzuoli.
Era un'opera veramente grandiosa e richiedeva una manutenzione costante e accurata, e interventi straordinari che durarono fino alle invasioni del V° secoo d.C. e alla fine dell'Impero.
Nel 536 d. C. durante la guerra greco-gotica, il generale bizantino Belisario pose l 'assedio a Napoli, difesa dai Goti e da truppe locali. Le mura della città erano invalicabili per cui egli decise di prenderla per fame e per sete.
Egli perciò: “ tagliò la conduttura- scrive il contemporaneo Procopio di Cesarea, Storia delle guerre di Giustiniano, -che portava l'acqua in città”, ma non si creò alcun disagio particolare, in quanto, all'interno delle mura, esistevano molti pozzi dove attingere acqua. Ma la città fu comunque presa grazie all'acquedotto del Serino
Scriveva Giovanni Antonio Summonte, storico napoletano del XVI/XVII secolo, in “ Historia della città e regno di Napoli” : Belisario dunque essendo quasi privo di speranza, e pensando levarsi da quell'assedio, la fortuna gli dié la strada: percioché venuto desiderio a un soldato Isauro di vedere il formale che soleva condurre l'acqua alla città, e entratovi dentro da quella banda, dove Belisario l'aveva rotto, poco discosto dalla città, ebbe agevolezza di salirvi suso  perchè essendo tagliato il muro, l'acqua non correva più; e passato oltre, conobbe essere dentro la città”. Perciò il soldato riferi al generale questa sua scoperta e l'esercito entro in città attraverso quell'acquedotto e, dopo aspro combattimento, conquistò Napoli.
Di quell' acquedotto non se ne seppe più niente e la città fu alimentata in altro modo da altre dominazioni.
Solo nel secolo XVI il viceré spagnolo, Don Pedro di Toledo, decise di far ricostruire l’antica struttura e diede all’architetto Antonio Lettieri l’incarico di rintracciare l’origine del corso d’acqua. La ricerca fu lunga e soprattutto dispendiosa e, alla fine, non se ne fece niente
E' ancora viva la discussione   tra archeologi e studiosi sul punto d'ingresso in città dei tubi  dell' acquedotto, alla quale accenno appena: probabilmente si dividevano in due rami, uno attraversava la Sanità e un altro invece si dirigeva verso Chiaia e da li a Pozzuoli.
Nel 2011, nel quartiere della Sanità è stato scoperto, per puro caso, un pezzo dell' acquedotto romano.



lunedì 23 ottobre 2017

Ponte della Sanità

Ponti di Napoli
Ponte della Sanità

Oggi il rione Sanità, conosciuto anche come Vergini, e,  sulle carte comunali,  come quartiere Stella, è più tristemente noto per fatti di sangue, delinquenza, camorra, e al contrario, anche per le iniziative anticamorra.
Non era così una volta: l’area, situata fuori dalle mura settentrionali della città, era boscosa e selvaggia e piena di sorgenti.  Le acque, anche  piovane, scendevano verso il vallone che oggi è via Foria e alimentavano con altre acque provenienti dalle colline vicine il fiume che qualcuno chiama Sebeto, altri Rubeolo, altri Clanis.
In tempi antichissimi, la zona era utilizzata per l'estrazione di tufo, adatto per l'edilizia, e anche per seppellire i morti e per cerimonie religiose, e fu chiamata prima Vergini e poi Sanità.
Vergini, sembra,  da Eunostidi,  adoratori di Eunostos,  un dio greco della temperanza e quindi della verginità, quindi sacerdoti votati alla castità, che si recavano extra moenia per adorarlo e fare funzioni religiose. Sul nome di Sanità ci sono due teorie: la prima ha pensato alla salubrità del luogo, mentre altri si riferivano invece a presunti miracoli avvenuti  per le preghiere rivolte ai morti di quei cimiteri.
In effetti, l‘ area fu destinata prima a necropoli pagana, poi a catacombe paleocristiane e infine, a cimitero cristiano.
Nella piazza del quartiere, nei sotterranei della grande chiesa barocca di S. Maria della Sanità,  si trovano le catacombe di S. Gaudioso ( nella foto ), seconde solo a quelle più note di S. Gennaro.
Più avanti, sulla salita che porta a Capodimonte, c'è il  cimitero delle Fontanelle, una grande cava tufacea, dove migliaia di teschi, ordinati e sistemati uno sull’altro in ordine quasi perfetto, sono visibili al pubblico.
Nel XIV secolo ebbe inizio il contenimento dei corsi d’acqua provenienti dalle colline, con opere fognarie e idrauliche, e la zona perciò divenne più agibile.
Si delineò così la strada che partiva dalla porta S. Gennaro, superava, con il  ponte delle Pigne, il largo detto delle Pigne (nome dovuto alla presenza di pini, oggi piazza Cavour), e saliva verso la collina di Capodimonte.
Nell' area iniziò prima la formazione di un piccolo borgo, poi ben presto si verificò una consistente urbanizzazione: giardini, orti, grandi proprietà fondiarie e grandi palazzi. La strada, alla fine del XVII sec., era diventata la principale via di comunicazione tra collina e città. Tutta la nobiltà, i vicerè e poi re Carlo e Ferdinando, per recarsi a Capodimonte, nelle loro riserve  e nei casini di caccia, dovevano passare di là.
Capodimonte Reggia
Il casino di caccia di Capodimonte, però, fu ben presto trasformato in palazzo circondato da un bellissimo parco, nel quale fu installata anche la fabbrica delle famose porcellane.
Fu trasformata in Residenza reale soltanto con i Re napoleonidi, Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat, nei primi anni del XIX secolo.
Come Reggia, però, Capodimonte risultò troppo lontana dalla città.  Il percorso attraverso la Sanità cominciò ad essere poco funzionale al re e ai suoi ministri e pertanto sorse il problema di trovare un'altra strada. Ma dove e come? Architetti e urbanisti si misero all'opera e studiarono la zona e predisposero vari progetti.
Ponte Sanità
Fuori dal nucleo urbano oltre la porta di Costantinopoli, vicino al Palazzo degli Studi (oggi museo archeologico nazionale), c'erano sentieri che salivano, tra boschi incolti e campi alberati: uno andava verso l'Arenella e il Vomero, ( che veniva chiamato Infrascata  ( via Salvator Rosa) e un altro saliva ripido verso Capodimonte, ma ridiscendeva altrettanto rapidamente nel vallone della Sanità.  Da qui chi voleva raggiungere Capodimonte doveva prendere la vecchia strada.
Eppure la collina era lì, a due passi, cosa occorreva per superare il vallone della Sanità? Un ponte, un ponte che scavalcasse il vuoto  e si agganciasse direttamente alla collina. E' il classico caso di un ponte f necessario ad assicurare la “ continuità del corpo stradale ,,nell’attraversamento di … un profondo avvallamento del terreno”.
Il progetto prevedeva anche la costruzione di una nuova strada più grande del sentiero esistente, l'abbattimento di alcuni edifici, casupole e monasteri, e la costruzione del Ponte. Fu approvato e subito iniziarono i lavori. Era il 14 agosto 1807, mentre regnava a Napoli Giuseppe Bonaparte.
L'inaugurazione avvenne nel 1810 con Gioacchino Murat e la regina Carolina Bonaparte, alla strada  fu dato il nome di Corso Napoleone.
Dopo Waterloo e la sconfitta di Napoleone e dei suoi, nel 1815 a Napoli tornò Ferdinando di Borbone, che apprezzò il lavoro e cambiò solo il nome alla strada, che da allora fu divisa in due parti, la prima si chiamò strada Santa Teresa degli scalzi, dalla chiesa seicentesca   intitolata alla santa che sorgeva lungo la strada, e la seconda, dopo il ponte, strada nuova Capodimonte. Non c'è da meravigliarsi se uso il termine strada, perché all' epoca  e anche dopo, le vie erano dette strade e le piazze si chiamavano larghi.
Nel 1818 si rese necessario intervenire per modificare il tracciato della strada rendendolo  più piano perché in alcuni punti era troppo alto, rispetto anche alle vie laterali, da creare una discesa abbastanza scomoda fino al ponte.
Il ponte, più di 100 metri di lunghezza e sei  arcate a tutto sesto di uguali dimensioni, alcune delle quali, però, nascoste dalle costruzioni che si ammassano  di fianco e sotto.
Dal ponte è possibile vedere la splendida cupola maiolicata della chiesa di S .Maria della Sanità, oltre che una visuale di tutto il quartiere.
Nel 1937 fu installato sul ponte un ascensore per salire e scendere nel quartiere sottostante, ancora oggi  funzionante e aperto al pubblico.
Su richiesta della popolazione del quartiere, nel 2011 il ponte è stato intitolato a Maddalena Cerasuolo, napoletana di quel  quartiere, partigiana nell'ultima guerra, partecipò attivamente alla cacciata dei tedeschi da Napoli nella insurrezione delle  quattro giornate che provocò la liberazione della città dalle truppe tedesche e prese parte attiva alla battaglia per la difesa del ponte che i guastatori tedeschi volevano far saltare. Fu insignita della medaglia di bronzo al valor militare.






mercoledì 18 ottobre 2017

Ponti di Napoli, Tappia

Ponti a Napoli,
Tappia


Carlo Celano, letterato napoletano del '600, con una grnde passione per l'arte e l'architettura, scrisse e pubblicò, verso la fine di quel secolo, “Le Notizie del bello, dell'antico e del curioso della città di Napoli “, una specie di guida turistica, divisa in dieci giornate, per illustrare monumenti e palazzi ai forestieri in visita alla città.
Dopo aver guidato il visitatore per il largo di palazzo ( oggi p.za Plebiscito) e quindi per il castel nuovo ( oggi maschio angioino) e le vicinanze, così scriveva: “Usciti dunque nella gran Strada di Toledo, prendendo il camino a sinistra verso il Regio Palazzo, dall’una mano e l’altra vi troveranno bellissime habitationi palatiate, tutte quasi d’un’istessa altezza, e …...più avanti a destra vi è un altro vico detto del Ponte di Tappia, per un ponte che vi fu fatto fabricare dal regente Carlo Tappia a comodità di passare dalla sua casa grande alla picciola.....”.
Capiamo subito dove ci troviamo, nella gran strada di Toledo, che tutti i napoletani di Napoli conoscono bene.
La strada porta il nome di don Pedro Alvarez di Toledo, marchese di Villafranca, per oltre vent'anni Vicerè spagnolo di Napoli dal 1532. Egli trasformò completamente la città, abbattendo e costruendo nuove mura, mutando la destinazione d'uso di castel Capuano( Tribunale), avviando la costruzione di palazzo reale, combattendo il malaffare e la criminalità, affrontando l'emergenza del terremoto nei Campi flegrei.
Tra le altre iniziative, fece tracciare e costruire la via che porta ancora oggi il suo nome, dritta e lunga più di un chilometro, da largo del Mercatello ( piazza Dante) fino al largo di palazzo. Prima non era altro che un fosso, già in secoli passati alveo di un antico fiume, ridotto a immondezzaio, lungo il quale correvano le mura aragonesi.
Con Toledo le mura furono abbattute e allargate fin sulla collina del Vomero, l'alveo fu ripulito e la nuova strada fu lastricata e resa perorribile da tutti..
Via Ponte di Tappia
Lungo la strada, mentre a monte fece costruire i Quartieri, edifici quadrati adibiti a caserme per le truppe di stanza in città, sorsero grandi palazzi nobiliari che vediamo ancora oggi.
Tra i vari palazzi che sorgevano in quell'area, nel 1566, su progetto dell'architetto Giovanni Francesco di Palma, fu costruito, a lato della strada di Toledo, dopo l'attuale largo Carità e la stazione della Metropolitana, un palazzo, su incarico di Egidio Tapia (o Tappia), spagnolo, giudice della gran Corte della Sommarìa ( una specie della nostra Corte dei Conti).
Egli ci andò ad abitare con la famiglia, e dopo qualche anno, per l'esattezza nel 1574, acquistò un palazzo situato di fronte, separato da una stradina trasversale. Tappia lo fece ristrutturare e per maggiore comodità, per andare da una casa all'altra, fece costruire un ponte di collegamento tra i due palazzi. Chi sa se la costruzione era abusiva e ci fu qualche condono edilizio, fatto sta che così nacque il ponte di Tappia.
Nel tempo la strada fu indicata come via Ponte di Tappia e lì furono istituite anche prigioni cosiddette civili, cioè quelle per debiti.
Nel 1832, il palazzo fu acquisito dal principe Tocco di Montemiletto che lo ristrutturò completamente.
Con l'unità e successivamente nel XX secolo, la struttura del ponte fu demolita e anche la strada non fu più la stessa. Vennero aperte nuove vie e modificate quelle esistenti tanto che oggi molte non esistono più. Anche Il ponte di Tappia, come altri, diventò ed è ancora oggi, solo un toponimo urbanistico.

Ponti di Napoli, Casanova

Ponti di Napoli
Ponte di Casanova


Chiariamo subito che il famoso Giacomo, veneziano, non c'entra niente. “Casanova” indica soltanto edifici e abitazioni “nuove” costruite nell'area dell'Arenaccia, quando Napoli fu investita dai lavori del Risanamento alla fine del XIX secolo.
"Arenaccia” etimologicamente deriverebbe da “Arena”, sabbia, terreno arenoso, in napoletano “Rena”. Si trova nella parte orientale di Napoli, verso Poggioreale e la zona detta della Doganella.
In questa area, nel XVI secolo, si tenevano tornei e giostre sulla sabbia, che però diventava fangosa per l’accumulo delle acque piovane, dette lave, che scorrevano giú per i Camaldoli, il Vomero, da Capodimonte e Capodichino. Dal vocabolario napoletano di Vincenzo De Ritiis (1845): la "Renaccia. Così chiamasi quella zona di terra incolta all’oriente di Napoli per la quale corrono le alluvioni che discendono dalle alture settentrionali".
Tutte le testimonianze sul Sebeto attestano che il fiume passava per questa strada, prima di gettarsi nelle acque del porto, nei pressi del castello del Carmine.
Via Casanova
La prima costruzione del ponte iniziò solo nel 1812, con il re Gioacchino Murat che voleva raggiungere, da via Foria, il campo di Marte a Capodichino, oggi Aereoporto, dove si effettuavano manovre militari. Ma i lavori non furono iniziati che molti anni dopo, nel 1840, e il ponte venne inaugurato da Ferdinando II di Borbone. Nello stesso periodo si ipotizzarono interventi a occidente nell'area di Chiaia, Posillipo e sulla collina del Vomero, con relative liee di collegamento con gallerie e funicolari. Un progetto molto moderno, poi attuato e perfettamente funzionante ancora oggi. Furono inoltre ideati interventi di risanamento delle aree orientali della città, allora extraurbane , oggi tra il corso Garibaldi e S. Giovanni a Teduccio, e di edificazione di un nuovo quartiere residenziale destinato alle famiglie operaie. Era previsto infatti l'espansione del porto e l'insediamento di industrie, soprattutto siderurgiche, in quell'area dove si trovavano le stazioni delle prime linee ferroviarie. Fu inoltre presentato al Re un progetto nel quale si trovava già il tracciato del Corso Garibaldi ed il disegno di alcuni dei fabbricati lungo il suo percorso.
Gli eventi politici del 1859-1860, la guerra e la fine del Regno non permisero di portare a termine I progetti, già peraltro attuati in parte. Dopo l'unità si fermò tutto e un nuovo progetto, a causa di lungaggini burocratiche, dovette attendere oltre trent'anni e l'epidemia di colera del 1884, per trovare attuazione con la Legge per il Risanamento di Napoli. Fu sventrato il cuore storico della città, furono abbattuti interi quartieri popolari, migliaia di persone persero le loro case per far posto a nuove strade, a palazzi destinati alla media e alta borghesia e a rioni di edilizia popolare. Furono perciò costruite le “Case nove” che diedero il nome al quartiere e al ponte che, però, era ormai a livello stradale (come da foto della via Casanova) e non aveva più alcuna funzione. Oggi non ne ho trovato traccia neanche in un disegno, ed è diventato, come il ponte della Maddalena, solo un toponimo urbanistico.