Storia e storie

Racconti

giovedì 5 gennaio 2017

Il Castello di Nisida


Venendo da Napoli per la via nuova di Posillipo, di dietro all'altra collina tufacea crestata di elci e di querce, spunta il primo lembo della verde isoletta, e poi la si ha tutta innanzi, piccola e snella, cosparsa di rare case bianche, recante come ghirlanda sul capo il rotondo suo castello, nell'abbagliante azzurro del cielo e del mare,......”.(Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, 1919).

Il golfo e la costa napoletana furono subito notati, qualche migliaio di anni fa, da mercanti Fenici, che stabilirono empori commerciali, navigatori e profughi Micenei che scappavano davanti alle scorrerie di pirati e all'invasioni doriche e altri popoli del mare, e poi “migranti” provenienti soprattutto dall'Eubea, in cerca di nuove patrie, e che colonizzarono la Sicilia e l ' area meridionale della penisola, spingendosi fino all'isola d'Ischia, Procida e nell'area del monte Echia, dove fondarono Partenope.
Piccoli insediamenti vennero fondati anche su due isolotti, uno chiamato Megaride nello specchio d'acqua prospiciente l'attuale zona di S. Lucia e l'altro davanti all ' estremo capo della collina di Posillipo., e che fu chiamato Nesis, Nisida. Tra questa e la costa c'era poi un piccolo isolotto, poco più di uno scoglio, che fu chiamato Leimon e successivamente isolotto del Coppino o Chiuppino,
Nisida,
ormai sparito perchè inglobato nel ponte di collegamento, costruito nel 1934.
La zona si riempi di leggende, quello spazio di mare fino a Capri fu considerato il luogo dove vivevano le Sirene, e a Megaride i coloni individuarono il luogo dove la sirena Partenope andò a morire.
Nisida seguì la sorte di Neapolis e delle località vicine, quella cioè di essere considerate luoghi per l'”otium”,un concetto romano molto aristocratico: una disoccupazione studiosa, la contemplazione, la meditazione, le discussioni filosofiche, oltre, naturalmente, tutte le attività del tempo libero, i bagni, i pranzi e le cene, il teatro. In sostanza le vacanze e l'allontanamento dal nec-otium, il lavoro, l'attività.
Qui aveva una piccola villa Marco Giunio Bruto, il figlio assassino di Giulio Cesare. Dopo l'assassinio, quì Bruto si ritirò, prima di andare a morire nella battaglia di Filippi contro Ottaviano e Marco Antonio. Di questa villa e di altre di età romana non ci sono più tracce. Sul lato non visibile da terra c'era l'insenatura di porto Paone per l'approdo, quando l'isola non era collegata alla terraferma dal moderno molo. Nisida doveva essere più grande di come appare oggi. Essa, secondo esperti e archeologi, emerge infatti solo per 1/6 della sua grandezza totale: nei fondali sottomarini si vedono manufatti di epoca romana, sommersi per il fenomeno del bradisismo.
In età medievale l'isola fu donata alla Chiesa e vi fu fondato un monastero di S.Arcangelo, e la chiesa che fu chiamata, S.Angelo de Zippio. L'isola,infatti,era stata rinominata Gipeum o Zippium.
La Chiesa non era insensibile a possibili guadagni e così dette in affitto l'isola a vari personaggi che a loro volta la sfruttarono economicamente. Nella seconda metà del XIV secolo, sotto il governo della regina Giovanna I d'Angiò, fu costruita sul punto più alto dell'isola, una Torre di Guardia, per il controllo del territorio e di quel tratto di mare.
Verso la metà del '400, con il Rinascimento e la scoperta dei classici greco romani, l'isola fu rinominata di nuovo Nisida. In quegli anni regnava a Napoli un'altra Regina di nome Giovanna, la seconda. Un periodo ingarbugliato fatto di intrecci strani, alleanze e tradimenti, attacchi interni ed esterni al Regno, pretendenti al trono, congiure e ribellioni, Papa e antipapa, donne e uomini in cerca di potere e di ricchezze, e eredi al trono scelti senza criterio dalla regina senza figli: prima Luigi d'Angiò, poi Alfonso d'Aragona, poi di nuovo l'Angiò, e poi la guerra che finirà nel 1443 con la vittoria di Alfonso.
Nisida, porto Paone e castello
Fu allora che la Torre fu trasformata in un castelletto. Erano in aumento le incursioni saracene nei possedimenti spagnoli in Italia. Continui allarmi e saccheggi turbavano la vita lungo le coste del territorio vicereale e frenavano pesca e commercio. Serviva ben altro che una sola torre, si avviò la costruzione di bastioni costieri e la ristutturazione di quelli già esistenti, tra i quali anche quello esistente a Nisida, che fu munito di cannoni e soldati. Lo scoglio del Coppino fu invece utilizzato come lazzaretto
Nel XVI secolo Nisida era comunque proprietà privata e così restò prima con la famiglia Piccolomini e successivamente, fino al XVIII secolo, con i Duchi Macedonio.
Nel 1626, si verificò una grande epidemia di peste che colpì anche la capitale del regno, il castello di Nisida, malgrado le proteste dei proprietari, fu requisito e adibito a Lazzaretto, non bastando più quello vecchio esistente sullo scoglio del Coppino. Iniziò da allora un lento declino e venne meno la sua funzione di avvistamento e difesa.
Con l'avvento dei Borbone l'isola passò al Demanio dello Stato; dopo il periodo murattiano, nel 1815, l'edificio del vecchio castello fu riadattato e trasformato in prigione. Nel 1832 fu affidato all'architetto De Fazio l'incarico di costruire un nuovo molo per unire Nisida con l'isolotto del lazzaretto vecchio. I lavori furono ripresi nel 1847, il molo congiunse Nisida allo scoglio più vicino alla costa di Coroglio. Mancava poco per unire l'isola alla terraferma, ma si dovette attendere fino al 1934.
Sull'isola restò il penitenziario anche dopo l'unità, mentre nel 1933 fu convertito in riformatorio giudiziario per minori, come è rimasto fino ad oggi. A causa della presenza di questo istituto, l'isola non è accessibile a tutti.




martedì 27 dicembre 2016

Terre murate, Il castello di Procida



  
Ischia è una isola assai vicina di Napoli, nella quale fu già tra l'altre una giovinetta bella e lieta molto, il cui nome fu Restituta, e figliuola d'un gentil uom dell'isola, che Marin Bolgaro avea nome, la quale un giovanetto, che d'una isoletta ad Ischia vicina, chiamata Procida, era, e nominato Gianni, amava sopra la vita sua, ed ella lui. Il quale, non che il giorno d...a Procida ad usare ad Ischia per vederla venisse, ma già molte volte di notte, non avendo trovata barca, da Procida infino ad Ischia notando era andato, per poter vedere, se altro non potesse, almeno le mura della sua casa.(Giovanni Boccaccio, Decamerone, V° giornata, Novella VI.)

Corricella
Nel 1744, Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia da 10 anni, dispose la trasformazione del Castello di Procida in Palazzo Reale, e l'isola divenne una delle riserve di caccia reali.
Circa un secolo dopo, nel 1830, il castello fu trasformato in bagno penale. Subì allora le necessarie modifiche come celle, camerate comuni e cubicoli. Ma, cominciamo dall' inizio.
L'isola di Procida è una delle tre isole del golfo di Napoli, le altre due sono le più conosciute Capri e Ischia. Il territorio comunale di Procida si estende anche all'isolotto di Vivara, che qualche migliaio di anni fa era unito a Procida. Alcuni ritrovamenti archeologici su Vivara hanno fatto pensare che l'isola fosse già abitata intorno al XVI o XV secolo a.C., probabilmente da coloni Micenei. Tanto per inquadrare il periodo storico, i Micenei furono quelli della guerra di Troia. Intorno all'VIII secolo a.C, Procida fu abitata da coloni dell'isola di Eubea e poi dai Greci di Cuma. Durante la dominazione romana, Procida divenne sede di ville e di insediamenti sparsi; fu luogo di villeggiatura dei patrizi romani, così come accadeva per gli altri siti Flegrei, come Baia, Miseno e altri.
Dopo la fine dell'Impero romano, l'isola subì le devastazioni di Vandali e Goti e successivamente fece parte del Ducato bizantino (poi autonomo) di Napoli.
L'isola diventò rifugio per le popolazioni in fuga dalle devastazioni dovute alle invasioni e alle scorrerie dei pirati saraceni. Ci si rifugiò sul promontorio della Terra, il rilievo più elevato dell'isola, naturalmente difeso da pareti a picco sul mare e poi fortificato: lo chiamarono Terra Murata.
Procida seguì quindi le vicende politiche del Regno di Napoli, subendo le varie dominazioni normanne, sveve, angioine: ricordiamo Giovanni da Procida consigliere di Federico II e animatore della rivolta dei Vespri siciliani contro gli Angioini. Ci furono poi gli Aragonesi e il viceregno spagnolo, gli Austriaci per pochi anni fino al 1734 anno della rinascita del Regno autonomo con Carlo di Borbone. Nel 1529, durante il vice regno spagnolo, l'isola fu concessa in feudo alla famiglia d' Avalos d'Aquino d'Aragona, nobile famiglia napoletana. Il primo feudatario fu Alfonso III d'Avalos, marchese del Vasto e generale dell'imperatore Carlo V, che ereditò anche l'isola di Ischia dal cugino Fernando d'Avalos, che fu sposato a Vittoria Colonna, ma morì senza eredi diretti. Alfonso d' Avalos era nato proprio a Ischia nel 1502, mentre il cugino Fernando era napoletano di Napoli. Era un'epoca di guerre continue in Europa, e il Mediterraneo era infestato dai pirati saraceni, come Khayr al Din, soprannominato il Barbarossa e Dragut: entrambi devastarono più volte l'isola che provò a fortificarsi sempre più sulle alture delle Terre murate, erigendo torri di avvistamento e una seconda cinta muraria intorno al borgo. Il castello, distrutto da una di queste incursioni, poi fu ricostruito sul finire del XVI secolo per volonta del Cardinale Ignico d'Avalos, dagli architetti Giovan Battista Cavagna romano di nascita, insieme a Benevenuto Tortelli,bresciano, non solo architetto ma anche scultore in legno. Successivamente fu Palazzo Reale dei Borbone fino al 1815, quando fu trasformato in Scuola militare, solo nel 1830/31 si pensò a utilizzarlo come carcere.
Terre murate e Castello
Le prigioni esistenti in Napoli non erano più sufficienti e versavano in uno stato di estremo disagio per sovraffollamento e altro: la Vicaria e anche S. Francesco, riadattato nel 1792,non bastavano più. Si cominciò così a pensare ad altri siti utilizzando, come già accadeva in Inghilterra e Francia, le isole: dopo aver provato a colonizzare le Tremiti e Ventotene, dopo aver costruito un carcere sull'isolotto di Santo Stefano, si pensò al Golfo della capitale: Nisida poteva andare anche se troppo vicina alla costa, Capri, troppo bella e troppo scogli. restavano Ischia e Procida, fu scelta prima Procida e il Re rinunziò al palazzo di Terre murate, per far luogo a modifihe e ampliamenti necessari per la trasformazione in carcere. La struttura venne divisa in quattro livelli destinati a diverse categorie di detenuti, in base alla gravità della pena. I piani bassi, umidi ed angusti, ospitavano prigionieri politici o assassini; il piano più alto, chiamato Reclusione, era occupato da condannati al ‘minimo dei ferri’: i detenuti comuni. Nei sotterranei vi erano, invece, locali interrati utilizzati come celle di rigore. Il complesso subì nel tempo molte trasformazioni: dalle aree sottostanti vennero ricavati ulteriori spazi per soddisfare le mutate esigenze (celle, servizi igienici, lavanderie, infermeria) e, nel 1850, fu realizzato anche un opificio, volto ad attenuare le condizioni di degrado in cui versavano i detenuti. Procida fu definita la regina delle galere borboniche, “la cloaca massima dove, naturalmente, percola quanto la società ha di più feccioso ed infame: briganti, assassini, parricidi, grassatori, ladri, falsari…”. Fu Luigi Settembrini, intellettuale antiborbonico, a fornire pessime descrizioni delle prigioni dell'epoca, da quella di S.Stefano a Procida, ma poi, pochi mesi prima di morire, nel 1876, si rimangiò tutto. Egli infatti confessò che era stato alquanto esagerato nelle descrizioni.:“ ... se in qualcuno c'è esagerazione come per esempio nelle torture date a Napoli ed in Sicilia, l'esagerazione non è sua, ma nostra che noi tutto esageriamo. A me e ai miei amici non è stato mai torto un capello nel carcere....la cuffia del silenzio, le cannucce nelle dita. ec. sono invenzioni.... Ho letto in molti libri e da poco nella Storia dello Zini, di sevizie patite da noi condannati politici: ciò non è esatto. Nessuno non ardì mai metterci le mani addosso, né prima né dopo la condanna.....Una fu la grande sevizia, chiuderci con ladri e omicidi; i quali, del resto, ebbero sempre grande rispetto per noi...”.
Quel carcere fu ereditato dal Regno d'Italia e poi dalla Repubblica, e fu chiuso solo nel 1988.
Forni l'ambientazione per il film Detenuto in attesa di giudizio, con Alberto Sordi.


 
 


 

Baia, il castello aragonese


parco archeologico sommerso
Da ragazzo ho vissuto lunghe giornate tra Lucrino e Baia: il Lido Napoli, la spiaggia, il mare e le gite in grosse barche a remi, stipate di ragazze e ragazzi, oltre le secche: a Baia il mare era talmente trasparente che sporgendosi dalla barca si riconosceva la città sommersa di Baia, si vedevano perfettamente strade, mura e edifici, anfore e vasi, resti di grandi piloni, di un molo forse, che emergeva, in mezzo allo specchio d' acqua tra Lucrino e Arco Felice, con una antica torre, forse un Faro, ironicamente chiamato Torre di Pulcinella, e rappresentava un limite da raggiungere a nuoto o in barca.
Sul promontorio che chiude il golfo di Pozzuoli, ci sovrastava un grande edificio a picco sul mare, un castello.(Ricordi)

Baia è oggi una frazione del Comune di Bacoli : siamo a nord di Napoli, nel cuore dei Campi flegrei, un vasta area di numerosi, grandi e piccoli vulcani, dei quali il più famoso e visibile è la Solfatara di Pozzuoli. I vulcani davano, e danno, luogo a acque termali, utilizzate e sfruttate dall'antichità, dai Romani e e altri dominatori, fino ai giorni nostri.
Era normale per i Romani benestanti andare in vacanza a Baia e, in generale, in tutta l’area dei campi Flegrei, della costa, Baia, Bauli, Puteoli, c'erano ville sontuose: a Baia Seneca, il filosofo si ritirò a vita privata nella sua villa, a Baia aveva villa anche la madre di Nerone, Agrippina, che proprio lì fu uccisa dai sicari del figlio.
Lo storico Tacito scriveva che, su una altura dominante il golfo di Baia, c'era un grande complesso residenziale, una grande villa dei Cesari, cioè degli imperatori.
Ma l'area non era solo luogo di delizie e otium. Poco più avanti, a Miseno, c'era tutta un'altra vita.
A Miseno Ottaviano Augusto, circa nel 27 a.c., aveva istituito la base navale della “ Classis praetoria Misenensis”, per il controllo del Tirreno, e un rapido intervento, con almeno 250 imbarcazioni; la base navale e i dintorni erano densamente popolati da almeno diecimila militari, marinai, legionari, carpentieri e artigiani, moglie, figli e schiavi. C'era poi la “ militum schola”, da cui deriva il nome odierno di Miliscola, scuola militare per le reclute: Aggiungiamo poi l' indotto, fornitori vari, servizi e poi trattorie, tabernae e popinae, e lupanari che, penso, non potevano mancare. Fu lì che nel 79 d.C, Plinio il vecchio, comandante generale della flotta, vide la grande eruzione del Vesuvio, ordinò la partenza delle navi disponibili per i soccorsi e morì anch'egli durante le operazione di salvataggio. 

Le cose andarono avanti cosi per molto tempo ma erano in corso grandi cambiamenti: Roma non era più la capitale di un impero troppo grande, Ora c'erano Milano, Costantinopoli, Ravenna, i templi erano stati abbattuti, invasioni e distruzioni avevano fatto il resto: le magnifiche ville dei secoli passati erano distrutte, sopravvivevano pochi ruderi coperti da erbacce e sassi, la grande villa sul promontorio era ora stata sostituita da un fortilizio bizantino, poi Normanno. Sopravvivevano a stento le Terme, poco utilizzate.
Il promontorio costituiva un punto strategico per la difesa e il controllo del sottostante mare insieme ai Castelli di Procida e Ischia, soprattutto contro le incursioni dei pirati Saraceni. Nell'area di Lucrino, sulle rive del lago d'Averno, gli Angioini incoraggiarono l 'uso delle Terme a fini terapeutici, e edificarono un castello intorno al quale sorse anche il villaggio di Tripergole.
I re Aragonesi si dedicarono molto alla difesa del regno e costruirono ex novo o, essendo mutate le tecniche militari e gli armamanti, ristrutturarono i preesistenti castelli sia della capitale sia dei dintorni. A Baia la ricostruzione del castello,con l'aggiunta di mura, fossati e ponti levatoi, fu avviata nel 1495. Dopo questi interventi, il castello, di cui non restano tracce dell'originaria architettura, risultò praticamente inespugnabile. La posizione, l'inespugnabilità e la stessa struttura ricordano gli altri edifici aragonesi, quello di Ischia e quello di Procida.
Castello
Dopo qualche anno però, nel 1538 ci furono altri interventi. Il vicerè spagnolo don Pedro di Toledo, che stava rifacendo Napoli, non poteva non intervenire anche a Baia, visto che aveva anche una sua villa a Pozzuoli. I lavori di ristrutturazione furono avviati ma, e in quello stesso anno, il 29 settembre alle 2 di notte. “ il terreno della marina tra il porto di Baia e quello di Pozzuoli vomitò tanti sassi e ceneri con fumo e fuoco ardentissimo dal che nacque una pioggia di cenere mescolata ad acqua per essere il tempo piovoso......il mare si ritirò presso Baia circa passi 200 e ne nacquero in quei luoghi fonti di acqua dolcissima e morirono gran numero di pesci e molti Napoletani che erano andati a vedere tale incendio morirono coperti dalle pietre e nella stessa zona si formò un monte piccolo che ora si vede e si chiama Montagna Nuova di Pozzuoli”. Così si esprimeva Giovanni Antonio Summonte, storico contemporaneo degli avvenimenti in “ Historia della città e regno di Napoli”.
Tutta la zona fu scossa da grandi boati e brontolii, il fenomeno bradisismico ascendente si accelerò e scoppiarono terremoti, i crateri eruttarono sassi pietre e altro, il lago Lucrino venne sommerso e completamente ridimensionato, il villaggio di Tripergole distrutto cosi come pure tutte le strutture termali, la topografia del luogo cambiò totalmente, sorse infine Monte nuovo. Don Pedro di Toledo. accompagnato da nobili, e studiosi, corse ad assistere al fenomeno e a dare disposizioni per i soccorsi..
I lavori di ristrutturazione del castello, gravemente danneggiato dal terremoto e dall'eruzione, proseguirono negli anni successivi, fu ampliato e assunse il suo aspetto attuale, a forma di stella. Tutto l'edificio assunse un aspetto più imponente del passato, con mura poderose e alti bastioni che lo proteggevano ancora maggiormente sul lato meridionale. Altri lavori di rammodernamento furono operati successivamente, tra il 1575 ed il 1643,come il ribassamento delle torri aragonesi e la costruzione di un fortino a mare per contrastare gli attacchi navali; questo fortino era unito alla terraferma mediante un pontile interrotto da un ponte levatoio. L'edificio mantenne la sua funzione di fortezza militare nei successivi periodi fino al 1860, altri interventi ci furono, ma si ridussero ad opere di manutenzione e di restauro, necessarie per il trascorrere del tempo e per l'incuria, anche a causa dell'assottigliarsi del numero dei soldati presenti. 
Dopo l'unità per il castello subentrò un periodo di lenta decadenza, poiché non fu più considerato utile ei fini militari: Durante la Prima Guerra Mondiale fu un campo di concentramento per prigionieri austro - ungarici, durante la Seconda Guerra Mondiale fu installata una batteria contraerea.
Fino al 1975 fu destinato a orfanotrofio militare, mentre passato quindi alla Regione e nel 1980, a causa del terremoto dell'Irpinia, fu occupato per alcuni anni da famiglie terremotate.
Successivamente fu consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta perché diventasse sede del Museo archeologico dei Campi flegrei.

La costruzione del castello iniziò nel 1490, sui resti di una antica villa romana, in un'area strategica da cui si domina il vasto specchio di mare che si estende dal golfo di Pozzuoli all'acropoli

giovedì 11 agosto 2016

Margherita d'Angiò-Durazzo




                                              Margherita d'Angiò- Durazzo


Creato nel 1140, voluto e desiderato, conquistato, posseduto e perduto da tante dinastie regnanti, nato in Sicilia, crebbe con i territori peninsulari del sud: era il Reame di Napoli e di Sicilia.
Nel 1282, regnanti gli Angioini, perse un pezzo, la Sicilia, pure desiderata e conquistata da molti, autonoma per circa due secoli.
Gli Angiò si erano allargati troppo dal 1266: avevano sì perso la Sicilia, ma avevano Napoli e Ie regioni peninsulari, avevano preso l'Ungheria e l'Albania, con Durazzo, senza contare la terra d'origine, la Provenza e mezzo Piemonte, e la parentela con il re di Francia. Il quadro politico ed economico del regno si presentava piuttosto movimentato e fosco già con re Roberto, detto il Saggio; chissà poi perchè aveva questa nomea.
Gli Angiò, infatti, non smentivano la loro fama di crudeli e sanguinari trasmessa da Carlo I, pronti a uccidere tutti quelli che potevano dar loro fastidio, indifferentemente dal fatto se erano genitori, figli, zie e zii, cugini, mogli o mariti, anche se si recavano regolarmante in Chiesa, che costruirono a più non posso, e ossequiavano il Papa di turno.
Margherita,
 Statua del mausoleo nella Cattedrale di Salerno
Guerre continue come unico mezzo di risoluzione di discordie, violenze di ogni genere nella capitale e fuori, pretendenti al trono legittimi e illegittimi, congiure e veleni, ministri traditori e corrotti e amanti infedeli o complici, Sedili ( erano quelli che oggi chiamiamo Consigli di quartiere) in guerra tra loro per il predominio in città, rivolte, assassinii, papi e antipapi.
E la colpa, secondo una storiografia tradizionale misogina, oggi superata, era attribuita alle donne che governarono il regno in quel periodo: dal 1343, alla morte di Roberto “ nel regno di Napoli, la presenza di regine per diritto di nascita nel XIV e XV secolo – Giovanna I e Giovanna II d'Angiò – per molto tempo è stata considerata come foriera di guai e sinonimo di governo arbitrario e di instabilità politica “ ( C.Casanova in “ Regine per caso, ed. Laterza,2014) .
Aggiungiamo anche eventi naturali come terremoti, eruzioni del Vesuvio, carestie e epidemie come la grande peste del 1348 e il quadro diventa completo.
Giovanna I fu assassinata dal nipote Carlo di Durazzo, che aveva allevato come un figlio e aveva nominato erede al trono, che si proclamò re di Napoli: la sorella della moglie, anche lei nipote della regina,fatta morire in prigione nel castel dell'Ovo. Guerre lunghe e difficili contro I cugini d'oltralpe, i francesi di Luigi d'Angiò e, chi la fa l'aspetti, morte violenta di Carlo in Ungheria nel 1386, a seguito di una congiura contro di lui. L' intermezzo maschile era durato poco, solo 4 anni,e non era servito a dare stabilità al Regno. Giunse il momento, alla morte di re Carlo, di un'altra donna, rimasta fino ad allora abbastanza appartata e ignorata, Margherita d'Angiò-Durazzo.
MARGHERITA era nata nel 1348 in Provenza, da Maria d’Angiò, sorella della regina Giovanna I, e Carlo d’Angiò Durazzo,( non ci si meravigli, I nomi degli Angiò erano quasi sempre gli stassi e se li trasmettevano di padre in figlio). era l'ultima nata della coppia, che aveva generato altre tre femmine Giovanna, Agnese e Clemenza. Regnava allora la giovane zia Giovanna I, di 21 anni, essendo nata nel 1327. Margherita, il 24 genn. 1370, a Napoli, in Castel Capuano, sposò il cugino Carlo d’Angiò Durazzo, educato prima a Napoli dalla zia Regina e poi alla Corte angioina-ungherese dal 1364, Duca di Croazia e Dalmazia. La coppia risiedette a Zara, dove nacquero Giovanna e poi Maria. Nel maggio 1376 rientrarono a Napoli, dove il 15 febbr. 1377 nacque il figlio Ladislao. Mentre Carlo era tornato in Ungheria, Margherita visse a Napoli presso la corte e, con la rinuncia, volontaria o forse forzata, al trono da parte delle sorelle maggiori, dal 1368 , fu l’aspirante al trono con maggiori prospettive poichè la regina, non aveva figli e aveva pensato al nipote Carlo come suo erede. Ma la pace e la tranquillità familiare durava poco all'epoca, e malgrado fosse stato nominato erede al trono, Carlo, sobillato dal re di Ungheria, si diede da fare contro la zia Regina, accusandola di ogni possibile nefandezza, sostenuto anche dal papa Urbano VI, nemico di Giovanna; si preparò, nel 1379, alla invasione dei territori napoletani. Il voltafaccia non piacque e al suo posto, fu nominato erede al trono di Napoli il francese Luigi d'Angiò. Questa situazione rese difficile la posizione a Napoli di Margherita che temeva di divenire ostaggio della regina contro il suo stesso marito. A giugno 1380 quindi riuscì a fuggire da Napoli con I figli, e si rifugiò nel castello di Morcone nel Sannio in attesa del marito.
Carlo incoronato re Carlo III dal papa romano, il 2 giugno entrò nel regno, si scontrò con le truppe i napoletane e dopo averle sconfitte, nel luglio 1381, entrò a Napoli e mise sotto assedio Castel nuovo, dove la regina si era rifugiata e resistette a lungo. Ma dovette arrendersi. Giovanna fu quindi imprigionata prima a Nocera, fino a marzo del 1382, poi fu trasferita nella lontana fortezza di Muro lucano, dove, il 12 maggio 1382, fu raggiunta dai sicari del nipote-re e assassinata. Aveva 55 anni. 
In quegli anni Margherita rimase lontana dalle vicende politiche comportandosi come regina consorte, assumendo la reggenza temporanea in assenza del marito impegnato in continue guerre. Come tale seppe assumere decisioni importanti per reperire le risorse finanziarie per le spese militari, come ad esempio imposizizione di nuove tasse e altre misure che divennero sempre più impopolari , allestì poi una flotta di 12 galee e organizzò nei mesi successivi diverse campagne per reprimere i partigiani degli Angioini francesi, seguaci del pretendente al trono, Luigi. In questo marasma ci si mettavano anche I Papi, da una parte un Antipapa ad Avignone, dall'altra un Papa romano, entrambi pensavano al Regno come un loro feudo e quindi di poter fare e disfare Re e Regine. Ora l'atteggiamneto del papa romano era mutato,non andava più bene quello che facevano a Napoli, e favoriva ora il francese Luigi. Quando poi giunse nel 1386 la notizia della morte del re Carlo avvenuta in Ungheria, il clima cambiò ancora, nonostante che Margherita come Reggente avesse cercato inizialmente di tenere nascosta la morte di Carlo. La situazione nel Regno e nella capitale si era fatta difficile e insostenubile,perché soprattutto da parte dei partigiani del papa, si organizzavano tumulti contro nuovi aumenti di tasse e dazi, e i Seggi della città cercavano di ottenere maggiore autonomia e il diritto di essere consultati per l’imposizione di tasse. Nelle province imperversavano le milizia francesi di Luigi d'Angiò, era il figlio, il secondo di questo nome, la nobiltà parteggiava ora per uno ora per l'altro cercando di trarne più vantaggi personali possibili.
Nel 1387 arrivò a Napoli anche Ottone di Brunswick (il vedovo di Giovanna I), che sbarcò con un contingente militare angioino favorevole a Luigi: sotto la pressione dei partigiani angioini a Napoli, gli furono aperte le porte della città mentre le milizie di Margherita riuscirono a conservare i quattro importanti castelli strategici della città: Castelnuovo, Castel dell’Ovo dove si era ritirata con I figli, Castel Sant’Elmo e Castel Capuano. il papa Urbano moriva e al suo posto veniva eletto Bonifacio che invece incoronò il piccolo Ladislao. Rex Hungarie, Ierusalem et Sicilie, e Margherita assunse formalmente la reggenza del regno. A luglio 1387, Margherita. con i figli si imbarcò per Gaeta, ancora fedele a lei e a Ladislao, residenza più sicura di Castel dell’Ovo, dove cercò di organizzare la resistenza e allargare la cerchia dei sostenitori suoi e di Ladislao soprattutto tra le importanti famiglie nobili del Regno, e di approntare un esercito che avrebbe dovuto riprendere Napoli. Nella capitale si era sistemato Luigi II di Angiò a Castel S.Elmo, con il suo esercito, mentre l'esercito durazzesco, al comando di capitani di ventura come Giovanni Acuto, devastarono il circondario e tentavano di prendere la città per fame.
Cosi si andava avanti tra alti e bassi, tra tradimenti, alleanze e voltafaccia, con difficoltà di reperire soldi per pagare i mercenari, e anche semplicemente per mangiare, ma Margherita, aiutata dal legato pontificio cardinale Acciaioli che aveva incoronato Ladislao, nel 1389, pensarono che il ragazzino ( 12 anni) doveva trovare una moglie ricca con una buona dote. Seguiamo il racconto di A.Summonte: “ si volle in quel periodo che alcuni mercanti tornando dalla Sicilia narrarono delle grandezze e ricchezze di Manfredi di Chiaromonte e della bellezza della figlia Costanza e la Regina ( Margherita) allora stabilì di concludere il matrimonio tra il figlio e la figlia di Manfredi ..”. Si stipulò quindi il contratto di matrimonio tra Ladislao e Costanza figlia di Manfredi, potente conte di Modica e signore di Palermo. Il matrimonio, concluso formalmente il 15 agosto 1390, doveva assicurare a Margherita e ai suoi figli, il sostegno economico della famiglia Chiaramonte. La situazione militare era ancora critica, e costrinse Margherita a concedere ai suoi seguaci e ad altri che si aggregarono, ricche rendite e beni demaniali in feudo o in pegno, in cambio di prestiti o sostegno militare. La reggente consigliata anche dall'Acciaroli, cercò anche di legare più strettamente agli affari del governo i rappresentanti delle città, specialmente di Gaeta, e diversi cittadini furono accolti nel Consiglio di reggenza e gli fu accordato il diritto di consultazione per l’imposizione di nuove tasse e dazi. Margherita trovò anche il tempo di occuparsi di riformare in parte l'amministrazione del Regno creando nelle singole province un ufficio del vicegerens con poteri straordinari. Ma era già tempo di cedere il governo al Re, ormai aveva 16 anni poteva essere dichiarato maggiorenne: “ ….nel luglio del 1393, ….., la regina Margherita stabiliva di cedergli l'effettivo comando, si ritirava dal suo posto di reggente, sin allora tenuto con tanto accorgimento e tanta forza d'animo, e lanciava questo giovinetto sedicenne nel teatro della lotta.....” ( A.Cutolo, Re Ladislao d'Angiò Durazzo, Ediz. Berisio, 1969).
Ladislao d'Angiò-Durazzo
Non era finita per Margherita, che non solo assumeva la reggenza quando il figlio era lontano dal Regno, ma, nella scia della mentalità angioina, si era appropriata delle proprietà e dei feudi della sorella Giovanna, lasciata a marcire da 13 anni in Castel dell'Ovo e morta lì, proprio allora: così la “brava” sorella si prese il Regno di Albania che si trovava, anche se solo nominalmente, sotto la sovranità angioina, il ducato di Durazzo, l' Honor Montis Sancti Angeli( Feudo di Monte S.Angelo sul Gargano), e I feudi in Puglia (Monte Sant’Angelo, Gravina, Barletta, Bitonto, Monopoli, Brindisi, che nell’ottobre 1406 cambiò con Stigliano e Palazzo San Gervasio), in Basilicata (Venosa) e nel Principato (Salerno e Nocera). Non se la passò tanto male, erano tutti possedimenti e titoli che portavano non solo onori, ma soprattutto soldi. Margherita andò a risiedere a Salerno, dove disponeva di una propria Corte. Morì, sembra di peste, il 6 agosto 1412, ad Acqua della Mela vicino a Sanseverino di Salerno. Aveva 64 anni.
Al contrario della zia Giovanna, diventata regina giovanissima, senza marito o figli nè persone di cui fidarsi, soggetta a critiche e scandali veri o presunti e a ministri e favoriti, Margherita appare invece come una donna forte, dotata di intelligenza politica e forza di volontà nel difendere il Regno e soprattutto I figli Ladislao e Giovanna, ed è l'esempio che smentisce quella tradizione storica misogina di cui accennavo all'inizio di questo racconto. Il Regno, anche con Ladislao, che fu un grande guerriero e conquistò mezza Italia, rimase comunque oggetto di desiderio di tanti e teatro di instabilità e di scontri, fino all'ìarrivo di Alfonso di Aragona, nel 1440. 









martedì 26 luglio 2016

Carolina Bonaparte Murat.


                                                              Carolina Bonaparte Murat

Ci fu un breve periodo ( 1808/1815), in cui il regno di Napoli e di Sicilia ebbe, come Regine, due Caroline. Una, legittima, la figlia di Maria Teresa d'Austria, moglie di Ferdinando I di Borbone, trasferitasi con il marito a Palermo, al sopraggiumgere delle truppe rivoluzionarie francesi e che mai più avrebbe rivisto Napoli. L'altra, moglie di Gioacchino Murat e sorella di Napoleone Bonaparte.
Carolina Bonaparte Murat
In realtà il vero nome della seconda era Maria Annunziata ( detta Nunziatina), un classico nome mediterraneo, che però il grande fratello, che già si era mutato il proprio cognome da "Buona" in "Bona"..parte, più francese, le cambierà in uno ritenuto più chic, cioè in Carolina, ( e cosi farà per le altre sorelle , da Paoletta a Paolina e da Marianna a Elisa). Anche lei una regina per caso, una piccola borghese ignorante, ambiziosa e intelligente, che fece carriera e contribuì a quella del marito. Nunziatina Buonaparte nacque in Corsica, ad Ajaccio il 25 marzo 1782, settima figlia di Carlo e Letizia. Era una famiglia numerosa, sette tra fratelli e sorelle.La Corsica era da poco, da maggio 1769, diventata provincia francese. Grazie alle biografie del famoso fratello conosciamo tutto o quasi della famiglia: Napoleone, da oscuro capitano di artiglieria durante la rivoluzione, a generale e a Imperatore e padrone di mezza Europa, fratelli e sorelle promossi Re, duchi o principi. Dopo la morte del padre, madre e figli si trasferirono in Francia, nel 1793, all'ombra del fratello che stava per spiccare il volo. Annunziata aveva appena 11 anni, imparò a fare la sartina, ma soprattutto imparò, con le sorelle, l'arte della seduzione e a vivere l'aria di libertà postrivoluzionaria. A quindici anni Annunziata viene descritta ( R.De Lorenzo, Murat, Salerno Editrice) come “ già dall'aspetto di donna, ha graziose braccia, mani piccole e bianche, piedi ridondotti, è leggermente rotondeggiante. Colpisce per la vivacità e una precoce aria da seduttrice. Sa a stento leggere e scrivere, ma ha un carattere deciso e ambizioso”. Attirava già i desideri di molti uomini, soprattutto militari dell'entourage del fratello generale, che cominciavano a farsi avanti come pretendenti alla sua mano. Lei fu attratta da un giovane generale, comandante della cavalleria, alto, bello, riccioluto e brillante, si chiamava Gioacchino Murat e, nato nel 1767, aveva il doppio dei suoi anni. Così si sposarono prima con matrimonio civile il 20 gennaio 1800, poi in chiesa, il 7 gennaio 1802.
A Parigi, dove assunse una posizione di primo piano nella vita cittadina, Nunziatina, che ora si chiamava Carolina, iniziò la sua straordinaria carriera, unica tra le sorelle a diventar Regina, a fianco del fratello sempre più potente, e del marito, prima generale, poi maresciallo dell'Impero, quindi Duca e infine Re di Napoli nel 1808. Carolina seppe fare molte amicizie potenti, come Fouché e Maret, e non si fece scrupoli, benchè già sposata e madre del primo figlio, di andare a letto con personaggi importanti e politicamente utili, come Junot, governatore militare di Parigi, e Metternich, ambasciatore austriaco in Francia. Lei e il marito ebbero anche quattro figli: Achille nel 1801; Letizia 1802, Luciano nel 1803, e Luisa nel 1805.
A Napoli, Murat credette di poter essere autonomo e di essere un vero Re, volle strafare senza capire di essere invece solo un delegato del cognato, un prefetto francese in una provincia francese. Carolina cercò di fare da collegamento tra marito e Napoleone. In una sua lettera al marito, diceva: “ tutta l'Europa è schiacciata sotto il giogo della Francia. Il tuo scopo qual'è? Quello di mantenerci dove siamo e di conservare il regno; occorre dunque fare ciò che egli ( Napoleone) desidera e non irritarlo quando chiede qualche cosa, perchè è il più forte e tu nulla puoi contro di lui.....” ( G. Lefebrve, Napoleone, Ed. Laterza). Come sappiamo il regno murattiano durò poco: nel 1812 la campagna di Russia diede un bel colpo al'esercito francese, poi la sconfitta a Lipsia nel 1814, l'esilio all'Elba, i cento giorni e la definitiva sconfitta a Waterloo. Regina e reggente a Napoli per conto del marito impegnato con il cognato nelle ultime guerre, Carolina si rese conto che la fine dell'avventura napoleonica si avvicinava e cercò di rimediarvi, prendendo contatti con il suo antico amante Matternich, e convincendo il marito a tradire, e stringere una alleanza con l'Austria per salvare il trono. Rientrato a Napoli il 4 novembre, Murat accettò di entrare nella coalizione, ma era un sentimentale e non poteva resistere alle chiamate del potente cognato. Così partecipò all'ultima battaglia a Waterloo, alla disfatta della Francia e volle addirittura gettarsi in una rischiosa impresa: guerra all'Austria, invito agli Italiani a combattere per la libertà e l'unità (30 marzo 1815). Poi avrebbe tentato con lo sbarco in Calabria quell'ultima disperata avventura in cui avrebbe trovato la morte, per fucilazione, il 13 ottobre 1815. Invano Carolina si batté per salvarlo.
Villa Murat a Trieste
Rimasta sola a Napoli, la regina si era comportata con molta dignità e con molto coraggio nel momento finale della caduta del Regno, affrontando il duro atteggiamento degli alleati e l'ostilità crescente della popolazione. Dopo aver tentato una difesa militare, cercò di avviare nuove trattative con gli Inglesi, che le imposero una resa senza condizioni: Carolina e figli furono imbarcati su una nave britannica che li condusse, il 6 giugno 1815, a Trieste e da lì portati e internati a Graz, e poi in località nei pressi di Vienna, mettendosi sotto la protezione dell'imperatore d'Austria e del vecchio amico Metternich. A Trieste c'era già la sorella Elisa, che aveva avuto il permesso di stabilirsi in città e con il marito, Pasquale Baciocchi, nel 1816 acquistò una bella villa di stile neoclassico, detta Villa di campo Marzio, situata sulla collina di Sant'Andrea, da dove si spazia sul golfo di Trieste. Lì, nonostante le strettoie dei controlli di polizia la contessa Elisa visse piacevolmente, tra artisti e intellettuali del posto, gli anni del suo esilio, fino al 1820. Si era trasferita poi a Villa Vicentina dove morì il 7 agosto 1820. Trieste era comunque la meta e il luogo dell'esilio di altri napoleonidi, ci andrà poi anche l'altro fratello, Girolamo: dopo la morte nel 1821 di Napoleone a S.Elena, l'ex regina di Napoli, grazie a Metternich, riuscì a andare a Trieste e occupò la villa della sorella Elisa, ribattezzata villa Murat, e lei si farà chiamare Contessa di Lipona, chiaro anagramma di Napoli.
Viveva ormai in semipovertà, oberata dai debiti contratti dal marito per l'ultima spedizione e doveva restituire ai familiari forti prestiti. I sovrani di Francia e di Napoli la perseguitavano, controllandone ogni mossa e denunciandone l'opera cospiratrice. Mando I due figli Achille e Luciano in America presso lo zio Giuseppe; sposò invece le due figlie a due nobili emiliani, i conti Rasponi e Pepoli. Era sempre accompagnata dal generale Francesco Macdonald, già ministro della Guerra a Napoli, con il quale probabilmente aveva anche una relazione. Dopo il 1830, con il nuovo clima politico creato in Francia dall'ascesa di Luigi Filippo, Carolina tentò di rientrare in possesso dei beni ai quali aveva dovuto rinunziare nel 1808. Non ci riuscì, ma il re le fece assegnare una pensione di 100 mila franchi annui. Si trasferì a Firenze dove condusse una vita ricca di trattenimenti e relazioni sociali, e in questa città si spense nel 1839, a 57 anni.




venerdì 3 giugno 2016

Giovanna II d'Angiò-Durazzo, regina di Napoli


                                             
Ci fu un'altra Giovanna regina di Napoli, sempre per caso, della stessa famiglia e, secondo una certa aneddotica misogina, fu un altro disastro. Anzi fu il disastro definitivo per gli Angiò.
Nel regno di Napoli, secondo C. Casanova in Regine per caso (Laterza 2014) “ la presenza di regine per diritto di nascita nel XIV e XV secolo...per molto tempo è stata considerata come foriera di guai e sinonimo di governo arbitrario e di instabilità politica” .
Giovanna d'Angiò-Durazzo
Giovanna d'Angiò-Durazzo, ramo degli Angioini di Napoli, era nata a Zara il 25 giugno 1373 da Margherita d'Angiò e Carlo III d'Angiò-Durazzo, cugini, ed era sorella maggiore di Ladislao, nato invece a Napoli nel 1376, l'11 di luglio.
Ladislao fu re di Napoli: secondo i suoi biografi, fu “soldato e condottiero non ad essi inferiore” ( A. Cutolo, Re Ladislao d'Angiò-Durazzo, ed. Berisio, Napoli, 1969), riferendosi a capitani di ventura come Muzio Attendolo Sforza, Braccio da Montone, Paolo Orsini. Molti storici risorgimentali crearono il suo mito, ritenendo che egli non solo era antipapista, ma volesse unificare l'Italia. Poteva essere anche vero: aveva preso Roma e il Lazio, l'Umbria e si avvicinava a Firenze, quando improvvisamente, dopo quattro giorni di agonia per una sconosciuta malattia, forse anche avvelenato,vegliato dalla sorella Giovanna, morì a Napoli all' alba del 6 agosto 1414.
Giovanna aveva allora 41 anni ed era vedova di Guglielmo d'  Austria, sposato nel 1401 e morto nel 1406, e senza figli.
Da giovane, Giovanna era stata usata come merce per stringere e garantire alleanze, secondo il momento politico e la convenienza, e così fu per il duca d'Austria.
IL matrimonio fu contrastato da Papa Bonifacio IX, contrario soprattutto alla politica angioina, ma proprio per questo Giovanna, sollecitata dal re suo fratello, nel 1401, trovandosi nella sua città natale, si imbarcò per l'austriaca Trieste e da li si recò a Vienna. Il matrimonio durò poco, circa cinque anni e non ci furono figli. Alla morte del marito, Giovanna tornò a Napoli, aveva ora 33 anni, non aveva altre prospettive: si diede perciò alla vita di Corte. Secondo alcuni autori (V. Gleijeses, Storia di Napoli, Ed. SEN 1974) si dedicò “ esclusivamente ad una vita di dissolutezza e divertimenti”.
Alla morte del fratello, senza figli anche lui, racconta il Summonte: “ ….gli successe sua sorella Giovanna di anni 44 ( sic!) che per essere d' età matura fu ritenuta atta a governare...”. Ma evidentemente ella era matura solo di età e non di cervello, poiché, racconta sempre lo stesso autore: “ l'amore che portava a Pandolfello fu cagione che si dimenticasse di se stessa e del Regno”.
Tavola Strozzi, particolare
Chi era Pandolfello? Pandolfello Piscopo, soprannominato Alopo, di nobile lignaggio e "gentiluomo" del Seggio di Portanova, era entrato giovanissimo a Corte e aveva attirato, per la sua bellezza ed eleganza, l'attenzione della principessa Giovanna, che lo volle suo coppiere e nel suo seguito anche quando si recò in Austria, sposa di Guglielmo d'Asburgo, e ne era diventato l'amante.
La relazione era di pubblico dominio, ma l'errore fu che, divenuta regina nel 1414, Giovanna promosse Pandolfello alla carica di gran Camerlengo: questo titolo indicava una delle massime cariche della Corona e generalmente quel ministro - oggi lo chiameremmo del Tesoro - che amministrava il tesoro e i beni dello Stato.
Giovanna però doveva trovare un marito, almeno pro-forma e per tentare di assicurarsi una discendenza legittima, cosa difficile, data l'età. Penso che fosse più per misoginìa dei grandi del regno, per evitare guai e instabilità politica, più che un reale desiderio della regina. Comunque Giovanna dovette adempiere a questo dovere e per marito fu scelto il francese Giacomo di Borbone, conte di La Marche, al quale però fu riconosciuto solo il titolo di principe consorte. Il Borbone prima accettò il ruolo, poi ci ripensò, volle farsi Re, fece uccidere l'amante della regina, Pandolfello, mise uomini di sua fiducia in alcuni posti chiave, si attirò l'odio della moglie e di tutta l'aristocrazia. Il popolo, sobillato dai nobili e dai fedeli di Giovanna, si ribellò, e a Giacomo gli andò anche bene, perché riuscì a cavarsela e a non finire ammazzato come era accaduto per altri. Tumulti e rivolte popolari lo convinsero a lasciare Napoli e tornarsene in Francia nel 1418.
In questo periodo divenne favorito della regina il giovane Sergianni Caracciolo, di nobile famiglia napoletana. Giovanna iniziò con lui una celebre e discussa relazione. Evidentemente non aveva imparato niente, poiché ripeté lo stesso errore commesso con Pandolfello, mischiando l'interesse privato con il pubblico: Sergianni divenne una specie di primo ministro, e fu investito dell'autorità di assumere motu proprio molte decisioni cruciali, fino a diventare egli stesso l'arbitro e il padrone del regno.

Alfonso d'Aragona
Si ripeteva una storia già vista e vissuta da un'altra Giovanna, la prima, anche lei senza figli, sposata cinque volte con personaggi ambiziosi e decisi a impossessarsi del Regno, tra favoriti e amanti veri o presunti. Su Giovanna II, ormai anziana si addensavano nuvole e soprattutto dicerie, le malelingue ne raccontavano di tutti i colori sui suoi costumi e le abitudini sessuali e sulla vera e propria caccia a tutti gli uomini che incontrava, meglio se giovani e aitanti che, dopo l'uso, sarebbero stati gettati nelle segrete di Castel nuovo e divorati da un coccodrillo.
­Storie che accomunavano le due Giovanne, ed è per questo che le loro vite, nei racconti popolari e nelle leggende che ne nacquero, vengono spesso accavallate e confuse: “ le due immagini si sovrapposero in Napoli a formare l'unico tipo leggendario” ( B. Croce, Storie e leggende napoletane).
Impossibile narrare tutte le vicende di questo periodo, tra intrecci strani, alleanze e tradimenti, attacchi interni ed esterni al Regno, pretendenti al trono, congiure e ribellioni, baroni e grandi del regno, morti ammazzati e non, Papa e antipapa, donne e uomini in cerca di potere e di ricchezze, personaggi famosi dalle stelle alle stalle e viceversa, come Muzio Attendolo Sforza capo dell'esercito prima, poi imprigionato poi liberato, poi allontanato e ancora richiamato, e il figlio Francesco, futuro duca di Milano, e l'ennesimo errore della Regina. Senza figli, dovendo trovare un erede al trono, Giovanna scelse prima Luigi d'Angiò, poi cambiò idea e adottò Alfonso d'Aragona, poi cambiò di nuovo e tornò all'Angiò, provocando così solo una guerra che finirà nel 1443 con la vittoria di Alfonso.
Giovanna era morta già da otto anni, nel 1343, a 70 anni.


 



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martedì 17 maggio 2016

Il Piemonte e Napoli


Quanti sanno che c'è stata un' epoca in cui il Piemonte fu un possedimento napoletano? Cosa
c'entrava Napoli con il Piemonte ? Per saperne di più torniamo indietro nel tempo fino al XIII secolo.
L' Italia era divisa in vari Stati, grandi e piccoli, tutti dipendenti teoricamente dall'Imperatore del Sacro Romano Impero o dal Papa, divisi in fautori dell'uno, i Ghibellini, o dell'altro, i Guelfi. Lo Stato più grande e più forte era quello quello di Sicilia e di Napoli.
Più a Nord, si era consolidato lo Stato pontificio fino alle Romagne, e nel nord-est c'era la Serenissima Repubblica di Venezia. A ovest, nella pianura padana, in Lombardia e anche in Piemonte, c'erano stati i liberi Comuni come Milano e altre città, Piacenza, Novara, Asti, Torino e tanti altri più piccoli, ma nel XIII secolo quel modello politico era in crisi, e si stava arrivando lentamente alla instaurazione delle cosiddette Signorie, come quella dei Visconti a Milano.
In Piemonte erano molto attivi, e volevano allargarsi, i Marchesi di Saluzzo e del Monferrato, e iniziava la carriera di una famiglia che arrivava dalle Alpi, i conti di Savoia. Sul mare si affacciava la Repubblica di Genova.

Carlo I d'Angiò
Confinante con questi territori c'era la Provenza, dipendente da Luigi IX, Re di Francia. Nel 1246 Luigi fece sposare la dodicenne contessa Beatrice con il suo ventenne fratello Carlo d'Angiò, che divenne perciò Conte di Provenza. Carlo si diede da fare per aumentare i suoi domini, e tra il 1258 e il 1264 arrivò nella zona meridionale del Piemonte. Ma non ebbe bisogno di conquistarla militarmente. Fu il conte di Ventimiglia che, per l'aiuto prestato contro Genova, gli fece dono delle contee di Tenda e Briga vicino a Nizza. Gli Angioini furono accolti bene dalla popolazione: la loro presenza garantiva una grande facilità e redditività dei commerci tra Piemonte e la costa, con benefici per tutte le popolazioni dell'area. Per questo, riconobbero la signoria di Carlo d'Angiò i Comuni di Cuneo (1259), Alba, Cherasco, Savigliano, i Marchesi di Ceva, i Conti di Biandrate. Nel frattempo, nel 1264, Carlo d'Angiò fu invitato dal Papa ad impossessarsi del Regno di Sicilia, per contrastare il potere dell'Impero. Come sappiamo nel 1266 Carlo d'Angiò conquistò il regno di Sicilia, fece decapitare il sedicenne Corradino, nipote di Federico II, in piazza Mercato a Napoli, e diede inizio alla dinastia angioina di Napoli.
Altri Comuni piemontesi, intanto come Torino, Alessandria, Vercelli e Ivrea gli fecero atto di dedizione. Da quel momento quella zona divenne un possedimento del Re di Napoli.
La politica degli Angioini in quell'area fu molto accorta – stranamente in quanto Carlo e i suoi, alla conquista di Napoli e Palermo, si comportarono da crudeli e sanguinari -, essi non stravolsero gli ordinamenti delle città, ma lasciarono continuare l'amministrazione secondo le tradizioni e gli statuti precedenti, limitando al massimo la loro interferenza e traendone reciproco vantaggio.
In quegli anni l'interesse di Carlo, era volto al Regno dell'Italia meridionale, al suo consolidamento e anche alla sua possibile espansione: gli Angiò persero la Sicilia ma si allargarono oltre l'Adriatico occupando l'Albania con Durazzo e se ne proclamarono Re, e nel 1300 giunsero fino in Ungheria, furono poi principi d'Acaia e Re di Gerusalemme e altro. Il Papa Gregorio X, che, al contrario del suo predecessore, riteneva gli Angiò molto pericolosi per il suo potere, organizzò una Lega alla quale si aggregarono anche nemici Piemontesi e dopo alterne vicende, nel 1275 riuscirono a sconfiggere i presidi angioini e gli alleati, che abbandonarono la regione.
Ma non era finita.
Dopo qualche anno, Carlo II d'Angiò, lo zoppo, Re di Napoli e di Albania, riprese in Piemonte tutto ciò che il padre aveva perso.
Giovanna I d'Angiò
Restaurò perciò il dominio angioino con il passaggio dalla sua parte di numerose città della regione. Nel 1305 Carlo II, re di Napoli, unì la contea di Piemonte a quelle di Provenza, e da allora si intitolò anche Conte di Piemonte. Il titolo fu ereditato poi dai successori, ad iniziare dal figlio Roberto che ottenne la dedizione di Alessandria e Alba.
I rapporti degli Angiò di Napoli con i possedimenti piemontesi erano frequenti e costanti ed essi vi si recavano personalmete o mandavano membri della famiglia reale. I problemi vennero fuori dopo, alla morte di Re Roberto, con Giovanna I, regina chiacchierata e anche sfortunata: sposatasi ben cinque volte dovette affrontare nemici di ogni genere, anche in famiglia, pestilenze e guerre continue per mantenere il trono.
Si recò anche in Provenza ma per trovare il Papa ad Avignone e non ebbe il tempo di pensare alle terre piemontesi, se non quando dovette donare come dote alla sorella Maria, per il suo matrimonio con Carlo di Durazzo, la contea di Alba( V.Gleijeses, La regina Giovanna d'Angiò, Marotta Ed.1990). Il regno era andato allo sbando, l'ultimo marito di Giovanna, Ottone di Brunswick mentre stava combattendo in Piemonte per difendere quei territori, fu richiamato a Napoli, assalita da Carlo di Durazzo; la Sicilia non era stata riconquistata ed era occupata dagli Aragona, Giovanna non aveva avuto eredi diretti.
Il Piemonte perciò fu abbandonato a se stesso, i possedimenti angioini furono occupati dai Signori del Monferrato, Saluzzo,Visconti e dai Savoia, senza alcuna reazione da parte di Giovanna. Anche i successori, gli Angiò-Durazzo furono presi da altri impegni e problemi interni ed esterni al Regno, per cui finì così, lentamente e per abbandono, il governo angioino in Piemonte. Era durato circa ottanta anni.