Storia e storie

Racconti

mercoledì 14 giugno 2017

Castello del Carmine


Castello del Carmine

L' area orientale della città di Napoli, una volta extra moenia, zona della stazione centrale e di Poggioreale da un lato, e della Marina dall'altra, era da sempre una zona paludosa e malsana; lì sfociava un fiumiciattolo chiamato nell'antichità Sebeto, attraversato da ponti di cui oggi è rimasto solo il nome: il ponte della maddalena o quello di casanova.
Fu Carlo I d'Angiò che, verso la fine del XIII secolo, spostata la capitale a Napoli da Palermo, ordinò una serie di interventi e lavori, iniziando proprio con la bonifica di quell'area.
Castello del Carmine disegno dall'alto
Diede poi il via a lavori di ampliamento delle mura meridionali arrivando vicino al mare, includendo il cosiddetto Moricino o Muricino, un antemurale situato a guardia del porto, dove si svolgevano attività commerciali o anche artigianali legate al movimento delle navi. Fece poi trasferire in quell' area il mercato ( dove oggi è piazza Mercato) che prima era nel centro vicino S. Lorenzo maggiore (oggi p.za S. Gaetano), e nei pressi fece costruire due chiese, S. Eligio e poi quella di S. Maria del Carmine.
Dopo varie vicende, guerre, assedi e morti, causati da problemi di successione al trono, nel 1382 Carlo III d'Angiò-Durazzo, nuovo re di Napoli, ritenendo che su quel lato fosse necessario una nuova fortificazione, fece costruire lungo la spiaggia, un castello che, per la sua forma a sperone, fu chiamato appunto dello Sperone, e solo molto più tardi del Carmine, dalla vicina chiesa.
Castello dello Sperone
Il progetto prevedeva una destinazione di esclusivo uso militare di difesa da attacchi dal mare: furono edificate due grandi torri cilindriche, un torrione più grande e mura merlate rinforzate da grossi blocchi di piperno, dai quali spuntavano bombarde e altri strumenti di offesa. Il castello disponeva ovviamente di una caserma per i soldati, l'alloggio per il comandante e alcune celle.
Dopo qualche anno, nel 1439, l'area e il castello furono assediati dall' esercito di Alfonso d'Aragona e il forte fu bombardato da ogni lato. Durante questo assedio fu distrutto anche il campanile della vicina chiesa del Carmine: le cannonate colpirono anche l'abside e un grande crocifisso scolpito in legno di tiglio tra il XIII e il XIV secolo. Tutti pensarono che era andato distrutto, ma subito nacque la leggenda:“ grande fu invece la meraviglia del popolo – racconta V. Gleijeses - quando si potè constatare che la statua era intatta e solo la testa del Cristo si era piegata come per evitare il colpo mortale; mentre prima era rivolta verso il cielo, infatti, dopo il colpo tutti poterono constatare che era ripiegata sull'omero destro con la bocca e gli occhi ben chiusi e senza la corona di spine che aveva avuta sul capo”.
Qualche anno dopo regnava la dinastia Aragonese e il re Ferdinando I decise di affidare lavori di rifacimento delle mura e di ampliamento del castello all' architetto Francesco Spinelli o, secondo altri, a Giuliano da Majano.
Tra il 1647 e il 1648, durante la rivolta di Masaniello, il Carmine fu occupato dai ribelli e scelto come dimora da Gennaro Annese, diventato punto di riferimento degli insorti dopo la morte dello stesso Masaniello.
Nel corso del tempo il castello fu più volte ristrutturato e risistemato, poiché subì sempre assedi assalti e bombardamenti: restauri furono eseguiti, ad esempio, nel 1662 quando il viceré spagnolo conte di Pegnaranda fece aggiornare la struttura alle nuove esigenze belliche e anche abbellire gli interni, conferendo maggiore risalto agli arredi e alle stanze che avrebbero dovuto ospitare ufficiali più esigenti.
Nel secolo successivo fu teatro di altre imprese, come nel 1707, quando alcuni aristocratici napoletani organizzarono la “Congiura di Macchia” contro il Vicerè spagnolo, tentando di impossessarsi del castello, ma non combinarono niente, furono arrestati e condannati a morte. O ancora nel 1799, con la fine della Repubblica partenopea, fu conquistato dalle bande del cardinale Ruffo che agiva per conto del re Ferdinando IV. Ospitò, nella Torre Spinella, di cui da poco è stato ritrovato l'accesso, Eleonora Pimentel Fonseca e altri ad agosto di quell'anno prima di essere condotti a morte nella vicina piazza Mercato
Resti del castello in via Marina
Nel 1860, l' ultimo reparto borbonico presente nel castello provò un estremo e ultimo tentativo di resistenza alle bande garibaldine che erano già in città.
Il castello resistette in piedi fino al 1906, quando fu demolito per far posto a via Marina.
Oggi della struttura sono rimasti visibili i ruderi di due torri e una parte di cinta muraria lungo via Nuova Marina, ripuliti ma degradati a spartitraffico nel largo adiacente la chiesa del Carmine.
Con il castello del Carmine termina il racconto delle fortezze poste a difesa della città e del golfo di Napoli. Oltre ai forti c'erano, disseminate lungo la costa fino a Sorrento, varie torri di avvistamento, alcune medievali altre più moderne, a difesa di eventuali assalti dal mare. Alcune di queste hanno lasciato un ricordo nel nome dei luoghi dove sorgevano: a Napoli la Torretta, nella zona tra Riviera di Chiaia e Mergellina, nei dintorni, la Torre del greco e Torre Annunziata, oppure a nord a Torregaveta.


























martedì 23 maggio 2017

NAPOLI e il dott. Faust


Napoli e il dott. Faust



“…...Then up to Naples, rich Campania,Whose buildings fair and gorgeous to the eye, The streets straight forth, and pav'd with finest brick, Quarter the town in four equivalents:There saw we learned Maro's golden tomb, The way he cut,* an English mile in length, Thorough a rock of stone, in one night's space; …...”, (dott. Faustus di Crisstopher.Marlowe, 3° atto, scena prima).

                                                          Introduzione


Enzo Scala, direttore della Scuola superiore di arte drammatica con sede a Tenerife, Canarie, regista e attore e docente, mi scriveva qualche giorno fa:
"Caro Giovanni, sto dirigendo l'atelier di teatro classico con i miei alunni del cuarto e ultimo anno. Ho scelto il Fausto di Marlowe , e grata é stata la mia sorpresa quando leggo que di ritorno da un viaggio que gli propone Mefistofele, Fausto commenta cosí la gita:
“…...e dopo, la Campania felice, fino a Napoli: le case son belle qui a vedersi, lussuose,le strade ben diritte, e lastricate di bei mattoni; e lì, la tomba d'oro vedemmo di Marone il savio, e quella strada ch'egli tagliò, lunga d'un miglio traverso una pietrosa rupe, in una notte soltanto...”
A margine del testo inglese c'è inoltre una nota: “During the middle ages Virgil was regarded as a great magician, and much was written concerning his exploits in that capacity. The LYFE OF VIRGILIUS, however, (see Thoms's EARLY PROSE ROMANCES, vol. ii.,) makes no mention of the feat in question. But Petrarch speaks of it as follows” ,seguito da un brano in latino: "Non longe a Puteolis Falernus collis attollitur, famoso palmite nobilis. Inter Falernum et mare mons est saxeus, hominum manibus confossus, quod vulgus insulsum a Virgilio magicis cantaminibus factum putant: ita clarorum fama hominum, non veris contenta laudibus, saepe etiam fabulis viam facit. De quo cum me olim Robertus regno clarus, sed praeclarus ingenio ac literis, quid sentirem, multis astantibus, percunctatus esset, humanitate fretus regia, qua non reges modo sed homines vicit, jocans nusquam me legisse magicarium fuisse Virgilium respondi: quod ille severissimae nutu frontis approbans, non illic magici sed ferri vestigia confessus est. Sunt autem fauces excavati montis angustae sed longissimae atque atrae: tenebrosa inter horrifica semper nox: publicum iter in medio, mirum et religioni proximum, belli quoque immolatum temporibus, sic vero populi vox est, et nullis unquam latrociniis attentatum, patet: Criptam Neapolitanam dicunt, cujus et in epistolis ad Lucilium Seneca mentionem fecit. Sub finem fusci tramitis, ubi primo videri coelum incipit, in aggere edito, ipsius Virgilii busta visuntur, pervetusti operis, unde haec forsan ab illo perforati montis fluxit opinio." ITINERARIUM SYRIACUM,—OPP. p. 560, ed. Bas.] ".
Non conosco l'inglese ma è stato facile riconoscere due nomi, Virgilio e Petrarca e capire, dal brano latino, che si parlava di Napoli ai tempi di Re Roberto d'Angiò e della leggenda di Virgilio Mago.
La citazione, così' particolareggiata, di Napoli, in un dramma inglese del '500,e l'accenno alla leggenda di Virgilio Mago, ha suscitato ovviamente curiosità e poi stimolo a saperne di più e a capire come l'autore del dramma conoscesse storie e leggende di una città così lontana.
Iniziamo prima di tutto con un po' di storia del periodo.

                                         L' Europa del periodo

Siamo nel XVI secolo. Il periodo in Inghilterra e anche in tutta l'Europa, non era dei migliori.
L'Inghilterra e gli altri paesi europei erano tutti coinvolti in guerre di religione, cristiani contro cristiani, calvinisti, luterani e cattolici.
I protestanti luterani seguaci di Martin Lutero, che aveva dato il via alla riforma protestante a negli anni veti del 'XVI secolo, i calvinisti seguaci di Giovanni Calvino, che in verita era svizzero e si chiamava Jehan Cauvin. Con Lutero , fu anche egli riformatore religioso del cristianesimo europeo degli anni venti e trenta del secolo, anche se il suo pensiero si distinse in parte dal quallo luterano.
La chiesa cattolica, per correre ai ripari, con papa Gregorio XIII e poi con Sisto V, avviò la controriforma con il concilio di Trento che durò 18 anni, dal 1545 al 1563. Quel concilio però, invece di conciliare, sconfessò tutto ciò che Lutero e gli altri riformatori sostenevano e, così facendo, diede il via a dissidi, ribellioni e guerre. Molti Stati tedeschi si schierarono contro il Papa.
In Inghilterra, Enrico VIII, non avendo ottenuto l'annullamento papale del matrimonio con la spagnola Caterina, che non poteva aver figli, si ribellò al papa, allontanò Caterina, abbracciò il protestantesimo, si dichiarò capo della chiesa di Inghilterra e sposò Anna Bolena, dalla quale nacque nel 1533, Elisabetta.

Elisabetta I
Nel 1558, Elisabetta, sostenuta dai suoi seguaci protestanti, salì al trono d'Inghilterra. Fu un periodo difficile funestato da forti tensioni religiose e tentativi di congiure contro di lei, e guerre contro la Spagna cattolica, dalla quale l'Inghilterra uscì vittoriosa . Sotto il suo regno furono poste le basi della futura potenza commerciale e marittima dell 'Inghilterra. La sua epoca fu anche un periodo di straordinaria fioritura artistica e culturale: William Shakespeare, Cristopher Marlowe, Ben Jonson, Edmund Spenser e Francis Bacon sono solo alcuni degli scrittori e pensatori che vissero durante il suo regno.
L'impero spagnolo era mondiale, con Carlo V e poi il figlio Filippo II, aveva possedimenti e colonie nella Americhe, nelle Filippine, nei paesi Bassi e dominava il Mediterraneo dai territori insulari siciliani e continentali con Napoli capitale.
La Spagna fomentava ribellioni contro l'inghilterra e lo stesso Papa Gregorio inviava truppe a combattere a favore dei cattolici d'Irlanda. La Francia cattolicissima era attraversata da dissidi interni con altre religioni non ancora però in grado di fomentare rivolte. Il re Carlo VIII, nel 1495, era sceso in Italia ed era arrivato fino a Napoli nel tentativo di toglierlo agli Aragona, ma aveva dovuto desistere e tornarsene indietro.
Il suo successore Luigi XII, nel 1498, riprese la guerra e accordatosi con il re di Spagna, Ferdinando detto il cattolico,(quello che insieme alla moglie Isabella di Castiglia aveva dato tre navicella aun certo Colombo), tornò nel sud Italia e insieme agli alleati spagnoli, riusci ad avere ragione del re di Napoli, che si arrese.
Ma il patto tra Francesi e Spagnoli durò poco, ben presto si scontrarono per la spartizione del bottino. Per non farla lunga, gli Spagnoli ebbero la meglio e il 14 maggio 1503, il Gran capitano don Consalvo di Cordova entrò a Napoli e tutto il sud fino alla Sicilia, divenne una provincia spagnola. A Napoli e a Palermo furono inviati dei Vicerè che, generalmentem sfruttavano le risorse dei territori loro affidati, senza produrre niente di buono per il popolo e le città.
Tranne uno, secondo me. Napoli fu completamente trasformata e abbellita da don Pedro di Toledo che governò 21 anni, dal 1532 al 1553, e il cui nome resta legato a quella strada lunga, dritta e lastricata che ancora oggi porta il suo nome.
Ora, però, andiamo a conoscere Cristopher Marlowe e il suo Faust.
                                        Marlowe e Faust


Cristopher Marlowe
Christopher Marlowe, fu drammaturgo, poeta e traduttore inglese. La data di nascita viene collocata nel 1564 , ma non è certa, mentre certa è quella della morte avvenuta il 30 maggio 1593 a 29 anni, nel corso di una misteriosa rissa avvenuta in un locale malfamato. Il giovanotto si laureò presso l'Università di Cambridge, studiava e traduceva anche i classici latini e i poeti italiani dei secoli precedenti. Da quel che raccontano i suoi biografi, la sua breve vita fu avventurosa e dissoluta. Fu accusato anche di libertinaggio e omosessualità, e anche di essere uno 007, un agente del servizio segreto di sua Maestà Elisabetta I.
Tra le altre opere come Dido, Queen of Carthage (Didone, regina di Cartagine, 1586 circa) Tamburlaine,in due parti(Tamerlano il Grande,, 1587/1588 circa) o anche traduzioni di classici latini come Pharsalia di Marco Anneo Lucano (1592 circa) e Amores di Publio Ovidio Nasone (1592 ), egli compose il dramma che ci interessa, cioè Doctor Faustus (La tragica storia del Dottor Faust, nel 1590 circa).
Dottor Faustus è basato su un antico racconto popolare, forse di origine germanica, che, secondo alcuni storici, potrebbe a sua volta essere stato influenzato da precedenti trattati latini, ma tutto è andato perso.
Il dramma si sviluppa con la presenza di due angeli, uno maligno e uno buono che invano provò a redimerlo e fargli rompere l'accordo con il diavolo. 
La trama è semplice e sarà ripresa con qualche modifica, nel XIX secolo, da Wolfgang Goethe.
   Faustus era un grande studioso avido di conoscenze,e non gli bastava più quello che si studiava nelle Università e nelle Accademie. Egli voleva di più, si avventurò nel campo della magia e della stregoneria. Nello studio dove aveva appena fatto un incantesimo gli apparve il diavolo, Mefistofele, che gli propose un patto: Faustus, potrai avere tutta la conoscenza e il sapere che desideri, aiutato da me, avrai la tua vita per 24 anni e al termine di questo tempo, in cambio, avrò la tua anima. Faustus accettò il patto.    Inutile dilungarsi molto sullo svolgimnto della tragedia. Ciò che mi interessa non è la qualità stilistica o artistica della tragedia, né le imterpretazioni o l'idea dell'autore, o il significato della leggenda, ma soltanto esaminare l'origine di quelle affermazioni relative a Napoli.
Esaminiamole quindi nella loro completezza.

Siamo nel 3° atto, scena prima. Faustus e Mefistofele si trovano a Roma, addirittura negli appartamenti papali.
Faust: Gentile Mefistofele, or che abbiamo con gran diletto vista la città di Treviri grandiosa, tutta cinta da cime aeree, da rocciose mura, da fondi specchi d'acqua per fossati, di certo inespugnabili ad un principe che venga per conquista; e da Parigi poi, osteggiando il regno della Francia, vedemmo il Meno traboccar nel Reno, che folte ha rive di feraci vigne e di foreste; e dopo, la Campania felice, fino a Napoli: le case son belle qui a vedersi, lussuose, le strade ben diritte, e lastricate di bei mattoni; e lì, la tomba d'oro vedemmo di Marone il savio, e quella strada ch'egli tagliò, lunga d'un miglio traverso una pietrosa rupe, in una notte soltanto; e poi, verso Orïente a Venezia, ed a Padova; ed in una di queste s'alza un tempio sontuoso a minacciar le stelle con le sue ambiziose guglie, e le strutture d'infinite pietruzze colorate son ricoperte, e tutta un' opra strana d'oro è la volta. In tal modo, finora, passai il mio tempo. Ma ora dimmi, a quale tappa noi siamo? E non m'hai tu condotto tra le mura di Roma, come io volli?
Mefistofele: ora tu devi sapere, Faust, che questa Roma sorge su sette colli, che le fondamenta ne reggono: e trascorre proprio in mezzo l'onda ratta del Tevere e divide con sinuose sponde la città.
S'inarcano su d'esse quattro ponti superbi, ed apron facile il passaggio verso ogni parte. E sopra uno, ch'è detto Ponte Angelo, s'eleva poderoso molto un castello, dove tu vedrai d'artiglieria tal copia, che i cannoni doppi gettati in bronzo sono tanti quanti giorni vi sono dentro il giro di un anno; ed alle porte è un obelisco alto, che portò Cesare dall'Africa”.(1)
   Il racconto come si vede procede a zig-zag: Marlowe cita Treviri, antica città tedesca, di origine romana, che egli doveva conoscere bene dal momento che parla di alte mura imprendibili e fossati intorno. Mentre sorvola su Parigi perchè avverso al regno di Francia, e salta direttamente ai confini tedeschi sul Reno. E' possibile che la Francia e Parigi vengano ignorate per i contrasti religiosi esistenti tra protestanti inglesi e cattolici francesi? Mentre alla Germania viene dedicato più spazio perchè luterana?
   Poi Faustus scende in Italia e illustra prima la Campania, poi Venezia e Padova, ma non sa dove sia un “tempio sontuoso” che infatti non nomina, ma che immagino si riferisca alla basilica di San Marco a Venezia: strana questa ignoranza su uno degli Stati più importanti della penisola, la Repubblica Serenissima di Venezia.. E infine Roma, la città papale odiata dai protestanti,di cui Marlowe doveva conoscere la storia avendo studiato classici latini e anche medioevali.


   
----------------------------------------------------
NOTA 1:  I ponti importanti a Roma, inel XVI secolo erano effettivamente quattro: Ponte Milvio, Ponte Sisto, Pnte Elio o Sant'Angelo, e Ponte Maggiore. C'era in realta anche un altro ponte che univa l'isola tiberina in mezzo al fiume alla terraferma, ma non era importante.
   Il castel S.Angelo era stato in realtà un Mausoleo, voluto da all'imperatore Adriano come tomba per se stesso  e per i suoi successori,  fu iniziato intorno al 123 e terminato un anno dopo la morte di Adriano dal successore Antonino Pio.


    
                                 La Campania e Napoli


     
Ed eccoci invece in Campania. La descrizione che ne fa Marlowe attraverso Faust è precisa e dettagliata. E' sorprendente che, alla fine del XVI secolo, un poeta e scrittore inglese che mai si era mosso dalla sua isola, parli così di una lontana città mediterranea.
Tavola Strozzi, Castel nuovo
Cosa dice Faust ?
1) La Campania è felice:,
2) Napoli ha case belle e lussuose,
3) Napoli ha strade dritte e lastricate con bei mattoni,
4) Napoli ha una tomba d'oro di un tal Marone detto il savio,
5) Napoli ha una strada lunga che questo Marone tagliò in una sola notte attraverso una montagna pietrosa.
La domanda alla quale vorrei rispondere è: Come faceva Marlowe a conoscere certi particolari della città e anche una specifica leggenda partenopea?
Forse qualcuno gli aveva raccontato di case belle e strade drittee lastricate ? Sarà andato lui stesso a Napoli? Avrà parlato forse con qualche emigrante napoletano a Londra? Forse Marlowe considerava Napoli un luogo lontano e esotico, avvolto da misteri, da leggende e superstizioni ?
 In Inghilterra, in quel periodo, l' Italia non era amata troppo perchè considerata un grave pericolo per il corpo e per l'anima: i rigidi protestanti pensavano che nella penisola ci fosse molta libertà sessuale (pensa un po'!) e troppa tolleranza verso forme di perverione sessuale come l'omosessualità ( ripensa un po'!). Inoltre essi la ritenevano anche pericolosa per la presenza del Papa e dei nemici cattolici. E anche andare a Napoli, essendo un possedimento spagnolo, poteva essere era pericoloso. Però a Napoli c'era già da qualche anno una bella strada dritta e lastricata con bei mattoni: era la strada fatta costruire nel 1536 circa dal Vicerè don Pedro di Toledo e che ancora oggi porta il suo nome
Decumano maggiore( via Tribunali)
   E le case belle e lussuose? Tutte quelle che l'aristocrazia napoletana iniziò a costruire lungo la strada di Toledo. Potrebbe essere questa la risposta alla domanda che ci siamo posti oppure puo essercene un' altra e se c'è , dove la troviamo?
   Una possibile risposta la si può trovare, a mio parere, negli studi classici di Marlowe a Cambridge e nella nota in latino, allegata al testo inglese chiamata itinerarium syriacum.
   Fu Plinio il vecchio, scienziato, naturalista morto durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. a chiamare Felix la Campania, per sottolineare la fertilità della terra.
Le case belle e lussuose possono essere identificate con le domus di Neapolis o i palazzi medioevali, soprattutto di epoca angioina, che sorgevano lungo le strade dritte e lastricate con bei mattoni.
E quali potevano essere queste strade? La risposta, a questo punto, è semplice, non è via Toledo costruita intorno al 1540, ma sono i decumani e i cardini, quelle vie cioè che, sia da est a ovest sia da nord a sud, di origine greca, formavano la griglia ippodamea della città antica.
 Oggi corrispondono per esempio a via Tribunali, a Spaccanapoli, a via Nilo e via Atri, a S.Gregorio Armeno, tanto per citare quelle più note.
Detto ciò, ci sono altre due risposte da dare in merito al Savio Marone e a un'altra strada lunga scavata nella montagna in una notte: per cercarle si va in un mondo particolare, in quello delle magie, delle leggende e delle superstizioni popolari in città..


                           Misteri, energie e superstizioni


Fenomeni naturali, punti e luoghi di forza, paure, fantasie e invenzioni umane, tutto ciò che non si poteva spiegare razionalmente hanno dato luogo a leggende e miti in tutti i paesi e città della Terra.
I punti di forza o di alta energia sono quei campi magnetici presenti sul pianeta, dove persone particolarmente sensibili possono avvertire un'atmosfera diversa, che può cambiare radicalmente lo stato fisico e mentale.

Via Nilo
In epoche remote, donne e uomini che vivevano a stretto contatto con l'ambiente, sapevano cogliere meglio di noi le peculiarità di questi siti e li sceglievano come aree sacre, dove praticavano riti e misteri di fecondazione, guarigione e rigenerazione.
L'Italia è ricca di luoghi di forza: dallo spaventoso giardino di Bomarzo,in provincia di Viterbo, Il cosiddetto Parco dei Mostri, denominato anche Villa delle Meraviglie, un parco nel quale si trovano spaventose sculture, che rapresentano mostri, animali mitologici e divinità, al percorso iniziatico di Castel del Monte, vicino Bari, costruito da Federico II. Su quella struttura ritenuta anomala per un castello dell'epoca, sono sorte interpretazioni varie su iniziazioni massoniche oppure sulla presenza del Sacro Graal.
Napoli e i dintorni erano pieni di luoghi misteriosi e leggende ma anche di fenomeni naturali inspiegabili per gli antichi abitanti che perciò pensarono a Dei e a magie. A Ischia, le eruzioni e il fuoco che usciva dall'Epomeo era dovuto alla presenza nelle viscere del vulcano, del gigante Tifeo che muovendosi provocava eruzioni e terremoti.i movimenti.      
Basti pensare, alla tradizione del munaciello e della bella mbriana, al malocchio e la fattura, e l'interpretazione esoterica del bugnato della chiesa del Gesù nuovo. E poi ancora la Sanità e le catacombe, il cimitero delle Fontanelle e altre meno note come la strega di Port'alba Maria la rossa, e la leggenda del Palazzo Penne,che si trova nel largo Banchi Nuovi e che ricalca in qualche modo la vicenda di Faust e il diavolo, allo scioglimento del sangue di S.Gennaro,e alla leggenda di castel dell'Ovo.
Il luogo di più alta energia è stato individuato in quella parte della città dove c'era il vicus Alexandrinus, quella che oggi è via Nilo, quartiere di immigrati egiziani di Alessandria d'Egitto, dove si celelebravano “Misteri” ai quali partecipavano solo iniziati che avvertivano “vibrazioni magnetiche del suolo”.
Nella zona, da quanto raccontano archeologi e studiosi di esoterismo, già in tempi molto lontani si tramandavano leggende e simboli relativi a templi pagani, e a un cosiddetto “centro cosmico”, un luogo dove ci sarebbe una particolare corrente di magnetismo e di energia. Lì c'era un tempio contenente una statua “velata” di Iside e di Horus, Dei egiziani.  
Bartolomeo Capasso affermava che “...in fondo alla cella vi era l’immagine della Dea, che i filosofi credevano fosse il tutto, ciò che fu, è, e sarà: essa, dai soli sacerdoti e dagli iniziati poteva essere veduta….”.
Cappella S.Severo, Macchine anatomiche
Due millenni dopo, nello stesso luogo, un altro tempio - cristiano – accoglie statue “velate” e simboli, visibili dai soli iniziati o comunque da studiosi della materia, mentre un qualsiasi visitatore può provare ammirazione, stupore o turbamento, ma non può comprendere i segnali esoterici in essa contenuti. Si tratta della famosa cappella San Severo, un luogo avvolto da leggende popolari e misteri, pieno di magie e simboli esoterici messi lì da Raimonsdo di Sangro, principe di San Severo, gran maestro della Loggia massonica napoletana del '700. Alchimista, studioso di fisica, medicina, e filosofia, realizzò invenzioni incredibili per l’epoca, e poichè non ne spiegava mai i segreti, gli si creò intorno una inquietante leggenda di Stregone e Mago: il popolino che vedeva sprizzare dal suo palazzo, di giorno e di notte, bagliori di fornelli e sentiva stridori di macchine, vedeva gente strana che entrava e usciva, oggetti e opere straordinarie, mormorava di patti col demonio.
Nell'area a nord di Napoli, invece, nei cosiddetti Campi Flegrei, da Agnano a Pozzuoli, sul misterioso lago d' Averno,, a Cuma dalla Sibilla, nella Solfatara di Pozzuoli, i luoghi altamente vulcanici, soggetti a manifestazioni eruttive e a bradisismi, provocavano la fantasia degli uomini e producevano la nascita di miti e leggende, note ancora oggi..,Nella prima metà del IX secolo, con il duca Sergio I, i Campi Flegrei subirono la loro massima sommersione marina, dovuta al bradisismo negativo. A Pozzuoli le colonne marmoree dell’antico mercato romano, chiamato erroneamente tempio di Serapide, vennero sommerse fino a un’altezza di 6,30 metri. La popolazione si era spostata sulle colline circostanti. Secondo alcuni autori, in questa epoca il lago di Lucrino non esisteva più, essendo completamente sommerso dal mare, anzi appariva come una profonda insenatura marina che raggiungeva l’imboccatura del lago d’Averno.
Il lago d’Averno situato all'interno di un cratere vulcanico spento, avvolto da fiamme, fumi, esalazioni, gas, che impedivano a uccelli di volare e a pesci di vivere nell'acqua, fece pensare all'ingresso nel mondo dei morti, e lì Virgilio, nell'Eneide, fece andare Enea nel suo viaggio agli Inferi. C'era però chi non credeva a tante storielle ed era molto più pratico: Marco Vipsanio Agrippa, collaboratore e amivo di OttavianoAugusto, nel 37 a.C. aveva avuto l'incarico di trovare un porto sicuro per la flotta romana del Tirreno. Egli perciò individuò il luogo per la base navale facendo scavare un canale fra il mare ed il lago di Lucrino per formare un porto esterno e un altro fra il Lucrino ed il lago d'Averno per avere un porto interno.

                                   La tomba d'oro di Marone il Savio


E veniamo alla tomba d'oro e a Marone il Savio
Chi era Marone? Un illustre sconosciuto ? No, un'altra reminiscenza degli studi classici di Marlowe. Si tratta nientedimeno che di Publio Virgilio Marone, il maggiore poeta di Roma nel periodo Augusteo.
Non era un romano di Roma, ma un provinciale. Era nato vicino Mantova il 15 ottobre del 70 a.C. e visse in anni di grandi sconvolgimenti politici: guerre civili continue, Mario, Silla, Pompeo e Cesare e il suo assassinio alle idi di marzo del 44 a.C., poi ancora guerre civili, Bruto e Cassio, Ottaviano, Marco Antonio e Cleopatra, la vittoria di Ottaviano Augusto e la nascita dell'Impero.
Durante quegli anni, avendo perso molta parte delle sue terre mantovane, se ne andò a vivere - indovina un po' – a Napoli.
I suoi scritti più importanti furono le Bucoliche e le Georgiche, componimenti poetici sulla vita dei campi e dei pascoli, che gli valsero la conoscenza di Mecenate, che aveva possedimenti in Campania vicino Napoli, e l'ingresso nel suo circolo di poeti e letterati dell'epoca. Egli era in buona compagnia, c'erano Orazio, Catullo, Ovidio, Tito Livio e qualcun altro.
Attraverso Mecenate, Virgilio conobbe Augusto, collaborò alla diffusione della sua ideologia politica e scrisse il suo poema più importante, l'Eneide, nel quale attraverso la storia dell'eroe troiano Enea, narra la storia di Roma e dello stesso Augusto. Lo scrisse, dicono gli storici, in circa dieci anni fra Napoli e Roma.  Morì a Brindisi il 21 settembre del 19 a. C. appena sbarcato dalla nave che lo riportava indietro da un viaggio in Grecia.
Il corpo fu trasportato a Napoli, dove fu sepolto in una tomba sulla collina di Posillipo, che ha preso poi il nome di parco Virgiliano. Sulla tomba fu posta una iscrizione che raccontano dettata dallo stesso Virgilio in punto di morte:
Mantua me genuit( Sono nato a Mantova), Calabri rapuere (il Salento mi prese, nel senso che morì in quella regione a Brindisi, Calabri erano gli abitanti della Puglia, mentre l'attuale Calabria si chiamava Brutium), tenet nunc Parthenope( ora mi tiene, nel senso che è seppellito, Napoli); cecini pascua, rura, duces ( cantai, cioè scrissi, i pascoli, cioè le Bucoliche, i campi o le campagne, cioè le Georgiche ,i duci, cioè i condottieri, i guerrieri, cioè l'Eneide).
Da nessuna autore si riporta il fatto che la tomba, come dalle parole di Faustus, era d' oro o comunque dorata. Anzi non è neanche stata individuata bene. Secondo alcuni infatti il tempietto con l' urna contenente le ceneri del poeta era collocato sul percorso che costeggiando il mare a Chiaia ( oggi è la Riviera ), giungeva alla grotta che poi conduceva a Pozzuoli. Mentre altri hanno pensato a un colombario, che era un ambiente sepolcrale, nelle cui pareti erano ricavate le nicchie per la custodia delle ceneri, esistente sulla collina di Posillipo, all'imbocco della crypta.
Virgilio, busto
La fama letteraria di Virgilio dura ancora oggi, mentre è restata solo una curiosità quella più popolare che, a Napoli, nel medioevo normanno e angioino, lo indicò e venerò come “Savio”, cioè come Mago, attribuendogli poteri taumaturgici e protettivi della città. 
Virgilio diventò una specie di patrono della città, dopo la Sirena Partenope e prima dell' ascesa di San Gennaro. Gli scrittori medioevali biografi di Virgilio scatenarono la propria fantasia nell'attribuirgli le cose più strampalate e incredibili, come ad esempio la costruzione di un cavallo di bronzo capace di mantenere sani i cavalli, una mosca di bronzo col potere di allontanare le mosche dalla città, un macello nel quale la carne poteva mantenersi intatta per sei settimane, una statua di bronzo che rappresentava un uomo con l’arco teso e la freccia pronta a essere scoccata verso il Vesuvio, per tenerlo sotto controllo e difendere Napoli dalle eruzioni. E non finisce qui. Sarebbe stato Virgilio il mago a consigliare all'imperatore di costruire l'acquedotto del Serino, che arrivava fino a Miseno; avrebbe poi fatto costruire una rete fognaria e pozzi e fontane per la città oltre ai complessi termali di Baia e Pozzuoli, per cui fu anche necessario scavare un traforo nella collina di Posillipo.
Evidentemente è per questa fama di magia e di alchimie unite a superstizioni popolari e alle paure dei demoni, che Marlowe ne parla accennando anche alla costruzione di una grotta in una sola notte, ma dimenticando quella magia ancora più famosa a Napoli, quella dell' Ovo nel castello omonimo. 
Al tempo della conquista nornanna della città da parte di Ruggero II di Sicilia, nel 1140, il castello diventò la residenza del re.
Fu allora che si cominciò a spargere tra la popolazione la favola dell'ovo: si disse che, un Mago di nome Virgilio,“in una gabbietta che fece murare in una nicchia delle fondamenta”( M. Buonoconto, Napoli esoterica ),aveva chiuso un uovo che avrebbe mantenuto in piedi l'intera fortezza. La sua rottura avrebbe provocato non solo il crollo del castello, ma anche una serie di rovinose catastrofi alla città. La voce stravagante si sparse tra il popolo, poi tra i nobili e la stessa Corte, andando avanti nei secoli.


                                La Crypta neapolitana


      Questi non erano tuttavia i soli incantesimi attribuiti a Virgilio, al quale si attribuì anche l’apertura in una sola notte di una strada lunga, che questo Marone tagliò attraverso una montagna pietrosa.
Si raccontava che Marone evocò un gruppo di demoni infuocati per fargli scavare una grotta lunga un chilometro, ai piedi di una collina. Il lavoro si sarebbe completato in una sola notte, se non fosse passato di lì un cittadino il quale, impaurito dai lampi di luce e dal frastuono del lavoro in corso, si mise a gridare e i demoni si volatilizzarono nel nulla. La grotta però era quasi ultimata perchè mancavano pochi metri alla fine. Il lavoro fu poi portato a termine da altri lavoratori umani. E' così che nacque la Crypta Neapolitana, e la leggenda della sua costruzione magica si diffuse tanto che era presente ancora ai tempi del Re Roberto d'Angiò, e veniva chiamato la grotta di Virgilio.
Crypta,, Gaspar Van Wittel 
In realtà, come narra Strabone, il tunnel fu realizzato da Lucio Cocceio Aucto, architetto che nel 37 a.C. aveva già lavorato con Agrippa ai canali che univano lago d'Averno e Lucrino al mare, nel golfo di Pozzuoli.
La crypta doveva far parte di una rete di infrastrutture militari, ma al termine delle guerre, la grotta continuò ad essere utilizzata come infrastruttura civile, per raggiungere più facilmenete e velocemente Pozzuoli, senza dover utilizzare da e per Napoli la via per montes , che saliva sul Vomero e attraverso Antignano riscendeva per la Pigna verso Agnano, per poi proseguire per Pozzuoli e il suo porto.  
Originariamente però la galleria era molto bassa ed era difficilmte percorribile a cavallo o a bordo di carri, si doveva infatti scendere e attraversarla a piedi. Come risulta da una testimonianza di Seneca, era angusta, buia, polverosa e opprimente. Per questo, se è vero che si continuò ad utilizzarla per secoli, è altrettanto vero che si cercò di ampliarla e migliorarla. 
Solo nel 1456 – dice Cesare.De Seta in “ Napoli” - , il re Alfonso ordinò “lavori nella grotta detta di Virgilio, che collega Napoli al versante flegreo: fu abbassato il piano stradale e furono ingrandite le bocche per l'illuminazione e l'areazione della galleria”.
Secondo Petronio Arbitro, che ne parla nel Satyricon, la crypta era consacrata a Priapo, dio della fertilità, lì sarebbe stato anche un tempio di Priapo il cui culto si basava su riti fallici notturni. Si racconta che in suo onore si celebravano cerimonie misteriche e riti orgiastici, durante le quali vergini e spose infeconde partecipavano a oscene pratiche propiziatorie. 
Si verificò nel '500, durante la dominazione spagnola, durante alcuni lavori di manutenzione, un episodio che aumentò il mistero e il carattere ambivalente del tunnel: nella grotta fu ritrovato un bassorilievo marmoreo recante la scena dell'uccisione di un toro da parte del dio Mithra.
Mithra era il dio che conduceva le anime nell'Aldilà e aveva anche facoltà di giudicarle. era un culto misterioso, destinato a soli uomini proveniente dall' Oriente, in particolare dalla Persia. Mithra era nato dalla roccia e destinato alla salvezza del mondo, i riti in suo onore erano misteriosi e si celebravano nelle grotte.
 Molti pensano perciò che la crypta fosse utilizzata come Mitreo, il luogo ove si celebravano riti in onore di Mitra (2). Ben presto i riti misterici legati al culto di Mitra furono sostituiti dai riti del Cristianesimo, ai quali si aggiunse, in epoca medievale, l' aura di magia e mistero connessa alla figura di Virgilio.
L' ingresso della grotta sta tra la tomba commemorativa di Leopardi e il colombario che conteneva le ossa di Virgilio.
La galleria restò in uso fino alla fine dell'Ottocento, quando fu chiusa per problemi di statica, ma dopo che era già entrata in esercizio la nuova Galleria delle Quattro Giornate.
 
 
 
      ----------------------------------
 
NOTA 2:  Mitra è stato visto da alcuni come un analogia al Cristo. Egli era nato per salvare il mondo, data della nascita di Mitra era al 25 dicembre, alcuni giorni dopo il solstizio d'inverno. Il solstizio coincide con il giorno più corto dell'anno e dal giorno successivo il sole riprende la sua ascesa percepibile tre o quattro giorni dopo; da qui la  data 25 dicembre.
La festa del dio “Sol invictus” venne introdotta al 25 dicembre da Aureliano (214 - 275 d.C.); in seconda istanza la stessa data fu adottata anche per il dio Mitra, detto ugualmente “Sol invictus”.
Questa data la Chiesa l'assunse per Cristo dopo l'editto di Costantino (promulgato nel 313 a nome di Costantino il Grande, , per porre ufficialmente termine a tutte le persecuzioni religiose e proclamare la neutralità dell'Impero nei confronti di ogni fede sostituendo così la festa pagana del “Sol invictus”.
     

-----------------------------------------------------
  
                                  Pellegrini e viaggiatori



Napoli nel '700
E' lecito pensare che tutte le notizie su alcune città, non solo Napoli, ma anche le altre che lui cita, come Treviri, Venezia, le abbia apprese dai suoi studi e anche dalla letteratura di viaggio che iniziava proprio nella sua epoca, il XVI secolo. Prima c'erano stati i pellegrini, frati e laici, che a piedi o a dorso di mulo scendevano per la via Francigena per andare a Roma, la capitale del cristianesimo, e forse proseguivano per andare in TerraSanta. Non tutti sapevano scrivere e leggere, ma chi sapeva, descriveva i suoi viaggi e Roma e Gerusalemme.
Ma già nel XIV secolo ai pellegrini si stavano sostituendo i viaggiatori, che non dovevano andare
 
 necessariamente a Roma e che viaggiavano in carrozza o a cavallo per scoprire le antichità classiche.
 
E spesso prendevano appunti e scrivevano un diario.
   L’iniziatore dei diari di viaggio è considerato fu Michel Montaigne, francese di Bordeaux, nato
 
 nel 1533, famoso più come filosofo e per la sua opera più importante, i “ Saggi”. Ma fu anche
 
 viaggiatore, scrittore e politico.
 
 Nel 1580 e nel 1581, mentre Marlowe era a Cambridge, egli effettuò un lungo viaggio in Europa,
 
 Francia, Svizzera, Germania ed Italia, e raccolse impressioni e annotazioni sul viaggio in un Diario,
 
 nel qual indicava usi, costumi, tradizioni dei posti da visitare e anche locande e taverne consigliate.
 
  Ma non andò oltre Roma.

A Napoli ci era arrivato invece un altro viaggiatore, nel XIV secolo, che, da dotto cultore dei classici antichi, scrisse in latino, quell' itinerarium syriacum allegato al testo inglese del dramma Faustus, che sicuramente Marlowe doveva aver letto.

     

                                         Francesco Petrarca

  

     
Francesco Petrarca, era nato ad Arezzo a luglio dell'anno 1304, fuo poeta, letterato, umanista e appassionato di antichità greche e romane e viaggiatore autore di memorie di viaggio. 
Come abbiamo già detto, si viaggiava molto nel medioevo, sia pellegrini per motivi religiosi sia viaggiatori che avevano l'unico scopo di conoscere e di vedere posti nuovi. Ma molti si fermavano a Roma.
Più a sud c'era, nel XIV secolo un grande regno, quello di Napoli, che cominciava ad essere scoperto da letterati e altri artisti. Nella capitale c'era stato Giovanni Boccaccio giovanissimo e artisti come Giotto, Tino da Camaino e Simone Martini, e architetti che avevano costruito la cattedrale e altre basiliche come S.Domenico maggiore, Santa Chiara e san Lorenzo Maggiore. Nell' epoca di Petrarca era re , dal 1309, Roberto d'Angiò, figlio di Carlo II. Egli godeva di grande rispetto, era ritenuto un uomo saggio e molto colto ma non si capisce bene perchè: viene invece descritto come un personaggio enigmatico e controverso, contestato dai Ghibellini,era capo del partito Guelfo, bigotto in età matura, aveva perso il figlio Carlo duca di calabria e erede al trono, nel 1328, e a succedegli era stata destinata la nipote Giovanna.

Francesco Petrarca
In quegli anni, 1340 circa, il Regno vide crescere il prestigio del suo regno, il benessere economico, la vivacità e creatività culturale. Napoli era diventata la prima città d'Italia, capitale di un Regno incrocio di diverse civiltà,, francesi, catalani, greci, latini e arabi, centro di quotidiani scambi commerciali, aveva una popolazione già straripante oltre le Mura di circa 60.000 abitanti. Una città variopinta, con una Corte raffinata e mondana e spesso spregiudicata e scanadalistica in contrasto con una plebe che viveva in stradine sudice, maleodoranti e pericolose di notte perchè senza illuminazione.       Vicino alla zona portuale, quello più antico detto di Arcina che dal mare si addentrava nella attuale via Depretis, e quello più recente detto Vulpulum, nella attuale piazza Municipio e finoa via Medina, e il molo costruito appena allora sotto il Castelnuovo, si svolgevano attività e commerci, con mercati stranieri, fiorentini, pisani, catalani e amalfitani.
Napoli inoltre offriva con i suoi dintorni, anche grandi possibilità di visitare e vedere antichità romane.
A quel tempo si conosceva la storia, narrata da Plinio il giovane, di una grande eruzione avvenuta in epoca romana, ma non si sapeva dove erano le antiche città di Pompei e di Ercolano, tutto era stato ricoperto dalla cenere a da lapilli che si erano solidificati, il territorio aveva poche abitazioni e piccoli villagi. Nei secoli comunque non erano mancati predatori e saccheggiatori alla ricerca di statue e tesori perduti.
Diversa invece la situazione a nord di Napoli, nell'area dei Campi flegrei, Pozzuoli, Baia, l'antica città sommersa dal bradisismo, di cui restava visibile solo una specie di torre in mezzo al golfo, Averno, Miseno, Cuma, nomi che risvegliavano ricordi di altre epoche e soprattutto di poeti come Virgilio e la sua Eneide.
Petrarca fu un viaggiatore, fin da piccolo. Dalla città natale Arezzo si mosse con la famiglia perchè il padre Petracco andò in Francia, a Carpentras, vicino Avignone, dove lavorò presso la Corte papale. Avignone è una città della Francia meridionale dove ,dal 1309 al 1377, si era trasferita da Roma la Sede papale.  Francesco Petrarca - scrive Attilio Brilli - “ci appare come l'uomo moderno per eccellenza, il primo pellegrino laico, il viaggiatore in perenne movimento in Italia e fuori d' Italia”.
Egli infatti, sia per motivi personali sia per obblighi di lavoro girò per mezza Europa, da Parigi a Prega, da Colonia ai paesi più a nord, e anche in Italia, a Roma dove poté toccare con mano i monumenti e le antiche glorie rimanendone estasiato, e quindi a Napoli e dintorni.
Il suo nome era diventato famoso anche presso Roberto d'Angiò, che lo invitò alla sua Corte a Napoli.
Prima di lui in quella città aveva vissuto Giovanni Boccaccio che così poi la ricordava chiamandola “nostra”: “La nostra città, oltre a tutte l'altre italiche di lietissime feste abondevole, non solamente rallegra li suoi cittadini o con nozze o con bagni o con li marini liti, ma, copiosa di molti giuochi, sovente ora con uno ora con un altro letifca la sua gente. Ma tra l'altre cose nelle quali essa appare splendidissima, è nel sovente armeggiare”.
Lago d' Averno
Messer Francesco, volendo ricevere un riconoscimento ufficiale, una incoronazione poetica per la sua attività letteraria, e volendo averla a Roma, caput mundi, si recò subito a Napoli, parlò con il Re Roberto, che, al termine dei colloqui, lo raccomandò al Papa per l'incoronazione a Roma.
Egli era partito da Ostia in nave, passando al largo di Terracina, Gaeta e Ponza e quindi Ischia, Procida Baia e Pozzuoli, e ad ogni avvistamento si affollavano alla mente versi e scritti di Virgilio, ma anche di anche Omero davanti al Circeo, e poi anche Seneca e altri.
non lunge da Pozzuoli si innalza il colle Falerno celebre per i suoi tralci, e tra questo colle e il mare sorge il monte e si apre la grotta di Posillippo” scriveva A.Levati ( Viaggi di Francesco Petrarca in Francia, in Germania e in Italia, 2° volume), rifacendosi ai diari di viaggio scritti dal poeta..
A Napoli egli venne accolto dallo stesso Re Roberto che lo accompagnò personalmente alla crypta e alla tomba di Virgilio Marone, dove portò un alloro che depositò sulla tomba.
La grotta era buia e l' aria irrespirabile, ma essi parlarono sicuramente della leggenda virgiliana che attribuiva al poeta la costruzione della grotta in una sola notte. Il Re Roberto chiese al Petrarca cosa ne pensava. “ Non ho mai letto che Virgilio fosse un mago; d'altronde veggo n'e sassi le vestigia del ferro e non dei magici carmi”, rispose Petrarca scherzando.
Fu alloggiato in un monastero annesso alla basilica di San Lorenzo maggiore proprio tra il decumanus maior e il cardine di S. Gregorio, dove egli poteva girare studiando la città e le sue antichità, come i resti del teatro dove si era esibito Nerone, oppure le antiche colonne romane del vecchio tempio dei Dioscuri, trasformato nella chiesa di S. Paolo.
Ma aveva paura di uscir di sera perchè la città “ per molti rispetti eccellente, ha questo oscuro e vergognoso e inveterato malanno, che il girar di notte vi è non meno pauroso e pericoloso che tra folti boschi, essendo le vie percorse da nobili giovani armati, la cui sfrenatezza né la paterna educazione né l'autorità dei magistrati né la maestà e gli ordini del re seppero mai contenere”.
Era il mese di dicembre e forse non era consigliabile spostarsi, ma alcuni conoscenti si offrirono di accompagnarlo fuori città,e il re gli diede una adeguata scorta militare.     
Per andare nell' area dei Campi Flegrei evitarono la crypta e presero invece la via per montes, quella che saliva sulla collina di Paturcium, dove sostarono, e poi presero la via Antiniana per scendere verso Agnano. Da lì poi presero l'antica via Domiziana diretti a Pozzuoli,la Solfatara e la città vecchia sul promontorio e vide il Macellum semisommerso dal mare per il fenomeno del bradisismo.(3)
Il giorno dopo di buon' ora si diressero verso il lago di Lucrino e quello di Averno, sostando alle Terme di Tripergole. (4)
Piscina Mirabile
Petrarca poi si rimise in cammino rimirando Baia,la città sommersa, l'antica residenza dell'imperatore allora trasformata in castello a picco sul mare, le antiche ville romane lungo la strada, fino ad arrivare a Bauli, Bacoli, dove fu portato nella piscina. Ma non per fare il bagno, perchè quella piscina indicava un serbatoio, una cisterna antica che riforniva d'acqua le numerose navi e il personale della flotta militare ormeggiata nel vicino porto di Miseno.
Anche se non più utilizzata e ormai in rovina, la piscina era ancora piena d’acqua e bisognava entrarci con una barca. ”Mirabilis, mirabilis..” esclamò il poeta entrandoci, una magnifica cattedrale sotterranea. Da allora, fu la piscina mirabile.


--------------------------------------------
Nota 3
Nella prima metà del IX secolo, con il duca Sergio I, i Campi Flegrei subirono la loro massima sommersione marina, dovuta al bradisismo negativo. A Pozzuoli le colonne marmoree dell’antico mercato romano, chiamato erroneamente tempio di Serapide, vennero sommerse fino a un’altezza di 6,30 metri. La popolazione si era spostata sulle colline circostanti. Secondo alcuni autori, in questa epoca il lago di Lucrino non esisteva più, essendo completamente sommerso dal mare, anzi appariva come una profonda insenatura marina che raggiungeva l’imboccatura del lago d’Averno.

Nota 4
Tripergole era un villaggio sorto sul lago Lucrino, una località termale nota per le proprietà curative delle sorgenti flegree. Già il re Carlo II , padre di Roberto, aveva fatto costruire una struttura opsedaliera per ospitare ch vi sirecava per le curel nuovo complesso ospedaliero fu posto alla dipendenza dell’Ospedale Maggiore di santo Spirito di Roma e affidato ai Frati Ospitalieri.Furono realizzate inoltre strutture sanitarie e ricettive più una farmacia (“Speziària“). La chiesa e l’ospedale si trovavano nel castello angioino; l’ospedale nella parte più bassa, sopra i bagni termali dislocati ai margini di una strada, lungo la quale si trovavano le tre osterie e la farmacia.
Nel villaggio si poteva trovare anche una chiesa, alcune case private, delle osterie e un castello reale per la caccia. Nella locanda, che dava ristoro solo a persone benestanti, fu ospitato Patrarca e i suoi accompagnatori. Il villaggio con Terme annesse sparì completamente con l 'eruzione del del 29-30 settembre 1538, che portò alla formazione del Monte Nuovo. Da anni la zona era soggetta a manifestazioni come terremoti e sollevamento del suolo. Quando questi fenomeni divennero più intensi e frequenti, la popolazione e i malati abbandonarono il villaggio e non ci furono vittime,
Lo sconvolgimento dei luoghi fa sì che oggi è impossibile localizzare con una certa precisione il sito dell’antico villaggio di Tripergole anche se molti ci hanno provato., ma la questione qui è di scarso interesse.


------------------------------------------------------------


Itinerarium siryacum



Erano diari di viaggio gli scritti chiamati itineraria, molto diffusi già nell’Impero romano, e costituiscono ancora oggi testi e mappe fondamentali nello studio della topografia antica. Gli itinerari continuarono poi nell'epoca cristiana. Servivano come guide ai viaggiatori o ai pellegrini soprattutto in Terra Santa. Si chiamavano “ grafici” le carte che indicavano le strade e le distanze tra le tappe e le città e i nomi di città e villaggi, locande e porti dove potersi imbarcare..Anche Petrarca ebbe occasione di cimentarsi in questi itineraria.  
 
 
 
 
 
 

Era l'anno 1353, a Milano, Giovanni da Mandello, governatore di Bergamo, gli propose di accompagnarlo in un pellegrinaggio in Terra Santa, ma il poeta declinò l'invito. Prima della partenza di messer Giovanni, nel 1358, Petrarca gli consegnò un Itinerarium breve de Ianua usque ad Ierusalem et Terram Sanctam (noto con il titolo di Itinerarium Syriacum). Il brano presente nella nota alla versione inglese del Faustus è parte di questo itinerarium. Quella che segue è il testo nella traduzione di Marisa Attinà:

Non lontano da Pozzuoli - si erge il monte Falerno, famoso per i suoi vitigni.(5) Tra il Falerno e il mare vi è un colle roccioso scavato dal lavoro umano che il popolo sciocco ritiene (invece) prodotto da Virgilio con  magici incantesimi: cosi la fama di uomini illustri è sostenuta non solo da reali meriti ma anche da credenze popolari. Un giorno Roberto,famoso per il regno,ma ancora più famoso per il suo ingegno e la sua cultura letteraria,avendomi chiesto se avessi sentito qualcosa su questo argomento,davanti a molti presenti,lui sempre sostenuto da regale umanità, con la quale superò non solo re ma anche uomini,io gli risposi non certo scherzando di non aver mai letto che Virgilio fosse stato uno stregone:così quello, accennando con un movimento della sua severissima fronte,affermò che in quel luogo non c'erano tracce di magia ma di lavoro umano.Vi è infatti una grotta,stretta,molto profonda e buia,di un monte scavato: l'oscurità è orribile e tenebrosa: nel mezzo c'è un passaggio aperto,bello e quasi sacro, venerato anche in tempo di guerra e,in vero,così è voce di popolo,mai danneggiata da predoni:la chiamano Crypta Napoletana di  cui Seneca fa menzione nelle lettere a Lucilio. Verso la fine di un  percorso oscuro,quando si incomincia a vedere il cielo,in un luogo all'aperto,si vede la tomba dello stesso Virgilio,di fattura assai antica,donde nacque forse questa credenza del monte scavato da quello stesso.”.Petrarca lo scrisse in latino così come aveva fatto per altre opere, come, ad esempio, le Epistole, l'Africa, un poema in esametri, De vita solitaria e altre ancora. Per lui il latino è la lingua ufficiale, erudita, con cui scrive molte delle sue opere che intendeva affidare ai posteri, mentre la scrittura in volgare doveva essere una scrittura privata e con una circolazione limitata.
--------------------------------------
Nota 5
..Il vino Falerno, che tanto piaceva ai Romani era prodotto nella antica campania settentrionale, nell’ager Falernus, corrispondente alla zona degli attuali comuni di Mondragone,Falciano del Massico, Carinola e Sassa Aurunca e Cellole, alle pendici del monte Massico sito tra il Volturno e il Garigliano. Era ritenuto tra i migliori rossi in assoluto dagli imperatori e dai Patrizi di Roma. ma nonostante la sua straordinaria fama nei tempi antichi, alla fine dell’Impero, se ne persero le tracce. Negli ultimi 40 anni alcuni produttori di quel territorio hanno deciso di recuperare la grande tradizione riproponendo un vino che potesse richiamare alla memoria il famoso Falerno. Mi è stato fatto giustamente osservare ( U.Scala) che è inspiegabile il riferimento al Falerno ( alta Campania, area di Caserta) e il monte a picco sul mare ( Posillipo).

----------------------------------------------------

                                                 Conclusioni


Quello che ho esposto è soltanto una mia ipotesi che mi sono divertito a sviluppare, ma è ovvio che possono essercene altre.
Lo scrittore inglese, che aveva studiato a Cambridge e aveva anche fatto traduzioni di opere dal latino, sfruttò i suoi studi classici e la sua abilità di traduttore per conoscere città, storie e leggende di Roma e di Napoli. Dove non conosce, come nel caso di Parigi o Venezia, salta e va avanti nel discorso, soffermandosi su magie e demoni, forse più adatte al dramma che sta scrivendo. Egli deve aver letto Plinio il vecchio, Tito Livio e poi anche Petrarca con particolare riferimento a Napoli. Non capisco altrimenti perchè al testo inglese del dramma è stata indicata in nota, parte dell'itinerarium relativo a Napoli.
Nello scritto di Petrarca si nota una buona conoscenza della storia della crypta e della leggenda virgiliana, ma ho qualche dubbio – espressomi anche da U.Scala e M.Attinà – sulla conoscenza dei luoghi. Egli vuol mostrare di sapere, ma accosta il Monte Massico dove si produceva il vino Falerno, al “ colle roccioso” dove fu scavata la crypta. Si tratta infatti del colle di Posillipo che, salvo mutamenti orografici avvenuti nel corso dei secoli, è molto lontano dal Massico e quindi dal Falerno.
E'stata una ricerca divertente, e mi è piaciuto pensare alle strade di Napoli gia lastricate ai tempi di Roma, mentre a Londra, ancora nel XVI secolo, si camminava per vie appena sterrate e fangose.
 
 

Ringraziamenti
Enzo Scala per avermi fatto conoscere questa citazione su Napoli
Marisa Attinà per la traduzione del brano dell' “itinerarium syriacum”
Umberto Scala, per aver rintracciato il libro di Lovati e per avermi fatto notare particolari che mi erano sfuggiti.


Fonti

Attilio Brilli, Il viaggio in Italia,2006 ed. il Mulino.

Mario Buonoconto, Napoli esoterica,1996, ed. Newton tascabili,

Cesare de Seta, Napoli, Ed. Laterza

Benedto Croce, Storie e leggende napoletane, 1991, ed. Adelphi

Vittorio Gleijeses, La storia di Napoli, 1974, ED. Società Editrice Napoletana

Sigfrido E.F. Hobel, Misteri partenopei, 2004, Ed. Stamperia del Valentino.

Giovanni Liccardo, Napoli sotterranea, 2004, Ed, Newton & Compton

Bartolomeo Capasso, Napoli greco-romana , Berisio, 1905

Cesare de Seta, Napoli , Laterza, 1981.

Massimo Rosi, Napoli dentro e fuori le mura , Newton&Compton, 2003

Ambrogio Levati, Viaggio di Francesco Petrarca in Francia, in Germania e in Italia, editore

Società Tipografica classici italiani, 1820, Milano





 

 












  

  

  


   









        





-----------------------------------------